Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Vita spericolata e vita spiricolata

Chi non è innamorato non può capire Dio perché nel suo mondo si accede solo con la follia dell’amore. Esordisce così don Roberto Fiscer uno dei preti più conosciuti nel mondo dei social e che abbiamo avuto la fortuna di incontrare in Liguria con gli adolescenti. Ha una bella da raccontare e l’ha fatto circondato dall’ascolto attento e curioso degli adolescenti. I suoi video sono leggeri ma profondi fanno sorridere e riflettere. I ragazzi lo conoscono dai social e lo aspettano. Ci parla della sua vocazione. Un grande dolore lo colpisce da piccolo per la morte della sua mamma. Impara a convivere col dolore. Si sente fragile e tiene tutti lontano dal suo dolore mascherandolo. Fino a quando impara ad impugnare il coltello della fragilità non dalla parte della lama, facendosi ancora più male, ma dalla parte del manico, scoprendo che la debolezza ed il dolore possono diventare un arma per vincere il male, come diceva San Paolo, quando sono debole è allora che sono forte.

Crescendo si è diviso il tempo tra le sue passioni principali: la musica, la discoteca, le amicizie, il tifo per il Genoa… finché gli giunge tra capo e collo la proposta di animare una festa nell’oratorio del suo quartiere. Parte poi come animatore sulle navi da crociera ma ormai la nostalgia dell’oratorio gli apre una crepa nel cuore. Si butta a capofitto nell’oratorio ed incomincia a lavorare in un negozio di telefonia. Il cambiamento radicale della sua vita avviene a Roma, nel 2000, in occasione della GMG di Tor Vergata. Il Signore gli si manifesta con la vocazione sacerdotale.

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Com’è profondo il mare

Com’è profondo il mare. L’esperienza del campo estivo degli adolescenti parte da questo passaggio della canzone di Lucio Dalla.

Andiamo al mare ed è ovvio che il tema lo suggerisca proprio il mare. Con gli educatori ci siam chiesti: Di cosa hanno bisogno secondo noi i nostri ragazzi? La risposta unanime: han bisogno di alzare un po’ di livello l’asticella della qualità esistenziale della vita. Come riuscire a farlo? Scendendo nel profondo di se. Come è profondo il mare, come siamo profondi noi, se vogliamo.

Ci sono due esperienze che tutti gli adolescenti vivono, chi poco chi tanto, chi prima chi dopo: l’esperienza di innamorarsi e quella di soffrire. Riprendendo un passaggio di un romanzo di D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, l’autore giunge ad affermare che proprio il saper vivere profondamente queste due esperienze e rileggendole, gli adolescenti possono incontrare Dio.

L’amore e la sofferenza sono come il mare.

Partendo da qui abbiamo proposto ai ragazzi un percorso per indagare questa analogia.

Il mare è fonte di vita, è un caos che fa paura, per navigarlo c’è bisogno di punti luminosi di riferimento, è promettente per chi lo pesca, richiede prudenza e fiducia, è fonte di ispirazione poetica. Così l’amore. Così il dolore.

Ogni giorno della settimana abbiamo loro proposto delle attività formative che li aiutassero a scendere nel profondo e a confrontarsi.

E poi giochi, gite, turni di lavoro per cucinare ottimi pasti…

Tutto ha concorso a vivere una settimana che si aggiungerà sicuramente nell’album dei ricordi preziosi della crescita di questi giovani.

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La pietra della speranza

Di lui è stato detto: “apostolo instancabile della resistenza non violenta”. Oppure: “eroe e paladino dei reietti e degli emarginati”. Oppure ancora: “Redentore dalla faccia nera”.

Avrete capito che sto parlando del leader assoluto della non violenza, il primo americano a teorizzare, a costo della vita, le condizioni della pace, che affondano le radici nel rispetto, nella tolleranza e nella fraternità al di là di ogni differenza: Martin Luther King.

Ho visitato lo scorso anno il suo monumentale memoriale a Washington.

