Bisogna essere proprio dei visionari per dipingere un evento rompendone radicalmente tutti i canoni. Infatti avviene che nel 1950 il grande pittore surrealista Salvador Dalì racconta di avere avuto un nitido sogno, un visone cosmica che alcuni anni dopo ispirò il quadro intitolato “L’Ascensione”.
Gesù viene dipinto con una prospettiva completamente diversa rispetto al modello classico dell’Ascensione: appare come sospeso, senza la terra sotto i piedi, piedi che sono in primo piano verso di noi; le braccia a formare, con i piedi un triangolo.
La prospettiva è vertiginosa: Dalì guarda Gesù come lo hanno visto gli apostoli, verticalmente, dal basso all’alto vedendo prima di tutto i piedi di Gesù. Piedi sporchi, forse per alludere ai tanti passi che Egli ha compito in Palestina con i suoi discepoli per portare la Parola del Vangelo.
Il volto di Gesù non è visibile, come spesso accade nei dipinti di Dalì.
Non possono non colpire le mani di Gesù. Innanzitutto non sono presenti i segni dei chiodi, è Risorto e sta per ritornare in cielo definitivamente libero dai segni della passione. Ma quelle mani sono tese, quasi nervose, intenti al compimento di qualche opera. Le mani sono il simbolo iconografico del fare, dell’agire evangelico, della carità. Queste mani ci dicono che Gesù è un gran lavoratore e continuamente agisce.
Oltre il corpo di Gesù sono rappresentati il Padre e lo Spirito Santo. Dio Padre è rappresentato dall’abbraccio luminoso del cerchio giallo, un abbraccio che accoglie il Figlio, inviato dal Padre e che ora al Padre ritorna. La persona dello Spirito Santo è affidata alla simbologia classica della colomba, posta sopra il corpo di Cristo.
Ma l’elemento estremamente originale e perciò attraente è il globo giallo nel quale Cristo asceso è inserito.
Continua la lettura →
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.