Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Anziani: problema o risorsa?

La nostra Caritas parrocchiale si sta interrogando sul rapporto della comunità con gli anziani. Lo sta facendo con una domanda precisa: gli anziani sono un problema o una risorsa?

Siccome questo è un tema che ci riguarda inevitabilmente tutti o perché  noi stessi siamo anziani o perché abbiamo tutti delle sorelle o dei fratelli da accompagnare, nonni genitori, zii… vorremmo avvicinarci alla presenza di chi è … nato prima di noi con l’atteggiamento della sensibilità e della cura.

Ci facciamo aiutare da un’opera d’arte che proviamo a contemplare a partire da due domande: cosa significa invecchiare bene? Come è possibile stare veramente vicino agli anziani?

L’opera d’arte è un autoritratto di Rembrandt, il pittore più importante dell’Olanda e uno dei più importanti della produzione artistica mondiale. Nasce a Leida nel 1606 e muore ad Amsterdam nel 1669. La sua pittura è fortemente influenzata da Caravaggio per quanto riguarda il gioco della luce e del realismo. Una cosa impressionante che non può non colpire è che l’olandese ha dipinto in quarant’anni di lavoro un centinaio di autoritratti. Perché? Era un narcisista? Uno che voleva autocelebrarsi? No di certo. La risposta sta nel percorso stesso della sua arte. Rembrandt ha vissuto molte difficoltà per problemi legati alla sua famiglia e all’economia. Eppure ha sempre cercato nell’arte una risposta che lo aiutasse a mantenere accesa la speranza. L’ultimo dei suoi autoritratti, quello che ha dipinto pochi mesi prima di morire, intitolato appunto “Autoritratto all’età di 63 anni” è molto rivelativo.  Nonostante l’ultimo periodo della sua vita sia stato reso molto amaro, oltre che per la tarda età, dalla morte della moglie, del figlio e del suo carissimo amico, nella completa solitudine e precarietà egli dipinge un’apertura fiduciosa alla speranza.

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Nascere di nuovo

Autorizzato veramente a parlare della Pasqua è solo chi nella vita ha fatto l’esperienza di una rinascita.

Chi ha ritrovato nuove motivazioni di vita dopo un grave lutto, e le ha ritrovate al di là delle sue forze, in maniera insperata.

Chi ha incontrato il perdono e l’ha ricevuto senza merito, gratuitamente. Ma anche chi il perdono è riuscito a donarlo regalando a qualcuno da cui ha subito un’offesa o un tradimento una nuova possibilità. Chi è riuscito inspiegabilmente a guarire da un vizio che lo rendeva schiavo ed ha sperimentato un leggero ma profondo senso di libertà.

Chi dopo un lungo periodo di aridità spirituale vede riaccendersi il piccolo lume della passione e scorge un po’ di vita dopo il tenebroso tunnel della noia.

Chi trova ciò che aveva perso, chi ottiene una risposta dopo insistite domande, chi vede la porta aprirsi dopo tanto bussare.

Chi dopo una vita di lamenti e di acidità in modo sorprendente vive il suo giorno di meraviglia e si lascia incantare da piccoli o grandi miracoli.

Chi dopo l’inverno della diffidenza e del sospetto su Dio si vede aprire uno spiraglio di fede e crede e si ricrede.

Chi dopo la tristezza che attanaglia il cuore vede rifiorire un po’ di gioia. Chi dopo tanta delusione finalmente si sente un po’ consolato.

Ogni anno celebriamo la Pasqua per dire con tutto noi stessi questa verità: bisogna nascere di nuovo, come sussurrava Gesù a Nicodemo che di notte cercava di consultare il Signore per rubargli i segreto dell’esistenza. La Pasqua è nascere di nuovo, è lasciare che la vita spalanchi il futuro al di là dei segni di morte.

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Guarda come ti voglio bene!

