Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Ultimi articoli pubblicati

La santa indifferenza

Una di queste sere ero a cena con un amico prete che tra poco dovrà, per ubbidienza al Vescovo, cambiare parrocchia. Gli viene chiesto: ma non ti di-spiace lasciare la tua parrocchia dopo tanti anni? Certamente, risponde, ma sto cercando di imparare la “santa indifferenza”. Altri amici seduti al tavolo reagiscono: ma come è possibile? Mi sembri un po’cinico. Così si comincia a confrontarsi su questa espressione.
La santa indifferenza, contrariamente a quanto sembra, è un atteggiamento di profonda spiritualità.
L’autore di questa indicazione è sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti. Dopo la sua conversione, frutto della meditazione di alcuni libri sulla vita dei santi e di Gesù, dal 1522 al 1535, compone i famosi “Esercizi Spirituali”, una proposta ben strutturata per essere autentici discepoli di Gesù.

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Ma che lingua parla Dio?

Comprendere la volontà di Dio è opera di discernimento mai compiuta una volta per tutte.
La Festa di Maria Assunta è una straordinaria occasione per fermarci e meditare proprio sulla volontà di Dio. Maria ha mosso i primi passi della sua relazione amorosa con il Signore proprio affermando: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga per me la tua volontà”.
Ogni scelta della sua vita è stata quindi operata nella linea della volontà di Dio, sempre anteposta alla sua.

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La bellezza degli adolescenti

Nei mesi estivi l’Oratorio ha riaperto le sue attività cercando soprattutto di mettere al centro i ragazzi e gli adolescenti. Al termine del CRE e dei campi estivi ha nel cuore un profondo sentimento di gratitudine per gli adolescenti.

Quando con i coordinatori stavamo programmando l’estate non sono mancati punti di domanda e perplessità: come saranno gli adolescenti dopo il Covid? Riusciranno a mettersi in gioco e a vincere paure e chiusure? Saranno disponibili a dedicare il loro tempo al servizio degli altri, specie dei più piccoli?

Con molta sorpresa ci siamo resi conto della loro voglia di rispondere affermativamente alla proposta di essere animati e animatori a loro volta. In realtà sappiamo che diversi di loro hanno molto patito il lockdown ed hanno, per diverse ragioni preferito passare l’estate senza lasciarsi coinvolgere. Chi c’è stato tuttavia ha dato una bella testimonianza di crescita. Abbiamo vissuto insieme parecchi incontri di formazione e per cinque settimane si sono letteralmente dedicati ai più piccoli, senza risparmiarsi e con un approccio di evidente serietà. Ecco perché sono grato agli adolescenti: perché hanno sciolto ogni perplessità sulla loro ripresa e ci sono stati.

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Le operazioni aritmetiche

Quando si vive insieme sono sempre complesse le dinamiche dei nostri rapporti. Pensiamo alla famiglia, ma anche alla comunità o più semplicemente ad un gruppo di amici o ad un’associazione.

Per cogliere gli sviluppi dei nostri rapporti potrebbero essere utilizzate le operazioni aritmetiche.

L’addizione si realizza quando si mettono insieme le proprie risorse e si sperimenta che … l’unione

fa la forza, che la collaborazione è fonte di grande soddisfazione. Se ognuno fa il suo compito il risultato è la somma di tante risorse. Quando si edifica una casa il contributo di ogni mattone è indispensabile.

La sottrazione è quando qualcuno si porta via le risorse di tutti. Allora si sperimenta il senso della perdita. Si sperimenta la disparità dell’impegno e i conti non tornano perché qualcuno “ruba”, non facendo il suo compito. Spesso accade che qualcuno se ne approfitta della generosità degli altri. Sottrarre le risorse degli altri significa essere come i parassiti che vivono a spese degli altri. Una famiglia o una comunità, quando c’è la sottrazione, diventa come un albero con gli insetti che rubano la linfa e impediscono la crescita di buoni frutti, oppure diventa come una testa piena di pidocchi. Chi sottrae è uno scroccone che si prende ciò che non ha guadagnato.

