Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Credo nella resurrezione

L’atto di fede nella Pasqua non può essere ridotto all’adesione intellettuale all’articolo del credo. Certo questo è fondamentale, ma non è un dato di partenza, piuttosto di arrivo. Così almeno ci raccontano i Vangeli: l’elemento discriminante è il fatto di aver incontrato dei testimoni che hanno sperimentato nella loro vita la forza reale della resurrezione.

A ben pensarci questi testimoni li possiamo incontrare anche noi.

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Il silenzio di Dio

Con la Domenica delle palme entriamo nella settimana santa. Sono i giorni nei quali siamo chiamati a celebrare e a contemplare la morte e la risurrezione di Gesù, la sua Pasqua, il centro assoluto della nostra fede.

Sullo sfondo delle celebrazioni si staglia la croce, proprio lì, sul legno ruvido della croce, Gesù porta a compimento la sua vita. La croce svela il senso della sua vita compiuta nel segno dell’offerta totale di se. Ma non è la sofferenza il senso della sua morte. Il senso della vita di Gesù non è nascere per soffrire, ma nascere per amare. Ed il suo amore è stato incondizionato e libero, fino alla fine.

Una cosa appare, come inquietante, nella scena della morte di Gesù: il silenzio del Padre. Quel Padre tanto pregato dal Figlio, quel Padre a cui Gesù affida il suo Spirito prima di morire. Che ruolo ha avuto Dio nella croce? Dio, e questo è inquietante, sta in silenzio. Ma che tipo di silenzio è quello di Dio? Ci sono concesse per lo meno due interpretazioni.

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La rivoluzione della gentilezza

Fratelli tutti è proprio un testo da leggere: il pensiero di Francesco per la fraternità di tutti i popoli.

Ci sono i macro temi che il Papa affronta con molta sapienza e che sono destinati a tutti gli uomini di buona volontà del mondo, ai responsabili del mondo, al di là del loro credo: i diritti umani, la globalizzazione, l’amore universale, il bene comune, la pace, la politica… E poi ci sono temi che possono essere di grande utilità per riflettere sul nostro stile di vita, sul modo con cui ci comportiamo nelle nostre piccole faccende quotidiane.

C’è un piccolo paragrafo intitolato “Recuperare la gentilezza”. Afferma il Papa: Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”.

Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza.

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Domenica laetare

Chissà perché Gesù non ha raccontato una parabola sul concime. Certo non è un immagine molto spettacolare o attraente. Eppure è un immagine che esprime molto bene il processo della salvezza.

Io, mi perdoni Gesù, l’avrei raccontata più o meno così: il regno di Dio è come il letame che può trasformare i rifiuti in preziose risorse.

La domanda bizzarra mi viene suggerita mentre ascolto alla radio la presentazione di un libro scritto da un giovane coltivatore che si chiama Matteo Cereda. Il libro si intitola “Mettete un orto sul vostro balcone”.

Nel periodo del lockdown, dice l’autore molti si sono applicati con passione alla coltivazione. Anche chi vive in città e non ha a disposizione la terra del giardino può inventarsi coltivatore sul balcone di casa propria. Nel libro spiega come fare con tutte le attenzioni necessarie.

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Celebrare il tempo del pianto

Lo scorso anno in queste settimane iniziava il calvario per tanti fratelli e sorelle che non ce l’hanno fatta contro la durezza del Covid, il nemico invisibile che ha mietuto e continua a mietere migliaia e migliaia di vittime in tutto il mondo. Nel ricordo di tanta sofferenza celebriamo il tempo del pianto.

Quando Gesù vide Maria che piangeva, e vide piangere anche quelli che erano venuti con lei, fu scosso dalla tristezza e dall’emozione… Gesù si mise a piangere. Così il Vangelo racconta la partecipazione del Signore al dolore della morte dell’amico Lazzaro.

Celebrare il tempo del pianto vuol dire riconoscere la nostra impotenza davanti alla sofferenza degli altri. Questo ci costringe a rimanere a lungo in silenzio prima di balbettare qualche parola che abbia il sapore della speranza e della consolazione rifiutando di pronunciare frasi fatte e di tentare di esprimere una compassione artificiale. Le lacrime che nascono dal cuore purificano la nostra vicinanza vicino a chi soffre.

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Kintsugi

Quando un oggetto di valore, un vaso, una ceramica, cade e si rompe frantumandosi in tanti pezzi, non resta che raccogliere i cocci e gettarli nella pattumiera. Più l’oggetto vale e più e acuto il dispiacere. Un oggetto rotto è inservibile.

Pensavo a questa evidente verità riflettendo sugli effetti della pandemia dalla quale pare fatichiamo ad uscire.

Quante cose si sotto rotte con la pandemia: si e rotta la vita sociale, la comunità, si e rotta la frequentazione normale di tanti luoghi e di tante attività, si è rotta la sicurezza della vita e si sono rotti tanti rapporti. Sorge spontanea la domanda: cosa ne faremo dei cocci?

Sembra assodato, perché ne abbiamo molte dimostrazioni, che non è vero che saremo migliori di prima. Siamo come un vaso rotto, siamo come un corpo ferito e inerme di fronte alla sofferenza e al pessimismo.

Eppure, nemmeno di fronte alle rotture più catastrofiche, come cristiani, non possiamo pensare che il futuro non sia buono.

Così scopro il valore metaforico del Kintsugi. Leggo un articolo su una rivista e rimango letteralmente illuminato.

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