Spesso lo dico per ridere, in realtà ci credo profondamente. Le vacanze di Pasqua, come quelle di Natale, del resto, sono state istituite affinché, come cristiani, potessimo avere il tempo necessario per partecipare alle funzioni religiose in chiesa. Altrimenti perché ci sono le vacanze? Perché i ragazzi sono stanchi? Perché c’è il bel tempo e bisogna andare ai mari o ai monti? Perché bisogna andare a trovare i parenti nei paesi di origine? Certo tutto vero e bello, ma allora perché non scegliere una settimana diversa dalla Settimana Santa? Ormai è sotto gli occhi di tutti che più nessuno partecipa ai riti sacri della Settimana più importante dell’anno per i cristiani. Non mi stupirebbe se, per il rispetto della laicità, come si tolgono i presepi, i crocifissi, i segni della fede cristiana, si arrivasse a togliere anche i giorni delle vacanze di Pasqua. Sarebbe per lo meno una questione di onestà. Allora insorgerebbero i presunti cristiani come paladini di una fede che … non c’è più e insorgerebbero per dire quanto sia importante salvare le tradizioni, riconoscere le radici della nostra identità, confessare i valori e i principi della nostra società, ecc..

Per quanto mi riguarda, e grazie a Dio, riguarda anche il piccolo resto che partecipa con fedeltà e con fede ai Riti Sacri della Pasqua, la Settimana Santa è davvero speciale.

La Chiesa offre ai suoi figli la ricchezza e la bellezza delle liturgie e rinnova l’appello a ripercorrere le ore decisive della vita di Cristo, le ore della sua morte e risurrezione.

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Con la faccia al muro

L’avvicinarsi della festa di San Giuseppe mi ha riportato alla memoria la figura di una grande santo profondamente devoto a San Giuseppe: Daniele Comboni, il santo missionario nato a Limone sul Garda nel 1831, apostolo della “nigrizia” che considerava la fede come l’arma più potente per restituire agli africani la loro dignità. La strategia di Comboni in sintesi si può ritrovare nel suo slogan: Rigenerare l’Africa con l’Africa.

Ordinato vescovo promosse molte opere missionarie e consapevole che avrebbe avuto bisogno di molte risorse economiche ebbe l’idea di una nomina alquanto originale per la sua congregazione: costituì san Giuseppe come economo generale della sua “impresa”.

In qualunque necessità si rivolgeva a lui, esattamente come un superiore si rivolge all’economo. Questa scelta denota la fiducia cieca che aveva per Giuseppe.

Ci fu un tempo in cui alla porta di Comboni bussavano fornitori arrabbiati per non essere stati ripagati per il loro lavoro. Non sapendo più come fare si mise a pregare San Giuseppe con una preghiera sorprendente: Giuseppe, se non mi mandate il denaro necessario vi metto con la faccia al muro. E voltò la faccia dell’Economo contro il muro, fino a quando non fosse intervenuto.

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Mira il tuo popolo

C’è un canto mariano che quando ero piccolo lo sentivo cantare in chiesa mi suonava un po’ strano. “Mira il tuo popolo”. Mi immaginavo la Madonna che, chiudendo un occhio, prendeva la mira sul popolo. Crescendo ho appreso che il verbo “mira” in spagnolo significa guardare con attenzione, osservare, ammirare ed anche ragionare, considerare. Ci sono due vocaboli che derivano da questa radice: miracolo e meraviglia. Il miracolo, letteralmente, è una cosa meravigliosa, è un evento straordinario che si pone al di fuori delle leggi naturali e che si deve attribuire all’azione di Dio, l’unico che può operare miracoli. Il miracolo è qualcosa di mirabile. La meraviglia è il sentimento di stupore suscitato da una cosa nuova, inattesa e straordinaria. La meraviglia, secondo Platone è la causa della sapienza, della filosofia e della religione. La meraviglia è lasciare che la bellezza riempia gli occhi, la mente e il cuore. Mi vengono in mente le parole di santa Teresa di Lisieaux quando sul suo diario annota queste parole tornando dal suo pellegrinaggio a Roma: non avevo occhi bastanti per ammirare le meraviglie della natura, dell’arte e della fede. Pare che gli uomini di oggi vivano una sorta di deficit della meraviglia. Prima di tutto perché l’uomo di oggi da un po’ tutto per scontato e poi perché tende a sostituire lo stupore con la visione tecnica della realtà: non si riesce più a guardare le cose come segni di una realtà che sta al di là di ciò che si vede e si tocca. Lo sguardo scientifico sostituisce oggi lo sguardo poetico. Affermava Pablo Neruda che meravigliarsi è saper leggere la fiaba che c’è dentro ogni cosa, è amare la vita da dentro e da fuori, reggendone il peso e la leggerezza, è guardare la vastità del mondo e la sua pienezza, è sentirne l’ispirazione fino in fondo, è godere della sua profonda bellezza. Il segreto per essere ancora capaci di meraviglia è di non essere cinici e di non perdere la gioia per le piccole cose, la compagnia fraterna degli altri, un abbraccio, un perdono, un tramonto, il sorriso dei bambini…  Mira il tuo popolo, o bella Signora, che pien di giubilo oggi t’onora. Anch’io festevole corro a’ tuoi piè; o Santa Vergine, prega per me! Chiedere a Maria di “mirare” il popolo significa sicuramente domandarle di guardare il popolo e di aiutarlo, di soccorrerlo. Ma può anche significare: Maria, ammira il tuo popolo, meravigliati, perché esso è mirabile, è un miracolo. In effetti noi, creati ad immagine di Dio, siamo dei prodigi, siamo una meraviglia.