Riguardando le immagini di quella visita mi sono di nuovo emozionato. Il monumento intende ricordare il luogo nel quale ha pronunciato il suo leggendario discorso “I have a dream”. L’ideatore della statua prende spunto da queste parole di Martin Luther King: Io ho davanti a me un sogno… È questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

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Un via vai di relazioni

Certo che i ragazzi ci spiazzano sempre. Giornata di ordinaria amministrazione del Cre. Via vai si intitola quest’anno.

Ed è, come sempre, una circolazione pazzesca di energia. È l’energia dei ragazzi che spendono ogni forza nelle giornate estive del Cre e quando arrivano le 17.30 per la preghiera si addormentano stanchi morti. È l’energia degli animatori che vanno e vengono ininterrottamente in ogni angolo dell’oratorio per dedicarsi, con spirito di vero servizio, ai più piccoli, conoscendoli per nome e aiutandoli a vivere questi giorni nella gioia.

È l’energia, appassionata ed intelligente dei coordinatori che con esperienza ed entusiasmo partono mesi prima ad organizzare queste settimane nel modo migliore possibile. È l’energia delle mamme che in ambiti diversi, dalla segreteria alla mensa, dai laboratori alle pulizie, ci aiutano a creare le condizioni del buon funzionamento della macchina del Cre. I ragazzi ci spiazzano sempre, dicevo. Arriva Hamidou, piccolo musulmano, e mi dice: ma tu ce l’hai una moglie? No gli dico, mia moglie è la comunità. Ma ti piacerebbe avere una famiglia? Ma io, dico, una famiglia ce l’ho, siete voi la mia famiglia. E lui conclude: io cambierei le leggi, perché è troppo bello avere una famiglia. E bravo Hamidou. Famiglia è il luogo del via vai di vita, di emozioni, di collaborazione, di sorrisi.

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Tu chiamale se vuoi emozioni

Mi incuriosisce sempre l’origine delle parole perché ogni parola ha una storia e quando la si usa può sempre ravvivare il pensiero e quindi la vita.

Emozione. Che parola meravigliosa. È come un fuoco che si accende e può divampare un incendio. Se una cosa mi emoziona si accende in me un ardore. Se manca l’emozione tutto è come vuoto e noioso. Ma qual è l’origine di questa parola? Ci sono due scuole di pensiero e onestamente mi convincono entrambi.

Secondo qualcuno “emozione” deriva dal latino “e-movere” cioè agitare, smuovere, scuotere. Secondo altri deriva dal latino “emo-agere” cioè fare sangue, l’azione del sangue.

Nel primo caso ci si riferisce all’emozione come ad un terremoto, un movimento che ha la forza di rimescolare tutto. Infatti l’emozione più forte è l’amore, lo spostamento dei pensieri, dei sensi, e del corpo, un vero e proprio sisma. Anche la seconda ipotesi è molto interessante: solo ciò che appassiona, che è caliente, come dicono gli spagnoli, che scalda rende bella, forte e luminosa la vita.

Le emozioni ci ricordano questi aspetti: il movimento, la luce ed il calore. Ogni emozione ha questa forza che ci smuove e ci scalda.

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La pietà

Che meraviglia questa fotografia! È stata scattata nel mese di aprile del 1964 quando la Pietà di Michelangelo fu trasportata dal Vaticano a New York. Fu un evento unico e irripetibile.

La Pietà è considerata la scultura più conosciuta al mondo. È visitata ogni giorno da circa 40 mila persone e molto si è scritto per approfondire la conoscenza di questo capolavoro assoluto dell’arte e della fede. Michelangelo aveva solamente 23 anni quando la scolpì per il Giubileo del 1500 ed è considerata l’espressione più alta del suo genio.

“Nostra Donna con il Figlio morto in grembo” così la chiamò il Vasari, 60 anni fa compì questo viaggio straordinario.

Così leggiamo nelle cronache: “… lasciò la Basilica Vaticana e la città di Roma per imbarcarsi a Napoli sulla nave Cristoforo Colombo, che, in nove giorni e alla velocità media di 24 nodi, l’avrebbe portata all’esposizione universale di New York”.

