Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca. Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori. Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo. La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga. Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato.
Pubblicato il
5 Giugno 2026
in
Storie di fede e Riflessioni














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