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Cerca di essere felice

C’è un bellissimo documento che può essere oggetto di meditazione per tutti. Secondo alcuni questo è un testo che nel 1692 venne trovato nella Chiesa di san Paolo a Baltimora, la città degli Stati Uniti d’America.

Secondo una seconda versione sarebbe invece una poesia in prosa di un filosofo e avvocato statunitense del 1927 di nome Max Ehremann.

Comunque sia è un testo che riassume molta sapienza e divenne molto conosciuto a partire dagli anni sessanta con il titolo “Desiderata”, dal latino “Le cose che si desiderano”.

È un testo semplice e profondissimo, un testo che ritrovo perennemente attuale, che esorta a ricercare la felicità malgrado le tante difficoltà che nella vita si incontrano.

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Chi è cristiano?

Si fa fatica oggi a capire chi è cristiano. Se si leggono le statistiche la percentuale di chi si riconosce ancora cristiano è sempre piuttosto alta.

Ma dove sono tutti questi cristiani? Molti pensano che i cristiani sono coloro che sono iscritti nei registri della parrocchia, oppure coloro che vanno in chiesa. Altri pensano che non sia necessario andare in chiesa per essere cristiani, ma poi non si capisce che cosa sia davvero necessario.

In questo clima di relativismo spirituale è veramente difficile avere chiaro il quadro della situazione. Senza pensare poi al cinismo di molti commenti del tipo: chi va in chiesa è peggiore di chi non ci va… Molti cristiani poi sono disorientati perché vedono che si può vivere bene anche prescindendo da qualunque partecipazione religiosa.

Anche le tappe principali della vita pare siano svuotate dal senso cristiano della fede. Si, è vero, ci sono ancora delle domande alla chiesa, ma più come colorazione folkloristica che come relazione spirituale. Forse davvero la fede oggi non è più in grado di dare forma alla vita.

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Le quattro stanze

C’è un antico proverbio indiano che dice: Ognuno di noi è una casa con quattro stanze: una fisica, una mentale, una emotiva e una spirituale. La maggior parte di noi tende a vivere in una stanza gran parte del tempo. Ma finché non andremo in ogni stanza, ogni giorno, anche solo per arieggiarla, non saremo persone complete.

Per essere una persona completa, cioè armonicamente matura e felice è necessario prima di tutto riconoscere la presenza di queste quattro stanze. Si perché può accadere che si viva una vita intera senza nemmeno sapere come sia “la mia casa”, la struttura della mia persona. Oppure può succedere di passare tutta una vita stando in un’unica stanza, disinteressandosi delle altre.

Per essere persone complete e felici abbiamo il compito di considerare tutte e quattro le stanze e di prendercene cura. Anche perché se ciascuno non lo fa per conto proprio, nessuno può farlo al posto nostro.

Proviamo dunque a vedere le quattro stanze e a capire quali sono le dinamiche che le caratterizzano.

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Cambiare

Penso che anche al Padre Eterno capiti ogni tanto di andare in confusione ascoltando le nostre preghiere. Spesso infatti gli uomini e le donne lo considerano una specie di “ufficio cambio”. E così Gli viene chiesto, da preghiere poco corrette, di cambiare. Di cambiare quello che Lui ha creato e che agli uomini non va bene.

Così accade che la moglie preghi: Signore cambia mio marito. E a sua volta il marito prega: Signore cambia mia moglie. Oppure succede che i genitori insieme preghino: Signore cambia i nostri figli. E a loro volta i figli chiedano: Signore cambia i nostri genitori. E così via.

Quando le nostre insoddisfazioni si tramutano in preghiere credo che il Signore si trovi in difficoltà ad ascoltare e a soddisfare tutti.

Che fare dunque?

C’è un racconto che proviene dal mondo orientale che ci può aiutare.

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La mediocrità

A volte, anche se fa male, conviene lasciarsi provocare da alcuni pensieri che hanno la forza di condurre a fare l’esame di coscienza.