Don Roberto

 



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La tartaruga e la vela

In un libro del liceo ho ritrovato un’immagine che quando ero giovane mi aveva molto colpito e che ora mi colpisce ancora di più. Su di un cartoncino avevo incollato il simbolo di Cosimo de’ Medici, il duca di Firenze e sotto ci avevo scritto lo slogan latino di Augusto l’Imperatore romano: “Festina lente” che tradotto in italiano suona: “Affrettati lentamente”. Cosimo l’aveva scelto questo slogan come emblema della sua flotta navale. La raffigurazione presenta una tartaruga con la vela. I romani invece accompagnavano lo slogan con un altro simbolo e sulle monete coniavano l’ancora con il delfino.

Sembrerebbe una contraddizione: o ci si affretta o si procede lentamente. Un conto è fare le cose di fretta e un conto è farle lentamente. Sembra una contraddizione tra velocità e la prudenza. In realtà l’espressione “affrettati lentamente” è un bell’invito per vivere in maniera determinata e per tessere l’elogio della lentezza.

A volte ci affrettiamo nevroticamente e consumiamo tutto ciò che ci arriva a tiro: cibo, relazioni, divertimento, emozioni. Bisognerebbe imparare a vivere con lentezza per gustare meglio ciò che mangiamo, i rapporti con le persone, il nostro tempo libero, le nostre passioni.

D’altra parte è possibile confondere la lentezza con la pigrizia. Ci si muove blandamente senza grinta, preferendo il divano e le comodità. Allora abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mossa e ci dica di affrettarci.

Festina lente significa procedere con determinazione e nello stesso tempo con cautela, muoverci spediti senza indugio e insieme ponderare bene i passi da fare.

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Cosa abbiamo di più prezioso?

Nell’atrio d’ingresso della galleria Borghese c’è un gruppo statuario che si riferisce ad una storia estremamente affascinante. La statua rappresenta un cavallo e un cavaliere e la storia si riferisce alla leggenda raccontata dallo storico romano Tito Livio riguardante un certo Marco Curzio.

La leggenda racconta che nel 362 A.C. a Roma si aprì una voragine. Un buco che si allargava sempre di più e che non aveva fondo. Vennero interrogati i sacerdoti i quali interpretarono questa voragine come segno di sventura con la premonizione che il precipizio avrebbe inghiottito l’intera città di Roma a meno che non si fosse gettato nel baratro ciò che  i romani avevano di più prezioso. Tutti incominciarono a pensare all’oro, alle proprietà, ai gioielli… il giovane Marco Curzio considerò invece che ciò di più prezioso che aveva era il… coraggio. Così si gettò nella voragine insieme al suo cavallo, il pericolo per la città di Roma fu scampato e immediatamente la voragine si trasformò in un ameno laghetto.

