Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

Gli Hikikomori e la paura di uscire di casa

Si torna, in queste settimane, a parlare con insistenza di un fenomeno che colpisce soprattutto i ragazzi: la paura di uscire di casa, una vera e propria fobia sociale. Il lockdown da coronavirus ha costretto tutti a trascorrere le giornate chiusi in casa.

Dice Maria Rita Parsi: “La reclusione di questi mesi ha dato vita a una regressione: è come se fossimo tornati in un grembo materno che ti accoglie senza chiederti nulla in cambio. Il fatto poi che sia una reclusione obbligatoria fa cadere i sensi di colpa legati al rallentamento del ritmo e alla rinuncia a uscire nel mondo per affrontare sfide lavorative e personali. La casa è diventata un luogo di sollievo, dove non esiste il pericolo di intrusioni e aggressioni esterne e dove si può essere pigri senza doversi giustificare. Le uniche imposizioni del ritiro sono quelle di cibarsi dal punto di vista fisico e mentale, ovvio che ci si trovi bene.”

Mi ha molto colpito il tema della pigrizia sociale. Mi pare infatti che il ritiro forzato abbia “congelato” il desiderio di fare comunità.

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La regola delle 5 W e l’Eucarestia

Ecco il pane degli Angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli. La Festa del Corpus Domini, istituita all’indomani del prodigioso miracolo di Bolsena, è una stupenda occasione per ritornare al centro della nostra fede cristiana.

C’è una regola nel giornalismo nota come Five Ws che viene utilizzata per compiere una sintesi di una determinata questione e per aiutare a ricordare i dati essenziali. È una specie di promemoria per facilitare la raccolta delle informazioni. Le cinque W sono: Who, What, Where, When e Why.

Cioè: Chi, Che cosa, Quando, Dove e Perché.

Possiamo applicarla, questa regola, anche per l’Eucarestia.

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Il tennis come la vita

Chi non conosce Adriano Panatta? È considerato il più grande tennista italiano e ha vinto 10 titoli internazionali. Nel 1976 si è aggiudicato l’unica Coppa Davis conquistata dall’Italia. Attualmente è opinionista televisivo ed scritto un libro il cui titolo è molto provocante: “Il tennis l’ha inventato il diavolo” con un sottotitolo altrettanto intrigante: I colpi impossibili, le pazzie dei campioni e tutti i match in cui il demonio ha messo la coda.

Il tennis, dice Panatta, è uno sport pieno di magia e allo stesso tempo ha in sé qualche cosa di diabolico. Capita di giocare in uno stato di grazia, di trovarsi in momenti in cui tutto riesce e marcia perfettamente. Poi qualche cosa va storto e ci si ritrova come colpiti da una maledizione, non va più bene nulla. Nel bene e nel male si è in balia di tanti elementi che possono girare in un senso o nell’altro.

Essere in balia: ecco l’elemento diabolico del tennis… e della vita.

Ad un certo punto, per avvalorare la sua tesi, Panatta cita quello che diceva un giocatore della Croazia, Goran Ivanisevic: “Il tennista ha cinque avversari: il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e se stesso. E quando gli domandavano: e l’avversario oltre la rete? Lui rispondeva. Si c’è anche quello. Ma è il problema minore.

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La cura

Franco Battiato ci ha lasciato. È stato una delle figure di spicco del panorama della musica italiana, come compositore e come cantautore. Si è anche prodigato nella regia, nella pittura, nella letteratura. Qualcuno l’ha definito “curioso per professione”. Amante del bello, poeta e uomo di grande cultura. Uomo riservato ma anche di grande spirito ironico. Se ne è andato all’improvviso. Nessuno se l’aspettava.

La sua originalità, riconosciuta da un vasto pubblico di estimatori, è stata quella di ricercare, attraverso una combinazione di molteplici stili musicali, una via propositiva per comunicare la bellezza. La sperimentazione come libertà da ogni forma di vincolo.

Il giorno che ci ha lasciato ho provato a chiedere a un po’ di persone: qual è la canzone di Battiato che ti piace di più? Senza esitare la risposta unanime è stata: “La cura”.

In effetti questa canzone è un vero capolavoro della musica italiana. Pur essendo una canzone molto ascoltata ed amata, ognuno, in base a come è e a quello che sente, la interpreta a modo suo. E forse è giusto così.

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La fede oltre il buio

Di fronte ad eventi dolorosi e incomprensibili ci diciamo: solo la fede può sorreggere, solo la fede può aiutare a trovare un po’ di luce, ad intravedere una parvenza di senso.

Ma cosa significa in realtà che la fede ci può aiutare?

C’è una bella preghiera ebraica che dice: Io credo nel sole anche quando non brilla. Io credo nell’amore anche quando non lo sento. Io credo in Dio anche quando tace.

Queste parole sono contenute in un piccolo ma gigantesco libretto intitolato “Yossl Rakover si rivolge a Dio”. Un libro di 18 pagine, la lettera-testamento di un uomo resistente. Nel 1943 nel ghetto di Varsavia è in fiamme, le forze armate delle SS stanno facendo irruzione e Yossl Rakover si rifugia in uno scantinato dopo che la follia nazista ha trucidato sua moglie e i bambini. Prende carta e penna e in un monologo struggente scrive della sua fede, l’unica forza che gli da speranza nel buio della sua tragedia.

Queste sagge parole esprimono la condizione radicale dell’uomo che cerca di vivere nella fede, sempre e soprattutto nei momenti della fatica e della sofferenza.

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Rielaborare il lutto

Quanto tempo ci occorre per rielaborare un lutto? Quali sono i passi da compiere per riuscire a farlo? La morte di una persona cara può addirittura diventare occasione per riprendere nuova forza per vivere e per rivisitare il nostro modo di intendere la serenità, la bellezza e l’esistenza stessa.

