Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Precarietà e preghiera

Tra i tanti termini utilizzati in questo periodo, emerge la parola “precarietà”.  Con questo termine si indica prevalentemente la carenza di occupazione lavorativa ma anche, in senso più esteso, per nominare una situazione di incertezza e instabilità.

La precarietà è quella condizione propria di chi sa di non essere sempre e totalmente autosufficiente. Precario significa incerto, non sicuro, che è soggetto a subire, da un momento all’altro, un cambiamento.

Precaria è la condizione umana perché è provvisoria ed incerta, perché non ha molte garanzie di stabilità o di continuità. Vivere significa essere legati ad un contratto a termine.

Ma quale è l’etimologia del vocabolo “precario”? Deriva dal verbo latino «prex, precis» che letteralmente significa «pregare, supplicare».

Dunque la situazione “precaria” è la condizione propria in cui si trova colui che prega.

Il tempo di precarietà deve essere innanzitutto tempo di preghiera, cioè di abbandono fiducioso nelle mani di Dio.

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Possiamo pensarci senza Dio?

L’avvicinarsi del Natale ripresenta il mistero della nostra umanità che pare possa vivere bene anche senza Dio. Il Verbo si è fatto carne e i suoi non l’hanno accolto. Non l’hanno accolto. Perché non l’hanno accolto? Per gli stessi motivi per cui oggi continuiamo a non accoglierlo. Non lo accogliamo perché ci è scomodo, perché ci richiede di fargli spazio, di cambiare. Non lo accogliamo perché poco alla volta abbiamo imparato a vivere senza di Lui. Non lo accogliamo perché siamo praticamente indifferenti a Lui,  alla sua presenza e alla sua Parola.

Esattamente come dice il cantautore Giovanni Lindo Ferretti: “Le città possono pensarsi senza Dio o anche contro Dio, per le montagne è più difficile. Persino un pensiero ateo si colora di sfumature mistiche e religiose”.

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Io sono il capitano della mia anima

A volte la resistenza è proprio una virtù indispensabile. Penso a chi vive da anni una malattia inguaribile, a chi si trova oppresso dalla violenza, a chi si sente perseguitato da ogni forma di ostilità. A chi deve sopportare fatiche più gravi delle proprie forze. Penso a chi sta vivendo momenti cupi e di disorientamento.

Ho letto una poesia che contiene una forza impressionante. Una poesia che, senza essere eretico l’avrebbe potuta scrivere Cristo stesso o comunque tutti i cristi che hanno una vita di stenti.

Si tratta di una poesia scritta da William Ernst Henley, un poeta inglese nato nel 1848 e morto a 55 anni nel 1903. La sua è una storia di sofferenza: a 12 anni si ammala gravemente di tubercolosi che gli costò l’amputazione di una gamba.

Di lui un suo carissimo amico scrive che era “un grosso, sanguigno individuo dalle spalle larghe con una gran barba rossa e una stampella; gioviale, sorprendentemente arguto e con una risata che scrosciava come musica; aveva una vitalità e una passione inimmaginabili; era assolutamente travolgente”.

Nonostante la malattia non gli diede tregua nemmeno per un istante aveva una forza d’animo e una capacità di resistenza incredibili. Nel letto dell’ospedale scisse questa poesia che è senz’altro la più conosciuta tra le sue opere. Henley invece di affliggersi reagisce con coraggio e con speranza, non si dispera per ciò che ha perso e lungo il suo calvario quotidiano continua a guardare avanti e decide di non lasciare a niente e a nessuno, se non a lui stesso, il controllo della sua vita: io sono il capitano della mia anima!

La poesia si intitola “Invictus” che significa “non vinto”.

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La legge della vita

La nostra comunità vive la giornata degli adolescenti con il rito di passaggio per i ragazzi di terza media. È un momento importante per tutti perché vorremmo considerare questa età della vita con molta cura, un’età delicata, fragile ma carica di molta vitalità.

L’Oratorio giustamente investe molte energie nell’accompagnare gli adolescenti, non solo nell’incontro settimanale con un programma idoneo all’età dei ragazzi con proposte e attività appropriate, ma anche nell’accoglierli durante i tempi informali: lo sport, il cortile, la sala giochi. Certo potremmo fare molto di più se le forze del volontariato fossero maggiori. Tuttavia tanti sono gli adolescenti che frequentano l’Oratorio come punto di riferimento.