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I giovani di Cuba e l’adorazione

È venuto a trovarci don Sergio Armentini curato del nostro Oratorio dal 2009 al 2011, attualmente missionario a Cuba nei villaggi della cittadina Baracoa. Nel racconto della sua testimonianza mi ha colpito in particolare una cosa. Ci ha parlato di molti aspetti, della situazione sociale e politica di Cuba, del desiderio che hanno i giovani di uscire dall’Isola, dell’organizzazione della Parrocchia e della missione, del cibo, della scuola, di come abbia imparato alla svelta a vivere sobriamente facendo a meno di tante cose, di come stia facendo l’esperienza che “essere prete” significa concentrarsi sull’essenziale, ecc…

Sinceramente la cosa che più mi ha colpito è la questione dell’Adorazione Eucaristica. Don Sergio ci racconta che i ragazzi e i giovani sono molto disponibili a pregare, anche per lungo tempo, in silenzio davanti all’Eucarestia e che anzi quella è la forma di preghiera che più prediligono. Perché mi abbia colpito questa cosa è subito detto:  da noi succede esattamente il contrario. Si fa una fatica terribile a stare davanti all’Eucarestia, in preghiera silenziosa, la chiesa è quasi sempre vuota quando, nel primo venerdì del mese si espone il Santissimo e nei ritiri dei ragazzi e dei giovani è raro che si riesca a proporre l’adorazione.

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La caccia alla volpe

Si racconta che quando i lupi cacciano la volpe in un primo momento essi si muovono liberamente nella zona nella quale normalmente si muovono le volpi. La prima fase della caccia è di lasciare che i cani possano cogliere l’odore della volpe. Quando il branco riesce a fiutare le tracce della volpe i cani cominciano a correre seguiti a ruota dai cacciatori. Tuttavia l’elemento determinante non è tanto il fiuto, quanto la vista. Infatti quando un lupo avvista la preda incomincia a correre in maniera determinata e tutti gli altri cani seguono chi ha visto la volpe. Dopo un po’ di tempo si stancano di correre e siccome la volpe si dice sia più furba dei cani riesce quasi sempre a rintanarsi in qualche rifugio. Tuttavia il lupo che l’ha vista continua a rincorrerla nella speranza di prenderla.

Da qualche decennio ci si interroga, genitori, catechisti, preti, sul fatto che immancabilmente i ragazzi che hanno ricevuto la cresima si stancano di correre e interrompono la ricerca di un qualunque cammino di fede. Continua invece a rincorrere il Signore solamente chi ha avuto l’occasione di incontrarlo, di vederlo. Tutti gli altri smettono. Forse è proprio questa la risposta ma anche la prospettiva: è necessario che i nostri ragazzi, i giovani e noi stessi, abbiamo almeno una volta visto il Signore, allora lo continueremo a cercare e a rincorrerlo. Altrimenti si corre un po’, perché vediamo gli altri a correre, ma siccome poi ci stanchiamo, allora ci fermiamo e facciamo altro.

Al Signore pare piaccia essere rincorso. Lo conferma quella bellissima immagine del Cantico del Cantici nella quale il Signore si paragona all’amata e l’uomo di fede all’amato che cerca di rincorrere la donna del suo cuore, è inebriato dalla scia di profumo che l’amata lascia dietro di se, la cerca dietro ogni angolo di strada.

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Rivoluzione

Questa parola è davvero molto interessante soprattutto se si tiene conto dell’accezione diversa che hanno gli antichi e i contemporanei. Il punto di svolta è la Rivoluzione Francese a partire dalla quale “rivoluzione” significa rompere definitivamente con il passato e ricominciare a riscrivere la storia. Cioè: c’è uno stato di cose che è assunto da tutti e ad un certo punto c’è un movimento interno che intende rompere, strappare la pagina e ricominciare da capo. Che cosa è la novità per i rivoluzionari? Rompere con il passato e riscrivere la storia.

Prima della Rivoluzione Francese l’accezione di questa parola era un po’ diversa. Rivoluzione (re-volvere, girare) è il giro completo di un pianeta intorno ad un centro su un’orbita che è circolare. In questa prospettiva il punto di inizio corrisponde al punto di arrivo. Quale è il futuro per un pianeta? La meta è l’origine. Quale è la novità? Il nuovo è l’inizio. La perfezione è alle spalle. Più vai avanti e più ti avvicini all’origine. Questa è la concezione ciclica del tempo che per gli antichi era una cosa assolutamente assodata.

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La luce e le palpebre

Per farmi aiutare in un incontro sul tema della luce ero alla ricerca di un dipinto che esprimesse la forza della luce mi sono imbattuto in un quadro che non conoscevo di William Turner che si trova in Inghilterra presso la galleria Tate Britain. Il dipinto è intitolato “Regolo”. Sembra un quadro astratto, una tela nella quale c’è solo la luce, una luce abbagliante che ferisce gli occhi di chi la guarda. Mi ha incuriosito il titolo “Regolo” e dopo una piccola ricerca scopro che si tratta di Attilio Regolo che è una delle figure che appartiene alla leggenda della storia in particolare alla fondazione di Roma. Fu il comandante dell’esercito romano durante la prima Guerra Punica, nel 250 circa A.C.

