Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

Ultimi articoli pubblicati

Trovare Dio in ogni cosa

Il Covid ha portato a galla, tra le tante altre cose, la natura fragile della fede degli uomini e il “senso di Dio” che sempre più pare svanirsi.

Nei dibattiti degli addetti ai lavori ma anche nelle conversazioni abituali della gente sembra ormai assodato che siamo di fronte al fallimento della catechesi tradizionale e che la trasmissione della fede alle nuove generazioni sia definitivamente in stallo. Come fare dunque?

La questione che sorge è di sapere se si possa proporre un’altra via, specialmente ai ragazzi e ai giovani, per aiutarli a percepire la presenza dell`Altissimo, sia nella loro vita, sia nel mondo nel quale sono necessariamente inseriti. Come aiutare i nostri figli ad avere il senso di Dio?

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Mi fa male il mondo

È soprattutto in macchina che mi piace ascoltare un po’ di musica e generalmente prediligo i cantautori italiani. “Mi fa male il mondo” è il titolo di una canzone di Giorgio Gaber, tratta dall’album del 1995 “E pensare che c’era il pensiero”.

Con la sua immensa produzione teatrale e musicale Gaber è stato uno degli interpreti più lucidi del secondo dopoguerra.

Musicista geniale grazie alla sua acuta ironia, persona gentile, profonda e poeta romantico ed efficace.  Molte sue canzoni sono orecchiabili e molto conosciute, altre, non di minore importanza, sono meno note ma rimangono icone interessanti soprattutto per la capacità di Gaber di analizzare la società e i comportamenti contraddittori degli uomini. Cantautore che sa alternare il tono della denuncia con quello della comicità.

“Mi fa male il mondo” appartiene all’esperienza denominata “canzone teatro” nella quale Gaber si prodiga in bellissimi monologhi intervallati dalle sue memorabili canzoni.

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Faccio finta

Dalla fine del mese di Febbraio le acquasantiere della chiesa sono vuote. Da allora chi entra in chiesa non può più compiere quel meraviglioso gesto di intingere la mano nell’acqua santa e fare la memoria del proprio Battesimo, segnando in nostro corpo, cioè la nostra vita con il segno della croce.

Tutto è diventato intenzionale e la soppressione dei gesti, se ci ha obbligato a riscoprire l’essenziale, ci ha anche costretti a fare a meno dei segni che per noi cristiani costituiscono la manifestazione della fede.

Certo che andiamo in paradiso ugualmente anche senza segnarci con l’acqua benedetta, ci mancherebbe altro, ma senza la cura e la proprietà dei gesti sacri, il nostro atteggiamento in chiesa rischia di diventare sciatto, meno consapevole.

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Dico ancora le preghiere

Un adolescente, protagonista di un bel racconto di Erri De Luca intitolato “Montedidio” fa una riflessione sulla fede. Tenendo conto che il poeta scrittore De Luca non si professa cristiano pur essendo un profondo conoscitore della sacra Scrittura, queste parole suonano per noi come una sfida, una provocazione attuale per la vita spirituale nostra e dei nostri figli.

Montedidio” è un racconto surreale ambientato a Napoli. Il protagonista è un tredicenne che impara la vita, il lavoro e l’amore. Nel negozio del calzolaio, dove ogni giorno si applica per imparare un mestiere, incontra un misterioso anziano ebreo che lo accompagna nell’apertura alla vita. Dice quel ragazzino: “Dico ancora le preghiere. Dentro il ripostiglio dove dormo non c’è finestra e mentre mi dico l’Angelo Custode mi pare di stare sui lavatoi con tanto di cielo aperto al posto del soffitto. Non credo che questa è una fede, lo faccio per abitudine, per non togliere le ultime parole della sera. Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso. Come il bumerang, penso: a forza di esercizio si prepara il lancio, ma la fede può uscire da un allenamento? Ripeto le sue parole per iscritto, più avanti forse le capirò”.

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Alla prossima

È la forma di saluto forse più bella. Si sottintende: alla prossima volta: è un bel modo di dire ci rivedremo. Si dice quando ho vissuto un bel momento di festa e di ritrovo con gli amici o i familiari: alla prossima… avremo ancora momenti belli! Si dice quando un’occasione è andata persa: alla prossima ci riproveremo, avremo un’altra chance. Si dice quando non posso presenziare ad un evento, acconsentire ad un invito: questa volta non riesco proprio, ma alla prossima farò il possibile.

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Il “Cristo di San Juan de la Cruz” di Salvador Dalì: un’opera per entrare nel mondo di Dio

Pur essendo probabilmente il più spettacolare dipinto a carattere religioso di Dalì, l’idea di dipingere il Crocifisso “dal punto di vista di Dio” proviene da un piccolo disegno di uno dei più grandi mistici del cristianesimo, san Giovanni della Croce, autore dell’opera: “la salita del Monte Carmelo”.

La grandezza mistica e artistica del disegno di San Giovanni della Croce ha colpito Salvador Dalí, che nel 1951 ha dipinto il quadro, noto a livello mondiale, che Dalì ha voluto proprio intitolare: Cristo di San Giovanni della Croce.

Il disegno di Dalì è ovviamente più famoso di quello di san Giovanni della Croce, ma la genialità del mistico spagnolo del 1500 nasce dalla meditazione e dalla preghiera.