Questo è il sentiero percorso da Eric-Emmanuel Schmitt, uno degli autori contemporanei più convincenti, nel suo ultimo libro intitolato “Diario di un amore perduto”. Egli narra la morte della sua amata mamma e redige un diario dei mesi successivi: ci vogliono due anni, dice, per elaborare un lutto.

Ritrascrivo le prime e le ultime parole del libro. Il diario inizia con queste parole: “Mamma è morta stamattina. È la prima volta che mi fa soffrire.

Il libro termina così: “Stamattina mamma è viva, e non è l’ultima volta che mi regalerà gioia.

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La gioia va coltivata

Ho trovato un appunto su un mio vecchio quaderno che, coll’avanzar del tempo, ritrovo ancor più vero. Quando la vita suona l’ora della raccolta si sentono, senza aver fatto troppo di male, mille piccoli disgusti di se stesso, il cui totale non fa un rimorso pieno, ma un disagio oscuro.

L’ho riletto pochi giorni fa citato nel libro “A riveder le stelle” il volume di Aldo Cazzullo su Dante, il poeta che inventò l’Italia.

Scopro che queste parole, contenute nel Cyrano di Bergerac, le pronuncia un certo De Guiche, il prepotente riccone che vuole portar via Rossana da Cyrano. Quando è il momento di tirare le somme, della vita o di qualche esperienza, si guarda indietro: non si è mai fatto nulla di troppo male per avere un rimorso, ma è la somma di tanti piccoli disgusti a generare un continuo e oscuro disagio.

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Chiesa in uscita?!

La fotografia non è un granché.

Nel 1957 don Lorenzo Milani pubblica la sua prima opera intitolata “Esperienze pastorali” nella quale l’autore raccoglie i suoi pensieri relativi al periodo da lui trascorso come cappellano a San Donato.

Rileggendo la vita della parrocchia egli si interroga sulla vita dei fedeli, sulla loro condizione sociale e sul loro rapporto con la fede. Questo suo primo libro nel 1958 venne ritirato dal commercio per volere del Sant’Uffizio. Solamente pochi anni fa, per volere di papa Francesco, sono state tolte le proibizioni e “Esperienze pastorali” è tornato ad essere un prezioso strumento per conoscere la profezia di don Milani.

Papa Francesco insiste in ogni suo scritto o discorso a descrivere il suo sogno per una chiesa in uscita, una chiesa missionaria.

Ho sempre fatto un po’ di fatica a capire cosa significa questa espressione: “Chiesa in uscita”. Uscire da dove e per andare verso cosa?

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Dimmi come fotografi e ti dirò chi sei

Tutti, nell’epoca dello smartphone e dei social abbiamo iniziato a fotografare ininterrottamente e abbiamo la memoria del nostro telefono sempre colma per le innumerevoli immagini che traffichiamo.

Se penso a come si facevano le fotografie una volta viene proprio da sorridere: ci voleva molto tempo, occorreva una macchina, la pellicola, lo sviluppo… come è cambiata la fotografia ai tempi dei selfie. La macchina fotografica si usava in occasioni speciali, un matrimonio, una festa, un viaggio. Oggi ci sentiamo tutti fotografi, in tempo reale, immediatamente.

Gli esperti parlano giustamente di iperfotografia e le parole d’ordine sono: scattare, elaborare, condividere.

La cosa bella è che oggi la fotografia è molto accessibile e non la usiamo solo per immortalare momenti importanti ma anche per esprimerci. Magari per esprimere sentimenti e idee profonde oppure cose banali, ovvie o inutili, comunque sempre espressione di ciò che siamo.

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Cercare con il lanternino

Nel famoso quadro della cattura di Cristo, realizzato da Caravaggio, c’è un personaggio che gli esperti assicurano essere l’autoritratto dell’autore, che nel buio della scena sostiene una lanterna molto luminosa.

Con tutta probabilità Caravaggio si rifà ad un episodio accaduto al grande filosofo, teorizzatore della corrente del cinismo. Il filosofo si chiama Diogene Laerzio ed era un filosofo del IV secolo avanti Cristo. Un personaggio curioso, acuto e bizzarro. Viveva in totale miseria, dormendo in una botte aperta e possedendo pochi indumenti. Viveva come un cane, così diceva lui, randagio e senza casa, giustificandosi che lui “abbaiava” come un cane ringhioso, denunciando con insistenza i mali della società in cui viveva.

Un giorno lo videro aggirarsi per la piazza della città con una lanterna in mano, in pieno giorno, sotto il sole cocente. A coloro che gli domandavano che cosa stesse facendo lui rispondeva: “Cerco l’uomo”.

Non tanto un uomo onesto o puro, come intenderemmo oggi, ma l’uomo che vivesse secondo la sua vera natura non repressa dalle convenzioni sociali, dalle esteriorità, dalle regole e non schiavo della fortuna e della sorte capricciosa.

Fare luce sull’essere umano è esercizio fondamentale perché c’è una vocazione che ci riguarda tutti ed è il senso che illumina la nostra intera esistenza.

A Diogene dobbiamo la famosa espressione: “Cercare con il lanternino”, ossia cercare con accuratezza, impegno e dedizione.

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Credo nella resurrezione

L’atto di fede nella Pasqua non può essere ridotto all’adesione intellettuale all’articolo del credo. Certo questo è fondamentale, ma non è un dato di partenza, piuttosto di arrivo. Così almeno ci raccontano i Vangeli: l’elemento discriminante è il fatto di aver incontrato dei testimoni che hanno sperimentato nella loro vita la forza reale della resurrezione.

A ben pensarci questi testimoni li possiamo incontrare anche noi.

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