In America furono più di 27 milioni i visitatori accorsi per ammirare il capolavoro. Nel novembre del 1965 la scultura ritornò nella Basilica di san Pietro. L’allora pontefice Paolo VI esprimeva la grande gioia per il ritorno e dichiarò che quello sarebbe stato l’unico viaggio della Pietà considerando i grandi rischi corsi per questo eccezionale trasporto e ringraziò i responsabili che “con grande abnegazione si adoperarono per la riuscita di questo viaggio”.

Un’ulteriore clamorosa vicenda riguardò l’opera di Michelangelo pochi anni più tardi, nel maggio del 1972, quando il gruppo scultoreo venne terribilmente mutilato a causa di un pazzo che con un gesto sacrilego lo danneggiò. L’anno successivo l’intervento di restauro restituì a Roma e al mondo intero l’integrità rinnovata della statua.

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PAR COEUR

Per caso mi sono imbattuto in una citazione di Daniel Pennac che mi ha fatto molto pensare. Pennac è uno scrittore che nasce a Casablanca e vive nel sud della Francia dove insegna in istituti tecnici.

Nel suo metodo c’è la consuetudine di insegnare a memoria lunghi brani di letteratura. Lui stesso racconta di aver insegnato ai suoi alunni un testo a memoria a settimana. I ragazzi, afferma, si appassionano così alla letteratura.

Ed eccoci alla citazione:  “Con una poesia si fa innamorare una donna, con una citazione si fa politica, con la riflessione si scopre il senso del mondo. Ogni ragazzo quei brani li reciterà a qualcun altro, per condividerli, per il gioco della seduzione, o per fare il saccente, ma questo è un rischio da correre”.

Imparare a memoria. È giusto o sbagliato? Nella scuola di un tempo l’apprendimento mnemonico era molto diffuso, mentre oggi si tende a sostituirlo con altri metodi perché lo si considera un esercizio frustante e piuttosto inutile.

Imparare a memoria per qualcuno è sbagliato perché ti porterebbe ad accontentarti di apprendere delle nozioni ma non a farti domande e a cercare personalmente le risposte. Per altri è giusto perché sarebbe come fornirsi di materiale per sapere cose che possono sempre essere utili, anche in altri contesti, rispetto alla scuola.

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Il peso dell’anima

Con i sacerdoti della fraternità di Dalmine abbiamo condiviso una visita guidata e meditata nel monastero di Pontida. Ci ha accolto Don Giordano Rota l’abate dei monaci e ci ha condotti nei posti più significativi del monastero. Giunti nella chiesa ci ha illustrato l’altare del 1300. Due formelle ricoprono l’altare. Mi ha molto colpito la formella che illustra la scena dell’arcangelo Michele che pesa le anime. Nell’iconografia San Michele è raffigurato a cavallo con una bilancia in mano. Anche se si vedono male nella foto, sulle braccia della bilancia ci sono due soggetti, uno che esulta e uno che piange. L’anima più pesante, che “sbilancia la bilancia”, è quella di colui che gioisce. Pesa di più perché il suo peso è determinato dalle buone opere. Esulta perché è felice che gli venga riconosciuto il valore del bene compiuto. L’altro invece piange perché non ha il peso delle buone opere, è leggero e inconsistente, piange perché riconosce di aver perso l’occasione della vita di compiere il bene.

Il messaggio è chiaro e richiama il capitolo 25 di san Matteo sul tema del giudizio universale: Gesù esorta a credere che alla fine della nostra vita saremo misurati sull’amore concreto che avremo vissuto nei confronti del nostro prossimo.

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Richiesta di disponibilità o dono di una possibilità?

Attraverso questo breve scritto sono a chiedere, a chiunque desideri spendere un po’ del suo tempo, di vivere, nella forma del volontariato, qualche ora presso la Casa Accoglienza Anziani.

La presenza dei volontari all’interno della struttura è sempre stata di fondamentale importanza. Esiste dall’inizio dell’attività un gruppo di circa una ventina di volontari che si alterna nella settimana con un turno di servizio per le diverse necessità.