Il “Rito di passaggio” per i ragazzi di terza media è pensato proprio per sottolineare la disponibilità della comunità a condurre i ragazzi, dopo la Cresima, al termine del cammino di iniziazione cristiana affinché si sentano a casa nell’Oratorio e siano costantemente provocati a cercare risposte alle domande fondamentali della loro crescita. D’altronde affrontare, in compagnia di coetanei e con la guida di animatori appassionati e preparati, la stagione dell’adolescenza significa avere la possibilità di confrontarsi su molti aspetti umani e cristiani della vita.

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Andando per cimiteri 2

In questi giorni la chiesa ci accompagna come una mamma e una maestra a considerare sapientemente il mistero della morte e della vita eterna.

Nei cimiteri o nelle chiese siamo messi seriamente di fronte al mistero oscuro della morte. E soprattutto quando la morte arriva così vicino alla nostra vita da toccarci nella pelle non possiamo che condividere i sentimenti dello smarrimento ma anche della speranza.

C’è una bellissima preghiera che rivolgiamo al Signore nel prefazio della messa per i defunti che dice: E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore rifulge a noi la speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura.

Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.

Ecco perché abbiamo la speranza, perché la vita non è tolta, ma trasformata e noi viviamo il nostro pellegrinaggio terreno nell’attesa di giungere nella nostra vera patria.

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Andando per cimiteri

La bella abitudine di recarci al cimitero tocca l’apice nel mese di Novembre e in particolare nella settimana iniziale, quando celebriamo la Festa dei Santi e la Commemorazione di tutti i defunti. Il cimitero ha sempre un grande fascino perché è un luogo nel quale si può riflettere, meditare, pregare, raccogliere i ricordi…

La memoria dei nostri cari non è un gesto malinconico ma un inno alla vita, per noi che crediamo che la vita “non è tolta, ma trasformata”, una vita eterna. Siamo sollecitati al pensiero che la vita terrena è di passaggio e perciò va vissuta senza sprecarla, senza renderla mediocre, povera, triste.

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Cosa partorisce la montagna?

A volte ci ritroviamo a constatare di aver fatto molto lavoro e ad avere in cambio un piccolo risultato. Succede in ambito lavorativo ma anche in tante circostanze della vita. Abbiamo investito tanto in un progetto e non riusciamo a tirare insieme nulla o poco. Abbiamo avuto aspettative alte per la riuscita di una proposta e alla fine siamo stati delusi.

Spesso accade anche che siano gli altri a promettere mari e monti e poi non sanno mantenere le promesse fatte. Ma non pensiamo subito ai politici. Avviene anche nelle nostre famiglie o nella comunità.

C’è una frase che è diventata proverbiale e viene normalmente usata in tono sarcastico: “La montagna ha partorito un topolino”. Indica appunto che un evento, o un certo risultato è stato aspettato tanto e poi si rivela alla lunga inferiore alle attese.

La frase citata allude alla favola di Esopo che racconta che c’era una volta una montagna che era prossima a partorire. Le doglie cominciarono a farsi sempre più intense e gli intervalli tra una contrazione e l’altra ebbero dapprima una durata di poche ore, poi le pause iniziarono a farsi sempre più brevi fino a iniziare il travaglio. Presa dal dolore, dalla cima della montagna cominciò a uscire del fumo mentre la terra intorno tremava, gli alberi caddero uno ad uno colpiti dagli enormi massi che rotolavano giù a valle.

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Beati voi giovani

San Filippo Neri è stato sicuramente uno dei santi più originali per la sua amabilità, la sua umanità e per la sua bizzarria.

È famoso perché sono stati girati anche alcuni film i cui titoli sono espressioni abituali di san Flippo: “State buoni se potete” o “Preferisco il paradiso”.

È vissuto nel 1500 nella Roma turbolenta e lasciva. Aveva nel cuore la promozione dei giovani ed incominciò a raccoglierli nella cerchia dell’Oratorio, anticipando profeticamente l’esperienza di son Bosco che continua a segnare lo spirito e la prospettiva dell’Oratorio.

Filippo Neri trovò la strada luminosa dove far camminare i giovani, come dicono i suoi biografi, nell’esercizio quotidiano della Sacra Scrittura, nella narrazione dei santi testimoni, nel ristoro di lunghe scampagnate in luoghi ameni, nella distensione spirituale, nell’amore per la musica sacra, nella visita agli ammalati…

L’Oratorio anche oggi cerca di formare i ragazzi e i giovani in questa prospettiva di educazione globale della persona. Filippo diceva spesso ai suoi giovani: “Beati voi giovani che avete tempo di fare il bene!”. Questa è un espressione straordinaria che mette in evidenza non solo il tempo che un giovane, in quanto giovane, ha davanti a sé, ma anche il carattere fallimentare di un’esistenza priva di amore e di responsabilità. La giovinezza è una stagione feconda della vita, a condizione che non la si sprechi.