La leggenda di Regolo narra che il giovane fu fatto prigioniero a Cartagine e un giorno fu mandato a Roma con il compito di convincere i romani ad arrendersi. Invece Regolo giunto a Roma pronunciò un discorso nel quale esortava i romani a continuare la guerra perché conosceva la precarietà dei cartaginesi. Ciò che è più importante è che poi Regolo torna a Cartagine e per rispetto al nemico si consegna ai cartaginesi raccontando del suo discorso al senato romano.

A questo punto inizia il racconto dell’atroce morte di Regolo inflitta dai cartaginesi. Prima di tutto ad Attilio Regolo furono recise le palpebre affinché gli fosse impedito di chiudere gli occhi.

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Il Verbo come un’aquila che salva

In occasione della domenica della Parola, celebrata oggi dalla Chiesa, ritorno sul tema dell’ambone, l’arredo sacro dal quale si proclama la Parola di Dio. Mi è capitato lo scorso anno di visitare Gaeta, una splendida cittadina tra Napoli e Roma. Entrando nel Duomo i miei occhi sono subito stati attratti dall’ambone del tredicesimo secolo. Attualmente è solo un frammento di una scultura ben più grande. Raffigura, partendo dall’alto un’aquila impegnata nell’atto di liberare un uomo anziano e barbuto avvinghiato da un serpente e che poggia i piedi su un leone che a sua volta stringe un agnello.

Cosa può mai significare questa scultura? L’iconografia medievale rimanda alla simbologia del peccatore liberato dalla Parola.

L’aquila è un simbolo importantissimo, non solo nel cristianesimo, ma per molti popoli e culture. Fin dai romani si pensava che essa era l’unico animale a cui spetta il privilegio di volare verso il cielo e di trasportare le anime dei morti presso gli dei.

Dopo la conversione al cristianesimo dell’imperatore Costantino l’aquila divenne l’emblema dell’impero a rappresentare il trionfo del cristianesimo sul paganesimo.

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Rane e salamandre

Nel meraviglioso Duomo di Vienna, dedicato a santo Stefano, sono molte le cose che mi hanno colpito. Una su tutte in particolare: il bellissimo pulpito gotico nel cuore della navata centrale. È stato realizzato dall’artista boemo Anton Pilgram nel 1515 circa.

Il pulpito è ricavato da un unico blocco di marmo, ci spiega la guida Lena, ed è finemente scolpito nei suoi particolari. Il vertice corrisponde all’ambone, luogo sacro in cui viene proclamata la Parola. Sotto l’ambone ci sono quattro statue che corrispondono ai Padri della Chiesa, i cui commenti alla Parola sono ancora ancora vivi ed attuali. Sotto ancora, un po’ nascosta, la statua dello scultore Pilgram che sta uscendo da una finestrella. La bellezza di questo pulpito sta nel suo valore simbolico.

Il particolare che più mi ha colpito sono le piccole rappresentazioni poste sullo scorri mano della scala per salire all’ambone: si tratta di piccole rane e salamandre che costituiscono una vera e propria processione verso l’alto. Nella simbologia medievale le rane e le salamandre rivelano il carattere dei fedeli cristiani. Le salamandre sono animali di fuoco, ricercano il calore, la luce, l’aria pura. Le rane sono animali che vivono nel fango e nell’umidità. Le salamandre sono anfibi capaci di vivere, morire e di rigenerarsi anche tra le fiamme. Al contrario le rane e i rospi assumono un valore fortemente negativo perché abitavano le tenebre, erano considerati pericolosi e richiamavano la forza malefica del diavolo.

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Il campo invernale degli adolescenti a Vienna

La proposta di vivere alcuni giorni, tra il Natale e il Capodanno, con gli adolescenti ha riscosso un buon successo. Così con gli educatori si è deciso di visitare una città europea e la scelta è caduta sulla capitale austriaca. La prima tappa del viaggio è stata Innsbruck per una rapida visita in occasione del pranzo.