La difficoltà principale emerge in particolare nei mesi estivi per le ferie dei volontari stessi, per le ferie del personale e per le vacanze delle nostre suore. Ma al di là dell’estate il ruolo dei volontari garantisce una vicinanza umana che ha un risultato immediato ed impagabile: il sorriso dei nonni. Io non esito a dire una cosa: passare qualche momento alla RSA fa bene agli anziani, di sicuro, ma fa benissimo ai volontari: si stabilisce una relazione e si mette in circolo quella linfa che porta frutti di bene e fa crescere la comunità.

Cosa fanno i volontari? Fanno molte cose in base alle necessità. In particolare: donano la loro disponibilità nei momenti di vita quotidiana degli ospiti in orari definiti durante  il momento del pasto, là dove è possibile, trasportano gli ospiti dai reparti al salone per le attività di animazione che cambiano nei diversi giorni della settimana, li trasportano quando c’è la Messa, al mattino del Martedì e del Giovedì e alla prefestiva del Sabato pomeriggio ed infine fanno un po’ di compagnia, chiacchierano, bevono insieme il te o il caffè, ridono e scherzano.

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Rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi

Nel mese di maggio abbiamo pregato il Rosario e, in ogni sera, abbiamo meditato sulle tante preghiere che arricchiscono la devozione mariana dei cristiani.

Il tema ricorrente è la richiesta che noi, suoi figli, le rivolgiamo affinché ci ascolti. Esattamente come fa ogni bambino che chissà quante volte in un giorno chiama la sua mamma proprio per questo. 50 volte? O forse di più un bambino ogni giorno chiama la mamma. Anche noi, quando preghiamo il Rosario, chiamiamo 50 volte la nostra Mamma del cielo.

C’è un passaggio di una delle preghiere più belle, la Salve Regina, una preghiera sorta nel Medioevo, che dice: illos tuos misericordes oculos ad nos converte, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.

Domandiamo alla Madonna di ascoltarci… rivolgendo a noi i suoi occhi.

Mi ha fatto venire in mente un simpatico racconto nel quale si dice che una giovane mamma, in cucina, preparava la cena con la mente totalmente concentrata su ciò che stava facendo: preparare le patatine fritte. Il bambino aveva avuto una intensa giornata alla scuola materna e raccontava alla mamma quello che aveva fatto. La mamma gli rispondeva distrattamente con monosillabi e borbottii.

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La speranza non delude

Nella domenica dell’Ascensione, il 9 Maggio scorso, Papa Francesco ha consegnato la Bolla di indizione del Giubileo che celebreremo nel 2025.

Avremo modo di riflettere nei prossimi mesi sull’importanza di questo evento, per la Chiesa e per il mondo. Intanto vorrei soffermarmi sul titolo della Bolla: “Spes non confundit”, espressione che troviamo nelle lettere di san Paolo, la speranza non delude (Romani 5,5).

All’inizio del testo dice Papa Francesco: possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. Questo è il primo obiettivo dichiarato: rianimare la speranza, affinché tutti i pellegrini che giungeranno a Roma, o tutti i fedeli che vivranno il Giubileo nelle proprie Parrocchie o Diocesi, percepiscano il desiderio di riaccendere la speranza. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene. La Chiesa è chiamata, in ogni angolo del mondo, ad essere portatrice di nuova speranza.

Nel titolo della Bolla sento risuonare le parole di Peguy, nel famoso poema “Il portico del mistero”: La fede non mi stupisce Non è stupefacente Risplendo talmente nella mia creazione. Nel sole e nella luna e nelle stelle. In tutte le mie creature… La carità va da sé. Per amare il prossimo c’è solo da lasciarsi andare, c’è solo da guardare una simile desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Riprendersi. La carità è tutta naturale, tutta zampillante, tutta semplice, tutta alla buona. E’ il primo movimento del cuore. E’ il primo movimento che è quello buono. La carità è una madre e una sorella… Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.