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A perenne ricordo di don Antonio Zucchelli

Il 1° Ottobre abbiamo vissuto una cerimonia, semplice e solenne nello stesso tempo, che ha riunito nello stesso giorno alcuni motivi per cui essere profondamente grati.

Innanzitutto la scelta del giorno: il 1° Ottobre è infatti il giorno del compleanno di don Antonio.

Ogni anno per lui era motivo di grande gioia poterlo festeggiare nella comunità, anche se non nascondeva il suo personale disagio per essere al centro dell’attenzione. Ogni anno sapeva durante la sua riflessione regalarci qualche perla di saggezza che andava a pescare nel pozzo profondo della sua esperienza umana, di credente e di sacerdote.

E ci siamo chiesti: perché non festeggiarlo anche quest’anno a quasi un anno della sua scomparsa? Così abbiamo pensato ad organizzare una per lui, che dal cielo ci starà osservando.

Innanzitutto abbiamo benedetto la lapide al cimitero, accanto ai numerosi sacerdoti che hanno un forte legame con Dalmine, o perché qui sono nati o perché qui hanno donato parte della loro vita nel ministero sacerdotale.

In questo giorno abbiamo anche voluto situare il ventesimo anniversario dell’inaugurazione della RSA san Giuseppe.

Per chi come me non era presente in quel giorno, è stato un bell’esercizio andare a rileggere le pagine del bollettino parrocchiale.

Si trova scritto: a Ottobre 2001 è stata inauguratala Casa Accoglienza Anziani, situata nel centro di Dalmine in Viale Locatelli al numero 6.

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Adulto

Ma chi è l’adulto? La parola è molto interessante. Adulto è il participio passato di adolescere. È colui che ha compiuto il cammino della crescita. Ma c’è un’altra parola che gli assomiglia ma è esattamente una sua contraffazione, è la parola adultero, che significa traditore, infedele. A se stesso prima di tutto. Essere adulto non è una questione di anagrafe, ma di maturità.

Una persona o è adulto o è adultero. Come fa un adulto ad essere punto di riferimento per i suoi figli se è adultero?

Vi propongo tre testi per stimolare la riflessione ed il confronto.

Il primo è di Papa Francesco che in un suo discorso ha offerto un’analisi interessante sul rapporto tra i giovani e gli adulti, mettendo in evidenza la grave mancanza degli adulti come punti di riferimento: I giovani sono orfani di una strada sicura da percorrere, di un maestro di cui fidarsi, di ideali che riscaldino il cuore, di speranze che sostengano la fatica del vivere quotidiano. Sono orfani, ma conservano vivo nel loro cuore il desiderio di tutto ciò! Questa è la società degli orfani. Pensiamo a questo, è importante. Orfani, senza memoria di famiglia: perché, per esempio, i nonni sono allontanati, in casa di riposo, non hanno quella presenza, quella memoria di famiglia; orfani, senza affetto d’oggi, o un affetto troppo di fretta: papà è stanco, mamma è stanca, vanno a dormire… E loro rimangono orfani. Orfani di gratuità: quello che dicevo prima, quella gratuità del papà e della mamma che sanno perdere il tempo per giocare con i figli. Abbiamo bisogno di senso di gratuità: nelle famiglie, nelle parrocchie, nella società tutta.

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Uno schiacciatore bravo

I professori universitari attribuiscono la responsabilità delle lacune degli studenti ai professori delle scuole superiori; questi a loro volta agli insegnanti delle medie e questi alle maestre delle elementari e infine queste a quelle della scuola materna. Poi la catena si ferma. Scaricare la responsabilità sembra il frutto più maturo della cultura dell’alibi in cui viviamo.

Ricordate il famoso allenatore di pallavolo Julio Velasco? Fu il commissario tecnico della nazionale italiana di pallavolo maschile dal 1989 al 1996 e portò la squadra italiana ad essere una tra le più forti di tutti i tempi tanto da essere chiamata la generazione di fenomeni.

