Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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L’alfabeto della Parrocchia: L come LITURGIA

La parola liturgia è composta da due vocaboli greci: popolo azione. Può avere un senso laico, civile ma assume un significato teologico e pastorale all’interno della chiesa. Per il Nuovo testamento il Liturgo per eccellenza è Gesù che offre ininterrottamente il culto della sua vita al Padre, come Intercessore per l’umanità.

La costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II afferma: “La liturgia è ritenuta come l`esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, con segni sensibili viene significata, e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo il culto pubblico integrale”.

La liturgia è dunque la partecipazione dei fedeli alla vita di Dio e per sua natura si realizza nella chiesa, nel popolo dei credenti. Nella sua esperienza concreta il fedele è chiamato in assemblea ad una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa alla celebrazione, come afferma il Concilio: “Si tratta di esprimere in maniera rinnovata la perenne vitalità della Chiesa in preghiera, avendo premura affinché i fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente, attivamente.

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L’alfabeto della Parrocchia: I come INFORMAZIONE

Non lo sapevo che c’era quell’incontro. Non sapevo che si era organizzato quell’evento. Nessuno più ci crede a queste considerazioni. Nessuno più crede che la non partecipazione possa oggi dipendere dalla disinformazione. Altre evidentemente sono le cause: la non voglia, il disinteresse, la sottovalutazione…

L’informazione nella vita di una parrocchia occupa un grande spazio e molti sono gli strumenti con cui ci si è attrezzati per fare in modo che i fedeli conoscano, almeno, le iniziative e gli appuntamenti.

L’obiettivo dell’informazione è la formazione. Si fanno conoscere le cose affinché, favorita la partecipazione, si possa insieme assumere la forma della vita secondo Gesù, che si può riassumere in due parole: la figliolanza e la fraternità.

Volantini, foglio degli avvisi domenicali, poster, bollettino, sito internet, facebook, gruppi whatsapp, e chi più ne ha più ne metta per comunicare calendari di celebrazioni, di iniziative, di proposte… ma anche per comunicare riflessioni, testimonianze, pagine di spiritualità e commenti di vario tipo.

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L’alfabeto della Parrocchia: G come GIOVANI

Non ci sono più i giovani di una volta, si dice spesso per criticare questa generazione di giovani e di adolescenti. Purtroppo e per fortuna non ci sono più i giovani di una volta, nel senso che ogni generazione, insieme ai suoi aspetti negativi, ha anche dei caratteri e delle potenzialità che la rendono unica.

Certo un tempo era molto più facile descrivere i giovani. Oggi è difficile tracciare un identikit di questa generazione, perché come dice un esperto, oggi più che mai le loro identità sono multiple, plurime, complesse e fortemente dinamiche. Che in parole povere significa che non esistono giovani in generale ma ogni giovane è un mondo a sé.

Prima un giovane, quando finiva gli studi, iniziava a lavorare e questo spesso coincideva con la formazione di una nuova famiglia. Questi erano passaggi chiari e obbligati per tutti.

Oggi si fanno figli molto più tardi (l’età del primo figlio è ben oltre i 30 anni in Italia), spesso fuori dal vincolo del matrimonio e in un contesto di crescente precarietà esistenziale. Le statistiche affermano inoltre che prima dei quarant’anni in media si è cambiato lavoro almeno una decina di volte, a scapito della sicurezza di vita e della prospettiva del futuro.

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L’alfabeto della Parrocchia: F COME FESTA

Se guardo un calendario mi rendo conto che la parola Festa è una delle più ricorrenti. È un tema caro quello della festa perché mette in movimento tanti pensieri, tante emozioni. Feste di ogni tipo, religiose, civili, familiari, in occasione di giornate mondiali a tema, sagre…

Chi ha inventato la festa è sicuramente il Signore quando dopo i giorni della creazione ha pensato di dedicare un giorno al riposo, alla contemplazione, alla gioia.

Da sempre gli uomini organizzano e celebrano la festa o per un avvenimento naturale come per esempio l’avvicendarsi ciclico delle stagioni e degli anni o per un avvenimento storico come anniversari di persone care o di fatti memorabili.

E la festa si fa cercando di osservare dei riti. Il rito è un segno, riconosciuto da tutti, una consuetudine nella quale tutti si riconoscono. I riti della festa hanno la funzione di creare comunione di vita, hanno l’effetto di rompere il ritmo feriale del lavoro e favoriscono esperienze di gratuità e spontaneità.

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L’alfabeto della Parrocchia: E COME ENTUSIASMO

Mi è sempre piaciuta questa parola e più ancora il suo significato. Penso che non esista una parola più “religiosa” di questa. È un termine che deriva dal greco e letteralmente significa “essere in Dio”.

Negli Atti degli Apostoli con questo termine si rappresenta il sentimento di intensa gioia degli apostoli dopo la Pentecoste, il dono dello Spirito Santo.

Entusiasmo è l’incontenibile spinta ad agire e operare dando tutto sé stesso, in forza del dono di Dio dentro di se. In questo senso non è solo un attributo della propria buona volontà, ma è un dono che viene dall’alto e che agisce attraverso di noi. Insomma non si può essere entusiasti solo perché lo si desidera, ma perché si è inondati da un dono.

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L’alfabeto della Parrocchia: D COME DISCERNIMENTO

Il tema del discernimento è stato riportato all’attenzione della chiesa grazie alle esortazioni apostoliche di papa Francesco.
Nel Nuovo Testamento ci sono alcuni passaggi che fanno risaltare la necessità del discernimento. Penso a quando Gesù afferma: “come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio”.
San Paolo così sintetizza il tema del discernimento: “esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”. E San Giovanni afferma: “Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio”.
La parola discernere deriva dal latino: dis (separare) e cernere (scegliere). Si tratta di considerare tutti i termini di una questione, per operare serenamente e liberamente una scelta giusta. L’obiettivo del discernimento è condurre le persone ad una autentica e matura comprensione della propria realtà per crescere nel bene e nella vita dello Spirito Santo.

