Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

La cura

Franco Battiato ci ha lasciato. È stato una delle figure di spicco del panorama della musica italiana, come compositore e come cantautore. Si è anche prodigato nella regia, nella pittura, nella letteratura. Qualcuno l’ha definito “curioso per professione”. Amante del bello, poeta e uomo di grande cultura. Uomo riservato ma anche di grande spirito ironico. Se ne è andato all’improvviso. Nessuno se l’aspettava.

La sua originalità, riconosciuta da un vasto pubblico di estimatori, è stata quella di ricercare, attraverso una combinazione di molteplici stili musicali, una via propositiva per comunicare la bellezza. La sperimentazione come libertà da ogni forma di vincolo.

Il giorno che ci ha lasciato ho provato a chiedere a un po’ di persone: qual è la canzone di Battiato che ti piace di più? Senza esitare la risposta unanime è stata: “La cura”.

In effetti questa canzone è un vero capolavoro della musica italiana. Pur essendo una canzone molto ascoltata ed amata, ognuno, in base a come è e a quello che sente, la interpreta a modo suo. E forse è giusto così.

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in Storie di fede e Riflessioni

La fede oltre il buio

Di fronte ad eventi dolorosi e incomprensibili ci diciamo: solo la fede può sorreggere, solo la fede può aiutare a trovare un po’ di luce, ad intravedere una parvenza di senso.

Ma cosa significa in realtà che la fede ci può aiutare?

C’è una bella preghiera ebraica che dice: Io credo nel sole anche quando non brilla. Io credo nell’amore anche quando non lo sento. Io credo in Dio anche quando tace.

Queste parole sono contenute in un piccolo ma gigantesco libretto intitolato “Yossl Rakover si rivolge a Dio”. Un libro di 18 pagine, la lettera-testamento di un uomo resistente. Nel 1943 nel ghetto di Varsavia è in fiamme, le forze armate delle SS stanno facendo irruzione e Yossl Rakover si rifugia in uno scantinato dopo che la follia nazista ha trucidato sua moglie e i bambini. Prende carta e penna e in un monologo struggente scrive della sua fede, l’unica forza che gli da speranza nel buio della sua tragedia.

Queste sagge parole esprimono la condizione radicale dell’uomo che cerca di vivere nella fede, sempre e soprattutto nei momenti della fatica e della sofferenza.

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Rielaborare il lutto

Quanto tempo ci occorre per rielaborare un lutto? Quali sono i passi da compiere per riuscire a farlo? La morte di una persona cara può addirittura diventare occasione per riprendere nuova forza per vivere e per rivisitare il nostro modo di intendere la serenità, la bellezza e l’esistenza stessa.

Questo è il sentiero percorso da Eric-Emmanuel Schmitt, uno degli autori contemporanei più convincenti, nel suo ultimo libro intitolato “Diario di un amore perduto”. Egli narra la morte della sua amata mamma e redige un diario dei mesi successivi: ci vogliono due anni, dice, per elaborare un lutto.

Ritrascrivo le prime e le ultime parole del libro. Il diario inizia con queste parole: “Mamma è morta stamattina. È la prima volta che mi fa soffrire.

Il libro termina così: “Stamattina mamma è viva, e non è l’ultima volta che mi regalerà gioia.

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La gioia va coltivata

Ho trovato un appunto su un mio vecchio quaderno che, coll’avanzar del tempo, ritrovo ancor più vero. Quando la vita suona l’ora della raccolta si sentono, senza aver fatto troppo di male, mille piccoli disgusti di se stesso, il cui totale non fa un rimorso pieno, ma un disagio oscuro.

L’ho riletto pochi giorni fa citato nel libro “A riveder le stelle” il volume di Aldo Cazzullo su Dante, il poeta che inventò l’Italia.

Scopro che queste parole, contenute nel Cyrano di Bergerac, le pronuncia un certo De Guiche, il prepotente riccone che vuole portar via Rossana da Cyrano. Quando è il momento di tirare le somme, della vita o di qualche esperienza, si guarda indietro: non si è mai fatto nulla di troppo male per avere un rimorso, ma è la somma di tanti piccoli disgusti a generare un continuo e oscuro disagio.

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Chiesa in uscita?!