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Serendipità

La prima volta che mi sono imbattuto in questa parola nemmeno sapevo potesse esistere. Poi ho pensato ad un errore di stampa. In effetti è una parola che suona male. Tuttavia conoscendola mi è apparsa piena di luce e di futuro. Dopo una rapida ricerca scopro che è un termine coniato dallo scrittore inglese Walpole nel 1754 il quale, prendendo spunto da una fiaba intitolata “Il principe di Serendip”, un’isola dello Sri Lanka.

Letteralmente “serendipità” è la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte mentre si sta cercando altro. Significa cioè una situazione nella quale la causalità si trasforma in momento opportuno.

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Ricominciamo!?

Nell’attuale mese di settembre in Parrocchia siamo alle prese con il movimento di ripresa del nuovo anno pastorale. Mai come quest’anno ci troviamo di fronte a tante domande.

Siamo in bilico tra il desiderio di riaprire tutte le attività della Parrocchia e dell’Oratorio, come facevamo prima del Covid e l’esigenza di tener seriamente in considerazione tutto ciò che dall’esperienza stessa del Covid abbiamo imparato. Insomma, ci continuiamo a ripetere, negli ambienti ecclesiali, che non sarà più come prima anche se in realtà non ci è ancora dato di sapere come sarà.

Confesso che non è semplice trovare il bandolo della matassa, in un periodo in cui ogni frase inizia sempre con un “forse”.

Ci sono dei punti fermi: la celebrazione della Messa ogni Domenica e ogni giorno feriale, la Prima Comunione e la Cresima nelle ultime domeniche di Settembre, la possibilità di accostarsi alla Confessione, la visita agli ammalati…

Riprenderanno i cammini di catechesi e di formazione: per gli adulti nei tempi forti, per i giovani e gli adolescenti ogni domenica sera, per i ragazzi e i bambini alla domenica mattina.

L’Oratorio riaprirà con tutte le sue attività e proposte: il bar, l’animazione e l’aggregazione, lo sport…

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La spada nella roccia

Le vacanze non sono mai solo vacanze. La parola “vacanza” letteralmente significa vuoto, tempo vacuo. Ma quando succede che la vacanza è tempo dedicato alla contemplazione del bello nella natura, nell’arte e nei luoghi della fede allora può davvero essere il contrario del suo significato: giorni pieni ed intensi, ricchi di esperienze incantevoli.

Un viaggio, anche pure un’ordinaria vacanza, lo compi sempre tre volte: nella preparazione perché lo sogni ed hai molte aspettative, quando lo vivi e  infine quando lo ricordi, perché ti porti dentro le tracce di ogni momento.

Con un piccolo gruppo di giovani abbiamo condiviso alcuni giorni nella Maremma Toscana. Così rivivo per la terza volta questa vacanza: innanzitutto la fragranza della fraternità, stare insieme è sempre un grande dono, anche se l’intesa non è sempre perfetta, poi le riflessioni e la preghiera, la sorpresa di luoghi bellissimi, il mare certo, ma anche le città visitate, gli scorci, i borghi, poi ancora la dolcezza e la generosità di chi ci ha ospitato.

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La santa indifferenza

Una di queste sere ero a cena con un amico prete che tra poco dovrà, per ubbidienza al Vescovo, cambiare parrocchia. Gli viene chiesto: ma non ti di-spiace lasciare la tua parrocchia dopo tanti anni? Certamente, risponde, ma sto cercando di imparare la “santa indifferenza”. Altri amici seduti al tavolo reagiscono: ma come è possibile? Mi sembri un po’cinico. Così si comincia a confrontarsi su questa espressione.
La santa indifferenza, contrariamente a quanto sembra, è un atteggiamento di profonda spiritualità.
L’autore di questa indicazione è sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti. Dopo la sua conversione, frutto della meditazione di alcuni libri sulla vita dei santi e di Gesù, dal 1522 al 1535, compone i famosi “Esercizi Spirituali”, una proposta ben strutturata per essere autentici discepoli di Gesù.

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Ma che lingua parla Dio?

Comprendere la volontà di Dio è opera di discernimento mai compiuta una volta per tutte.
La Festa di Maria Assunta è una straordinaria occasione per fermarci e meditare proprio sulla volontà di Dio. Maria ha mosso i primi passi della sua relazione amorosa con il Signore proprio affermando: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga per me la tua volontà”.
Ogni scelta della sua vita è stata quindi operata nella linea della volontà di Dio, sempre anteposta alla sua.