È quanto mi è accaduto nei giorni scorsi.

Ed è stato un pensiero di George Bernanos, l’autore del conosciuto “Diario di un curato di campagna”, a darmi l’occasione per un esame di coscienza.

Egli ha scritto: “Uno dei principali responsabili, il solo responsabile, forse, dell’avvilimento delle anime è il sacerdote mediocre. La grande sciagura di questo mondo non è che ci siano dei senzadio, ma che noi siamo cristiani così mediocri”.

Queste parole me le sono sentite direttamente rivolte mentre meditavo sul clima diffuso nel quale viviamo che è quello della mediocrità, anche nella comunità della chiesa. Consulto il vocabolario e leggo che la mediocrità è la qualità della persona che rivela capacità, attitudini e doti d’ingegno molto scarse. Il pensiero di Bernanos mi obbliga a riflettere sulla mia responsabilità per l’avvilimento delle anime: la mediocrità del prete equivale alla mancata eccellenza della santità. Non sono tanto le qualità umane a rendere mediocre un prete quanto il suo scadente cammino di vita spirituale. Questa si è una vera colpa che provoca l’avvilimento delle anime.

Una colpa per la quale chiedo misericordia per me e per i miei confratelli.

Tuttavia ritengo che sia proprio il clima nel quale viviamo a rendere mediocri le persone.

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A tutti i giovani raccomando…

Un pensiero a tutti i nostri ragazzi che hanno terminato questo tormentato anno scolastico. Un pensiero soprattutto a coloro che in queste settimane stanno sostenendo gli esami.

Un pensiero che formulo con una poesia, che trovo bellissima, di Alda Merini, poetessa e scrittrice, morta nel 2009. Alda Merini riesce a far vibrare le corde profonde dell’anima. Le sue parole sgorgano quasi sempre o dall’abisso del dolore o dalle altezze della gioia. Per tanti anni è stata internata, in tempi in cui la presunta pazzia veniva curata con terapie poco degne. Le sue poesie sono incoraggiamenti accorati, sono rifugi per le nostre inquietudini.

Questa poesia si trova nella raccolta intitolata: “La vita facile”.

A tutti i giovani raccomando:

aprite i libri con religione,

non guardateli superficialmente,

perché in essi è racchiuso

il coraggio dei nostri padri.

E richiudeteli con dignità

quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra

per tanti anni, non per costruivi tombe,

o simulacri, ma altari.

Pensate che potete camminare su di noi

come su dei grandi tappeti

e volare oltre questa triste realtà

quotidiana.

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Gli Hikikomori e la paura di uscire di casa

Si torna, in queste settimane, a parlare con insistenza di un fenomeno che colpisce soprattutto i ragazzi: la paura di uscire di casa, una vera e propria fobia sociale. Il lockdown da coronavirus ha costretto tutti a trascorrere le giornate chiusi in casa.

Dice Maria Rita Parsi: “La reclusione di questi mesi ha dato vita a una regressione: è come se fossimo tornati in un grembo materno che ti accoglie senza chiederti nulla in cambio. Il fatto poi che sia una reclusione obbligatoria fa cadere i sensi di colpa legati al rallentamento del ritmo e alla rinuncia a uscire nel mondo per affrontare sfide lavorative e personali. La casa è diventata un luogo di sollievo, dove non esiste il pericolo di intrusioni e aggressioni esterne e dove si può essere pigri senza doversi giustificare. Le uniche imposizioni del ritiro sono quelle di cibarsi dal punto di vista fisico e mentale, ovvio che ci si trovi bene.”

Mi ha molto colpito il tema della pigrizia sociale. Mi pare infatti che il ritiro forzato abbia “congelato” il desiderio di fare comunità.

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La regola delle 5 W e l’Eucarestia

Ecco il pane degli Angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli. La Festa del Corpus Domini, istituita all’indomani del prodigioso miracolo di Bolsena, è una stupenda occasione per ritornare al centro della nostra fede cristiana.