La fotografia non è un granché.

Nel 1957 don Lorenzo Milani pubblica la sua prima opera intitolata “Esperienze pastorali” nella quale l’autore raccoglie i suoi pensieri relativi al periodo da lui trascorso come cappellano a San Donato.

Rileggendo la vita della parrocchia egli si interroga sulla vita dei fedeli, sulla loro condizione sociale e sul loro rapporto con la fede. Questo suo primo libro nel 1958 venne ritirato dal commercio per volere del Sant’Uffizio. Solamente pochi anni fa, per volere di papa Francesco, sono state tolte le proibizioni e “Esperienze pastorali” è tornato ad essere un prezioso strumento per conoscere la profezia di don Milani.

Papa Francesco insiste in ogni suo scritto o discorso a descrivere il suo sogno per una chiesa in uscita, una chiesa missionaria.

Ho sempre fatto un po’ di fatica a capire cosa significa questa espressione: “Chiesa in uscita”. Uscire da dove e per andare verso cosa?

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Dimmi come fotografi e ti dirò chi sei

Tutti, nell’epoca dello smartphone e dei social abbiamo iniziato a fotografare ininterrottamente e abbiamo la memoria del nostro telefono sempre colma per le innumerevoli immagini che traffichiamo.

Se penso a come si facevano le fotografie una volta viene proprio da sorridere: ci voleva molto tempo, occorreva una macchina, la pellicola, lo sviluppo… come è cambiata la fotografia ai tempi dei selfie. La macchina fotografica si usava in occasioni speciali, un matrimonio, una festa, un viaggio. Oggi ci sentiamo tutti fotografi, in tempo reale, immediatamente.

Gli esperti parlano giustamente di iperfotografia e le parole d’ordine sono: scattare, elaborare, condividere.

La cosa bella è che oggi la fotografia è molto accessibile e non la usiamo solo per immortalare momenti importanti ma anche per esprimerci. Magari per esprimere sentimenti e idee profonde oppure cose banali, ovvie o inutili, comunque sempre espressione di ciò che siamo.

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Cercare con il lanternino

Nel famoso quadro della cattura di Cristo, realizzato da Caravaggio, c’è un personaggio che gli esperti assicurano essere l’autoritratto dell’autore, che nel buio della scena sostiene una lanterna molto luminosa.

Con tutta probabilità Caravaggio si rifà ad un episodio accaduto al grande filosofo, teorizzatore della corrente del cinismo. Il filosofo si chiama Diogene Laerzio ed era un filosofo del IV secolo avanti Cristo. Un personaggio curioso, acuto e bizzarro. Viveva in totale miseria, dormendo in una botte aperta e possedendo pochi indumenti. Viveva come un cane, così diceva lui, randagio e senza casa, giustificandosi che lui “abbaiava” come un cane ringhioso, denunciando con insistenza i mali della società in cui viveva.

Un giorno lo videro aggirarsi per la piazza della città con una lanterna in mano, in pieno giorno, sotto il sole cocente. A coloro che gli domandavano che cosa stesse facendo lui rispondeva: “Cerco l’uomo”.

Non tanto un uomo onesto o puro, come intenderemmo oggi, ma l’uomo che vivesse secondo la sua vera natura non repressa dalle convenzioni sociali, dalle esteriorità, dalle regole e non schiavo della fortuna e della sorte capricciosa.

Fare luce sull’essere umano è esercizio fondamentale perché c’è una vocazione che ci riguarda tutti ed è il senso che illumina la nostra intera esistenza.

A Diogene dobbiamo la famosa espressione: “Cercare con il lanternino”, ossia cercare con accuratezza, impegno e dedizione.

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Credo nella resurrezione

L’atto di fede nella Pasqua non può essere ridotto all’adesione intellettuale all’articolo del credo. Certo questo è fondamentale, ma non è un dato di partenza, piuttosto di arrivo. Così almeno ci raccontano i Vangeli: l’elemento discriminante è il fatto di aver incontrato dei testimoni che hanno sperimentato nella loro vita la forza reale della resurrezione.

A ben pensarci questi testimoni li possiamo incontrare anche noi.