Poi due giorni per lasciarci meravigliare da una delle città più eleganti dell’Europa. La proposta formativa ha previsto alcune attività legate ai verbi natalizi: meravigliarsi e desiderare. Guidati dall’atteggiamento dei pastori e dei Magi ci siamo confrontati sulle occasioni che la vita ci offre per lasciare che i nostri occhi si riempiano della bellezza di ciò che visitiamo è soprattutto sulla bellezza delle persone che incontriamo, dei compagni di viaggio in particolare.

Essere a Vienna ti dà l’impressione di stare in una fiaba: i palazzi barocchi, le strade e i parchi imperiali, la corte e la principessa Sissi, i grandi musicisti che ci hanno vissuto, Mozart, Beethoven, Strauss, la psicanalisi di Freud, la nostalgia del tempo passato e la sorprendente armonia tra la tradizione e la modernità.

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Praticanti non credenti

Alcune settimane fa ho condiviso una riflessione intitolata: “credenti non praticanti” e mettevo in evidenza come anche chi non partecipa assiduamente all’Eucarestia domenicale possa essere considerato “fedele” nella misura in cui sente comunque la necessità di cercare il Signore nella sua vita e di appartenere alla famiglia dei discepoli di Gesù.

Ma i termini di quel titolo possono essere benissimo cambiati e potremmo svolgere una riflessione sui “praticanti non credenti”. Esiste cioè la sventurata possibilità di persone che mantengono certe assiduità senza essere uomini o donne di fede.

Penso in particolare ad alcune situazioni.

Penso a chi decide di essere ammesso ad un sacramento senza esserne convinto e si presenta con una specie di motivazione folkloristica. Quanti genitori chiedono il Battesimo o l’Eucarestia per i loro figli ma non credono davvero all’azione dello Spirito Santo nella vita propria e nella vita dei figli. Tanto è vero che dopo il Battesimo non si vedono più.

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Dio vede e provvede

La catechesi di avvento di quest’anno ci ha condotti a contemplare la facciata della natività della Sagrada famiglia di Barcellona.

La facciata è suddivisa in tre portali secondo uno schema “teologico” che il genio-santo di Antoni Gaudì ha voluto imprimere nella pietra.

Il primo portale, quello centrale è il “Portale della carità” ed ha come protagonista Gesù con il racconto dell’Incarnazione del Verbo. Il secondo è il “Portale della speranza” e San Giuseppe è l’icona della speranza. Il terzo è il “Portale della fede” e Maria è la figura per eccellenza della fede. Le tre virtù teologali vengono così abbinate alle tre persone della Sacra Famiglia.

Gli incontri si sono conclusi con una piccola gemma incastonata nel portale della Fede dedicato a Maria Santissima.

Gaudí riassume tutto il significato della fede in questa immagine: una mano al cui interno è presente un occhio. È il modo classico con cui si traduce l’essenza di Dio Provvidenza. Egli è colui che vede e provvede. Che cosa è la fede? Sembra rispondere Gaudí: la fede è cercare di fare quotidianamente l’esperienza di potersi fidare della Provvidenza di Dio.

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L’adorazione notturna dell’Avvento

Abbiamo perso la forza delle proposte. Questo ho pensato quando con gli animatori abbiamo proposto l’adorazione notturna agli adolescenti. Chissà chi verrà? Come faranno i ragazzi a rinunciare ad avere una motivazione più forte della febbre del sabato sera? Invece ci ha spiazzato la risposta: venti adolescenti e una decina di animatori hanno vissuto questa esperienza ed io mi sono ricreduto.

Nella preparazione dell’Avvento si cerca di tener sempre presenti le dimensioni principali di questo tempo forte: la preghiera, l’ascolto di una testimonianza e la solidarietà per i più bisognosi.

Verso le 22.30 ci siamo ritrovati in Oratorio e dopo un primo momento ludico abbiamo offerto alcune indicazioni pratiche su come vivere la notte. A ciascuno è stato chiesto di inserirsi in un turno, da mezzanotte alle otto. Ogni turno si è potuto avvalere della guida di un educatore.

Per il resto della notte l’indicazione era di dormire nelle aule di catechismo, cosa che a detta dei ragazzi in pochi sono riusciti a fare o per il freddo o per chi russava.

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