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Ergo sum

Una delle frasi più efficaci e più famose di tutta la storia della filosofia e della letteratura è sicuramente quella di Cartesio, uno dei padri dell’epoca moderna: “Cogito ergo sum”, penso dunque sono. Una locuzione che riassume il percorso del suo pensiero illustrato nell’opera “Il discorso sul metodo”. In breve, ma molto in breve: ogni realtà dev’essere sottoposta al dubbio. Tutto dev’esser messo in discussione affinché si accetti come vero solamente quello che è evidente, cioè privo di ogni forma di dubbio. Alla fine Cartesio arriva a dire che l’uomo pensante rappresenta l’unica certezza che sopravvive al dubbio. Il fondamento dell’esistenza è il pensiero.

Qualcuno poi si è divertito a modificare la locuzione cartesiana. Dubito ergo sum. Amo ergo sum. Mangio ergo sum. Rogito ergo sum. E via di questo passo.

Una variazione interessante è quella che inverte i termini della frase: Sum ergo cogito. Sono quindi penso. Un’inversione che sottolinea che l’esistenza è il fondamento del pensiero. Il fatto di esistere permette di pensare. Il fondamento del pensiero è l’esistenza.

Ma forse l’intuizione più folgorante fu quella del teologo Karl Barth, che alcuni secoli dopo Cartesio, ha cambiato la frase mutandola al passivo: “Cogitor ergo sum”, Sono pensato, dunque sono. L’esistenza umana trova il suo fondamento nel pensiero dell’amore generativo di un Altro, che mi permette si esistere.

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Myriam

Nel mese di Maggio i cristiani pregano con ancor più passione il santo rosario. Mi è sempre piaciuta una litania che viene attribuita alla Madonna: “Stella matutina”, stella del mattino. Oppure, come si prega in una bella antifona mariana: “Stella del mare”. I fedeli invocano Maria riconoscendosi figli che nelle angosce ricorrono a Lei, Madre che, come stella, conduce al porto sicuro. Maria viene identificata come una sorta di stella polare, una guida e una speranza per coloro che viaggiano in mare e che in senso più ampio viaggiano nei pericoli dell’esistenza.

Quando il mare pare impraticabile e le notti sono buie possiamo solo immaginare la paura per chi naviga. Un vero disastro. A proposito sapete cosa vuol dire “disastro”? Appunto, letteralmente significa senza stelle. È la mancanza di stelle che disorienta i naviganti, è viaggiare senza astri che indicano la rotta.

La presenza di Maria è paragonata ai corpi luminosi che nel cielo sono punti di riferimento stabili. La presenza luminosa di Maria è per noi una costante fonte di speranza e di fiducia.

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Il bistrot nella cattedrale

A me, che da molto fastidio chi chiacchiera in chiesa, mi fa una certa impressione che nel cuore della cattedrale anglicana di Liverpool abbiano addirittura posizionato un bistrot, tavolini al centro della navata con bar e ristorante. Poco prima c’è, in un altare laterale, il negozio dei ricordi e dei santini. In una guida rapida della città si legge: la cattedrale di Liverpool è la più grande del regno Unito e ha gli archi gotici più grandi del mondo… è stata progettata da Giles Gilbert Scott, che aveva solo 22 anni quando vinse un concorso per ottenere il lavoro nel 1902… La cattedrale ha anche un proprio ristorante, il Welsford Bistro, ottimo per provare un piatto di Scouse, sostanziosa zuppa a base di carne di manzo e verdure.

Insomma, all’interno della cattedrale si trovano uno shop e un bar con bagni pubblici e durante o alla fine della visita è possibile fermarsi, mangiare e bere.

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I monaci di Lerins

Di fronte a Cannes ci sono due isole, santa Margherita e Sant’Onorato. Su quest’ultima, chiamata anche isola di Lerins, verso la fine del quarto secolo sant’Onorato di Arles si rifugia in cerca di solitudine. Dal momento che molti discepoli lo inseguono decide di fondare un monastero. Da allora la presenza dei monaci è sempre stata di richiamo per molti pellegrini che desiderano vivere una sosta di riflessione e di preghiera. Abbiamo incontrato il monaco Giancarlo, piemontese, che ha condiviso con noi alcuni elementi della vita monacale.