C’è una regola nel giornalismo nota come Five Ws che viene utilizzata per compiere una sintesi di una determinata questione e per aiutare a ricordare i dati essenziali. È una specie di promemoria per facilitare la raccolta delle informazioni. Le cinque W sono: Who, What, Where, When e Why.

Cioè: Chi, Che cosa, Quando, Dove e Perché.

Possiamo applicarla, questa regola, anche per l’Eucarestia.

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Il tennis come la vita

Chi non conosce Adriano Panatta? È considerato il più grande tennista italiano e ha vinto 10 titoli internazionali. Nel 1976 si è aggiudicato l’unica Coppa Davis conquistata dall’Italia. Attualmente è opinionista televisivo ed scritto un libro il cui titolo è molto provocante: “Il tennis l’ha inventato il diavolo” con un sottotitolo altrettanto intrigante: I colpi impossibili, le pazzie dei campioni e tutti i match in cui il demonio ha messo la coda.

Il tennis, dice Panatta, è uno sport pieno di magia e allo stesso tempo ha in sé qualche cosa di diabolico. Capita di giocare in uno stato di grazia, di trovarsi in momenti in cui tutto riesce e marcia perfettamente. Poi qualche cosa va storto e ci si ritrova come colpiti da una maledizione, non va più bene nulla. Nel bene e nel male si è in balia di tanti elementi che possono girare in un senso o nell’altro.

Essere in balia: ecco l’elemento diabolico del tennis… e della vita.

Ad un certo punto, per avvalorare la sua tesi, Panatta cita quello che diceva un giocatore della Croazia, Goran Ivanisevic: “Il tennista ha cinque avversari: il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e se stesso. E quando gli domandavano: e l’avversario oltre la rete? Lui rispondeva. Si c’è anche quello. Ma è il problema minore.

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La cura

Franco Battiato ci ha lasciato. È stato una delle figure di spicco del panorama della musica italiana, come compositore e come cantautore. Si è anche prodigato nella regia, nella pittura, nella letteratura. Qualcuno l’ha definito “curioso per professione”. Amante del bello, poeta e uomo di grande cultura. Uomo riservato ma anche di grande spirito ironico. Se ne è andato all’improvviso. Nessuno se l’aspettava.

La sua originalità, riconosciuta da un vasto pubblico di estimatori, è stata quella di ricercare, attraverso una combinazione di molteplici stili musicali, una via propositiva per comunicare la bellezza. La sperimentazione come libertà da ogni forma di vincolo.

Il giorno che ci ha lasciato ho provato a chiedere a un po’ di persone: qual è la canzone di Battiato che ti piace di più? Senza esitare la risposta unanime è stata: “La cura”.

In effetti questa canzone è un vero capolavoro della musica italiana. Pur essendo una canzone molto ascoltata ed amata, ognuno, in base a come è e a quello che sente, la interpreta a modo suo. E forse è giusto così.

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La fede oltre il buio

Di fronte ad eventi dolorosi e incomprensibili ci diciamo: solo la fede può sorreggere, solo la fede può aiutare a trovare un po’ di luce, ad intravedere una parvenza di senso.

Ma cosa significa in realtà che la fede ci può aiutare?

C’è una bella preghiera ebraica che dice: Io credo nel sole anche quando non brilla. Io credo nell’amore anche quando non lo sento. Io credo in Dio anche quando tace.

Queste parole sono contenute in un piccolo ma gigantesco libretto intitolato “Yossl Rakover si rivolge a Dio”. Un libro di 18 pagine, la lettera-testamento di un uomo resistente. Nel 1943 nel ghetto di Varsavia è in fiamme, le forze armate delle SS stanno facendo irruzione e Yossl Rakover si rifugia in uno scantinato dopo che la follia nazista ha trucidato sua moglie e i bambini. Prende carta e penna e in un monologo struggente scrive della sua fede, l’unica forza che gli da speranza nel buio della sua tragedia.

Queste sagge parole esprimono la condizione radicale dell’uomo che cerca di vivere nella fede, sempre e soprattutto nei momenti della fatica e della sofferenza.