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L’alfabeto della Parrocchia: C COME CATECHESI

La parola catechesi deriva dal greco e letteralmente vuol dire “fare eco”. Proprio come quando in montagna, tra le valli, si lancia un grido e lo sentiamo risuonare più volte.

Il Vangelo è il grido di salvezza urlato da Cristo, Salvatore del mondo, urlato da Betlemme, passando  dal Calvario, fino al sepolcro vuoto. Il grido del Vangelo è giunto fino a noi.

Il dizionario dice che l’eco è “un fenomeno prodotto dalla riflessione di onde sonore contro un ostacolo”.

Tra le valli dei secoli continua a risuonare l’eco del Vangelo grazie ai molteplici “ripetitori” che non si stancano di annunciare la Parola della salvezza.

I compiti della Chiesa sono principalmente tre: Celebrare i Sacramenti, annunciare il Vangelo e organizzare la carità. Annunciare il vangelo è la catechesi in tutte le sue forme. Purtroppo la parola catechesi è ridotta ad una attività per i bambini. Mentre il Catechismo della Chiesa Cattolica è, anzitutto, una risorsa per l’insegnamento della fede e per sostenere gli adulti nella Chiesa nella loro missione di evangelizzazione e di apostolato.

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L’alfabeto della Parrocchia: B COME BILANCIO

Il rapporto Parrocchia e beni economici è tanto importante quanto delicato.

La Chiesa, pur possedendo e usando beni economici, dovrebbe lasciarsi sempre guidare dalla fedeltà alla povertà evangelica e alla sua missione di annunciare a tutti Gesù Cristo come unico Salvatore.

Una prima consapevolezza è quella che ci fa dire che i beni economici di proprietà della parrocchia sono il frutto della generosità di molti benefattori del passato e del presente; benefattori da ricordare con gratitudine nella preghiera.

A cosa servono i soldi nella parrocchia? I soldi si usano per:

– la costruzione e la conservazione delle strutture finalizzate alle iniziative per l’evangelizzazione, la liturgia, l’aggregazione e la formazione dei credenti.

– il sostegno al servizio dei poveri;

– l’onesto sostentamento dei presbiteri e degli altri ministri.

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L’alfabeto della Parrocchia: A COME ACCOGLIERE

Ad un parroco è stata fatta recentemente questa domanda: Come ti immagini la Parrocchia di domani? E lui risponde: Un luogo che custodisce la bellezza, la tenerezza che tiene la porta aperta e il focolare acceso, perché la salvezza è diventare fraternità.

Bella questa immagine della porta aperta e del focolare acceso. Fa immediatamente pensare alla casa. Ricordo che un giorno stavo per visitare una persona della nostra parrocchia. Suonato il campanello sento che dall’interno questa persona apre tre serrature della porta blindatissima e poi esclama tra se: “non si è mai chiusi a sufficienza!”.

Capisco anch’io che la sicurezza è importante, ma questo non ci deve chiudere in noi stessi.

La parola “Parrocchia” significa letteralmente “Casa tra le case”. Ciò che rende gradevole abitare una casa è proprio la capacità reciproca di accoglienza.

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IL DECIMO COMANDAMENTO: «Non desidererai la roba del tuo prossimo»

Il decimo comandamento ha la stessa radice del nono: “Non desidererai” e proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal settimo comandamento.

Nella Bibbia si racconta che Nabot era il proprietario di un vigna, e quella vigna era tutto ciò che egli possedeva.  Acab, il re di Samaria, desiderava ottenerla per averla come un orto. Nabot si rifiutò di venderla al re. Il perfido Acab farà di tutto per avere quella vigna fino a complottare per far lapidare Nabot.

Da sempre l’uomo non si fa scrupolo di impossessarsi di tutto ciò che la propria ingordigia gli indica, anche a costo di mentire e di fare male agli altri.

La vigna di Nabot può essere considerata il simbolo della “roba” che appartiene al prossimo e che è oggetto del desiderio di altri.

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IL NONO COMANDAMENTO: «Non desidererai la moglie del tuo prossimo»

Il nono e il decimo comandamento sono da ascoltare come se fossero uno. Ad avvicinarli è la stessa radice: “Non desidererai”.

Il significato potrebbe essere scoperto in questo riassunto: dopo aver esortato l‘uomo a non prendersi gioco dei propri fratelli e ad essere sincero nei loro confronti, Dio, con gli ultimi due comandamenti, esorta l‘uomo a rispettare i legami tra le persone, a mettere le briglie all’egoismo e al desiderio di possesso che potrebbero spingerlo a infrangere relazioni consolidate.

Il cuore delle persone è spesso tentato di “distrarsi” un attimo per volgere lo sguardo verso possibili “occasioni straordinarie”.

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L’OTTAVO COMANDAMENTO: «Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo»

Questo comandamento proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri.

Dio non solo vuole la verità, ma è la Verità e la vocazione del popolo di Dio consiste nell’essere testimonianza trasparente della verità. In questo senso essere fedeli a Dio significa ricercare la verità e  impegnarsi a testimoniarla.

Non si tratta perciò solo di “non dire le bugie”, che già sarebbe tanto, ma di non deve accusare ingiustamente nessuno e di deporre sempre la verità.

Ubbidire a questo comandamento implica lasciarsi educare dalla Verità ed essere persone leali, oneste e sincere.

Gesù riprende l’insegnamento dell’Antico Testamento ed insegna che il parlare deve essere “sì, sì, no, no; perché il di più viene dal maligno.

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