I monaci non formano un’élite di persone perfette, un gruppo chiuso che si isola dal mondo. I monaci sono “abbordabili” cioè sì possono facilmente avvinare. Sono persone che hanno una bassa soglia di approccio, accessibile a tutti, alla mano. I monaci sono capaci di incontrare e di ascoltare gli uomini e le donne del nostro tempo. Se non facciamo questo, si chiede Giancarlo, a cosa serviamo? Nel monastero dobbiamo vivere in pienezza la liturgia, è vero, ed il ritmo della nostra liturgia riempie il giorno e la notte. Tuttavia nello stesso tempo dobbiamo andare incontro senza esitazione a chi viene da noi, per qualunque richiesta.

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L’occhiolino di Isacco

Il viaggio parrocchiale in Costa Azzurra ci ha regalato molte emozioni.

Ogni viaggio si compie tre volte, la prima nel desiderio, prima di partire, la seconda nella realtà stessa e la terza quando lo si ricorda.

Personalmente tra i ricordi più belli custodisco quello della visita a Nizza del museo di Chagall, il museo nazionale del Messaggio biblico. Ci sono circa venti dipinti, molto grandi, con i quali l’autore ripercorre le scene principali delle storie bibliche, la creazione, Abramo, Noè, Giacobbe, Mosè, il Cantico dei Cantici, il Re Davide, la deposizione di Gesù dalla croce, ecc.

Mi ha molto colpito un particolare della scena del sacrificio di Isacco.

L’azzurro è il colore di Dio, dell’Angelo che ferma la mano armata di Abramo. Il rosso avvolge Abramo, è il colore della passione, del dramma. È una prova dura quella chiesta all’anziano uomo divenuto padre al di là di ogni speranza.

In alto oltre la cornice c’è la mano di Dio. Prima dona e poi richiede?!

In basso viene rappresentato Isacco, il figlio che prefigura il Figlio ed il suo sacrificio reale sulla croce. Isacco è giallo, il colore dell’abbandono fiducioso nella Provvidenza.

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Quel che ci mantiene in vita

Questa è proprio grossa e non l’avevo mai sentita. è un esperimento dell’imperatore Federico II di Svevia. Di lui si dice fosse una persona molto controversa. Per qualcuno era un anticristo per altri era il messia.  Odiava i cristiani e pensava di essere il primo in tutto. Era nato a Jesi che chiamava la mia piccola Betlemme… e quando vide la terra Santa disse: questa è la terra dove scorre latte e miele? Perché non avete mai visto il regno della mia Sicilia. Era uno scienziato che provava in maniera selvaggia a cercare risposte alle sue bizzarre domande.

Per esempio si domandava che lingua parlasse un bambino se non gli venisse insegnata nessuna lingua.

Allora decise di raccogliere un gruppo di bambini appena nati e di affidarli alle cure delle balie alle quali aveva dato il preciso ordine di non rivolgere loro nessuna parola. Quando avrebbero finalmente pronunciato la prima parola in che lingua sarebbe stata?

Il risultato però fu tragico perché i piccoli, chi prima e chi dopo, morirono tutti.

Il latte a quei bambini e le cure necessarie venivano assicurate dalle balie ma l’assenza completa di parole colpì fino alla morte le piccole creature.

Gli esperimenti di Federico II venivano raccontati tra la leggenda e la realtà. Fatto sta che questo esperimento, se fosse veramente accaduto, fa molto pensare.

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La legna per far ardere il fuoco

Nella preghiera le distrazioni sono la legna per far ardere il fuoco. Con questa luminosa risposta un monaco indica il modo con cui stare davanti al Signore nella preghiera. Gli era stato chiesto: ma le mie preghiera valgono ugualmente anche se sono colme di distrazioni?

Prima di tutto bisogna riconoscere la natura e i contenuti delle distrazioni. Spesso sotto le distrazioni si nasconde ciò che veramente uno desidera.

Ci sono distrazioni e distrazioni. Posso essere assillato da un problema che costantemente ritorna nella mente, posso essere interiormente richiamato da una situazione da risolvere. Oppure sono semplicemente abitato da stimoli che rivelano la mia superficialità e perciò la mia incapacità di concentrarmi e di restare raccolto per un po’ di tempo.

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