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Rielaborare il lutto

Quanto tempo ci occorre per rielaborare un lutto? Quali sono i passi da compiere per riuscire a farlo? La morte di una persona cara può addirittura diventare occasione per riprendere nuova forza per vivere e per rivisitare il nostro modo di intendere la serenità, la bellezza e l’esistenza stessa.

Questo è il sentiero percorso da Eric-Emmanuel Schmitt, uno degli autori contemporanei più convincenti, nel suo ultimo libro intitolato “Diario di un amore perduto”. Egli narra la morte della sua amata mamma e redige un diario dei mesi successivi: ci vogliono due anni, dice, per elaborare un lutto.

Ritrascrivo le prime e le ultime parole del libro. Il diario inizia con queste parole: “Mamma è morta stamattina. È la prima volta che mi fa soffrire.

Il libro termina così: “Stamattina mamma è viva, e non è l’ultima volta che mi regalerà gioia.

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La gioia va coltivata

Ho trovato un appunto su un mio vecchio quaderno che, coll’avanzar del tempo, ritrovo ancor più vero. Quando la vita suona l’ora della raccolta si sentono, senza aver fatto troppo di male, mille piccoli disgusti di se stesso, il cui totale non fa un rimorso pieno, ma un disagio oscuro.

L’ho riletto pochi giorni fa citato nel libro “A riveder le stelle” il volume di Aldo Cazzullo su Dante, il poeta che inventò l’Italia.

Scopro che queste parole, contenute nel Cyrano di Bergerac, le pronuncia un certo De Guiche, il prepotente riccone che vuole portar via Rossana da Cyrano. Quando è il momento di tirare le somme, della vita o di qualche esperienza, si guarda indietro: non si è mai fatto nulla di troppo male per avere un rimorso, ma è la somma di tanti piccoli disgusti a generare un continuo e oscuro disagio.

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Chiesa in uscita?!

La fotografia non è un granché.

Nel 1957 don Lorenzo Milani pubblica la sua prima opera intitolata “Esperienze pastorali” nella quale l’autore raccoglie i suoi pensieri relativi al periodo da lui trascorso come cappellano a San Donato.

Rileggendo la vita della parrocchia egli si interroga sulla vita dei fedeli, sulla loro condizione sociale e sul loro rapporto con la fede. Questo suo primo libro nel 1958 venne ritirato dal commercio per volere del Sant’Uffizio. Solamente pochi anni fa, per volere di papa Francesco, sono state tolte le proibizioni e “Esperienze pastorali” è tornato ad essere un prezioso strumento per conoscere la profezia di don Milani.

Papa Francesco insiste in ogni suo scritto o discorso a descrivere il suo sogno per una chiesa in uscita, una chiesa missionaria.

Ho sempre fatto un po’ di fatica a capire cosa significa questa espressione: “Chiesa in uscita”. Uscire da dove e per andare verso cosa?

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Dimmi come fotografi e ti dirò chi sei

Tutti, nell’epoca dello smartphone e dei social abbiamo iniziato a fotografare ininterrottamente e abbiamo la memoria del nostro telefono sempre colma per le innumerevoli immagini che traffichiamo.

Se penso a come si facevano le fotografie una volta viene proprio da sorridere: ci voleva molto tempo, occorreva una macchina, la pellicola, lo sviluppo… come è cambiata la fotografia ai tempi dei selfie. La macchina fotografica si usava in occasioni speciali, un matrimonio, una festa, un viaggio. Oggi ci sentiamo tutti fotografi, in tempo reale, immediatamente.

Gli esperti parlano giustamente di iperfotografia e le parole d’ordine sono: scattare, elaborare, condividere.

La cosa bella è che oggi la fotografia è molto accessibile e non la usiamo solo per immortalare momenti importanti ma anche per esprimerci. Magari per esprimere sentimenti e idee profonde oppure cose banali, ovvie o inutili, comunque sempre espressione di ciò che siamo.

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