Nel suo libro mette in bocca a Dio la risposta a coloro che cercano sempre segni e rivelazioni mistiche: Dio Padre dice: “Ho già detto tutto nella mia Parola, Gesù. Cosa ti posso rispondere o rivelare ora che sia più di questo? Poni gli occhi solo in Lui, perché in Lui ti ho detto e rivelato tutto, e troverai in Lui ancor più di quello che chiedi e desideri… Se volessi che ti dicessi qualche parola di consolazione, guarda mio Figlio, soggetto a me, assoggettato al mio amore e afflitto, e vedrai quante te ne dirà” (Salita al Monte Carmelo 22, 5-6).

Dalì non era un uomo religioso, ma “Il Cristo crocifisso” suscita in chi osserva questo dipinto una profonda emozione.

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Il cimitero delle utopie

Il termine “utopia” mi ha sempre molto intrigato. È un termine che viene plasmato in lingua greca e più o meno significa: “luogo che non esiste”. È un termine che lungo la storia si sviluppa in particolare nella riflessione politica e sociale. In particolare c’è un autore, san Tommaso Moro, che nel 1516 pubblica il romanzo intitolato “Utopia”. Il romanzo fantastico si ambienta su un’isola, chiamata appunto Utopia, che fu conquistata da Utopo che le diede il nome. L’isola comprende 54 città collocate tutte alla stessa distanza tra loro e sono uguali tra loro per lingua, usanze, istituzioni e leggi. Tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi privilegi. Non esiste proprietà privata e tutto viene messo in comune. Sull’isola non esistono le due opposte minacce che solitamente inquinano la vita degli uomini: il lusso e la miseria.

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La preghiera della serenità

In questi giorni mi hanno lautamente nutrito l’anima due espressioni nelle quali mi sono felicemente imbattuto.

La prima è: “Nella pienezza dell’io Dio attende, nel vuoto dell’io Dio agisce”. Federico De Rosa, giovane scrittore disturbato dall’autismo, ragazzo profondo e di squisita fede, ci comunica questa frase in un videochiamata con i giovani dell’Oratorio. Avevamo avuto, anni fa, la gioia di incontrarlo qui a Dalmine con il suo fantastico papà Oreste. Questa frase l’ha suggerita al suo parroco a Roma ed è stata scelta come cammino della Quaresima appena passata.

Togliere le frasi dal loro contesto può essere deleterio per la frase stessa, ascoltare una testimonianza ed estrapolare alcune parole non ha lo stesso effetto che produce nel contesto di un incontro.

Ma questa frase, anche da sola, la ritengo davvero straripante di saggezza e di fede.

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La solennità del Corpus Domini “Non ci posso credere”

Ma dai, sinceramente, come fai a pensare che in un po’ di pane e in un sorso di vino sia presente il Signore? Non ci posso credere!

Eppure ha fatto tutto il percorso del catechismo e il gruppo con gli adolescenti. Per alcuni anni aveva anche accompagnato i bambini del catechismo e si impegnava davvero all’oratorio appena c’era bisogno di una mano.

Quella sera al telefono, durante la pandemia, appena prima di Pasqua, Marta, figlia di un mio carissimo amico d’infanzia, mi dice con aria di sufficienza e con il tono di chi finalmente si è liberato di una pesante zavorra: non ci posso credere! Alcuni mesi prima durante una cena Marta, 22 anni, aveva fatto scivolare il discorso sull’Eucarestia, come risposta alle rassegnate parole dei suoi genitori. Io credo in Dio, diceva, e mi impegno anche molto per aiutare chi ha bisogno. Ma non chiedermi di andare a Messa, non riesco ad incontrare il Signore in un rito freddo, sempre uguale e rigido. E poi non so cogliere la gioia di un’assemblea riunita passivamente, che non canta, non sorride, non si saluta.

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E se fosse per sempre…

Sarà un’estate dura e faticosa. Penso soprattutto ai ragazzi e agli adolescenti, ma anche a chi ha tanto tempo libero. Era il 20 Marzo e mentre mi stavo cucinando una pastasciutta passavano alla radio una canzone che ripeteva: “E se fosse per sempre..”.

Mi è venuto subito da pensare e da scrivere cosa sarebbe la vita se fosse sempre così? Tutti in casa con molto tempo libero, tutti a riscoprire le cose che contano, l’essenziale. Personalmente mi sono ritrovato ad avere il tempo per ciò che rimandavo sempre e per ciò che mi piaceva di più e non avevo mai il tempo di fare, leggere, meditare, pregare…

Poi, il passaggio di giorni sempre uguali, mi chiedevo: ma come vivono le persone questi giorni? Chissà che noia! Se fosse sempre così, chissà quanta gente tirava a campare senza trovare un senso, una passione, qualcosa che riempisse di gioia le giornate interminabili del lockdown.

Così quel giorno ho approfondito una riflessione sulla noia.

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Ci dev’essere un prima e un poi

Fase 1, fase 2, fase 3.

Tre mesi fa iniziavamo il calvario del Coronavirus. Ignari di come sarebbe andata a finire. Da subito abbiamo avuto la sensazione che si trattava di qualcosa che avrebbe cambiato il nostro modo di vivere.

Poi ci siamo illusi che tutto avrebbe dovuto ritornare come prima e si invocava l’avvento della normalità. In questi giorni c’è molta disinvoltura e si continua a temere.

Bisogna stare attenti e responsabili. Ma come saremo dopo?

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