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La bellezza degli adolescenti

Nei mesi estivi l’Oratorio ha riaperto le sue attività cercando soprattutto di mettere al centro i ragazzi e gli adolescenti. Al termine del CRE e dei campi estivi ha nel cuore un profondo sentimento di gratitudine per gli adolescenti.

Quando con i coordinatori stavamo programmando l’estate non sono mancati punti di domanda e perplessità: come saranno gli adolescenti dopo il Covid? Riusciranno a mettersi in gioco e a vincere paure e chiusure? Saranno disponibili a dedicare il loro tempo al servizio degli altri, specie dei più piccoli?

Con molta sorpresa ci siamo resi conto della loro voglia di rispondere affermativamente alla proposta di essere animati e animatori a loro volta. In realtà sappiamo che diversi di loro hanno molto patito il lockdown ed hanno, per diverse ragioni preferito passare l’estate senza lasciarsi coinvolgere. Chi c’è stato tuttavia ha dato una bella testimonianza di crescita. Abbiamo vissuto insieme parecchi incontri di formazione e per cinque settimane si sono letteralmente dedicati ai più piccoli, senza risparmiarsi e con un approccio di evidente serietà. Ecco perché sono grato agli adolescenti: perché hanno sciolto ogni perplessità sulla loro ripresa e ci sono stati.

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Le operazioni aritmetiche

Quando si vive insieme sono sempre complesse le dinamiche dei nostri rapporti. Pensiamo alla famiglia, ma anche alla comunità o più semplicemente ad un gruppo di amici o ad un’associazione.

Per cogliere gli sviluppi dei nostri rapporti potrebbero essere utilizzate le operazioni aritmetiche.

L’addizione si realizza quando si mettono insieme le proprie risorse e si sperimenta che … l’unione

fa la forza, che la collaborazione è fonte di grande soddisfazione. Se ognuno fa il suo compito il risultato è la somma di tante risorse. Quando si edifica una casa il contributo di ogni mattone è indispensabile.

La sottrazione è quando qualcuno si porta via le risorse di tutti. Allora si sperimenta il senso della perdita. Si sperimenta la disparità dell’impegno e i conti non tornano perché qualcuno “ruba”, non facendo il suo compito. Spesso accade che qualcuno se ne approfitta della generosità degli altri. Sottrarre le risorse degli altri significa essere come i parassiti che vivono a spese degli altri. Una famiglia o una comunità, quando c’è la sottrazione, diventa come un albero con gli insetti che rubano la linfa e impediscono la crescita di buoni frutti, oppure diventa come una testa piena di pidocchi. Chi sottrae è uno scroccone che si prende ciò che non ha guadagnato.

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Cerca di essere felice

C’è un bellissimo documento che può essere oggetto di meditazione per tutti. Secondo alcuni questo è un testo che nel 1692 venne trovato nella Chiesa di san Paolo a Baltimora, la città degli Stati Uniti d’America.

Secondo una seconda versione sarebbe invece una poesia in prosa di un filosofo e avvocato statunitense del 1927 di nome Max Ehremann.

Comunque sia è un testo che riassume molta sapienza e divenne molto conosciuto a partire dagli anni sessanta con il titolo “Desiderata”, dal latino “Le cose che si desiderano”.

È un testo semplice e profondissimo, un testo che ritrovo perennemente attuale, che esorta a ricercare la felicità malgrado le tante difficoltà che nella vita si incontrano.

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Chi è cristiano?

Si fa fatica oggi a capire chi è cristiano. Se si leggono le statistiche la percentuale di chi si riconosce ancora cristiano è sempre piuttosto alta.

Ma dove sono tutti questi cristiani? Molti pensano che i cristiani sono coloro che sono iscritti nei registri della parrocchia, oppure coloro che vanno in chiesa. Altri pensano che non sia necessario andare in chiesa per essere cristiani, ma poi non si capisce che cosa sia davvero necessario.

In questo clima di relativismo spirituale è veramente difficile avere chiaro il quadro della situazione. Senza pensare poi al cinismo di molti commenti del tipo: chi va in chiesa è peggiore di chi non ci va… Molti cristiani poi sono disorientati perché vedono che si può vivere bene anche prescindendo da qualunque partecipazione religiosa.

Anche le tappe principali della vita pare siano svuotate dal senso cristiano della fede. Si, è vero, ci sono ancora delle domande alla chiesa, ma più come colorazione folkloristica che come relazione spirituale. Forse davvero la fede oggi non è più in grado di dare forma alla vita.

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