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Il silenzio di Dio

Con la Domenica delle palme entriamo nella settimana santa. Sono i giorni nei quali siamo chiamati a celebrare e a contemplare la morte e la risurrezione di Gesù, la sua Pasqua, il centro assoluto della nostra fede.

Sullo sfondo delle celebrazioni si staglia la croce, proprio lì, sul legno ruvido della croce, Gesù porta a compimento la sua vita. La croce svela il senso della sua vita compiuta nel segno dell’offerta totale di se. Ma non è la sofferenza il senso della sua morte. Il senso della vita di Gesù non è nascere per soffrire, ma nascere per amare. Ed il suo amore è stato incondizionato e libero, fino alla fine.

Una cosa appare, come inquietante, nella scena della morte di Gesù: il silenzio del Padre. Quel Padre tanto pregato dal Figlio, quel Padre a cui Gesù affida il suo Spirito prima di morire. Che ruolo ha avuto Dio nella croce? Dio, e questo è inquietante, sta in silenzio. Ma che tipo di silenzio è quello di Dio? Ci sono concesse per lo meno due interpretazioni.

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La rivoluzione della gentilezza

Fratelli tutti è proprio un testo da leggere: il pensiero di Francesco per la fraternità di tutti i popoli.

Ci sono i macro temi che il Papa affronta con molta sapienza e che sono destinati a tutti gli uomini di buona volontà del mondo, ai responsabili del mondo, al di là del loro credo: i diritti umani, la globalizzazione, l’amore universale, il bene comune, la pace, la politica… E poi ci sono temi che possono essere di grande utilità per riflettere sul nostro stile di vita, sul modo con cui ci comportiamo nelle nostre piccole faccende quotidiane.

C’è un piccolo paragrafo intitolato “Recuperare la gentilezza”. Afferma il Papa: Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”.

Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza.

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Domenica laetare

Chissà perché Gesù non ha raccontato una parabola sul concime. Certo non è un immagine molto spettacolare o attraente. Eppure è un immagine che esprime molto bene il processo della salvezza.

Io, mi perdoni Gesù, l’avrei raccontata più o meno così: il regno di Dio è come il letame che può trasformare i rifiuti in preziose risorse.

La domanda bizzarra mi viene suggerita mentre ascolto alla radio la presentazione di un libro scritto da un giovane coltivatore che si chiama Matteo Cereda. Il libro si intitola “Mettete un orto sul vostro balcone”.

Nel periodo del lockdown, dice l’autore molti si sono applicati con passione alla coltivazione. Anche chi vive in città e non ha a disposizione la terra del giardino può inventarsi coltivatore sul balcone di casa propria. Nel libro spiega come fare con tutte le attenzioni necessarie.

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Celebrare il tempo del pianto

Lo scorso anno in queste settimane iniziava il calvario per tanti fratelli e sorelle che non ce l’hanno fatta contro la durezza del Covid, il nemico invisibile che ha mietuto e continua a mietere migliaia e migliaia di vittime in tutto il mondo. Nel ricordo di tanta sofferenza celebriamo il tempo del pianto.

Quando Gesù vide Maria che piangeva, e vide piangere anche quelli che erano venuti con lei, fu scosso dalla tristezza e dall’emozione… Gesù si mise a piangere. Così il Vangelo racconta la partecipazione del Signore al dolore della morte dell’amico Lazzaro.

Celebrare il tempo del pianto vuol dire riconoscere la nostra impotenza davanti alla sofferenza degli altri. Questo ci costringe a rimanere a lungo in silenzio prima di balbettare qualche parola che abbia il sapore della speranza e della consolazione rifiutando di pronunciare frasi fatte e di tentare di esprimere una compassione artificiale. Le lacrime che nascono dal cuore purificano la nostra vicinanza vicino a chi soffre.

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Kintsugi

Quando un oggetto di valore, un vaso, una ceramica, cade e si rompe frantumandosi in tanti pezzi, non resta che raccogliere i cocci e gettarli nella pattumiera. Più l’oggetto vale e più e acuto il dispiacere. Un oggetto rotto è inservibile.

Pensavo a questa evidente verità riflettendo sugli effetti della pandemia dalla quale pare fatichiamo ad uscire.

Quante cose si sotto rotte con la pandemia: si e rotta la vita sociale, la comunità, si e rotta la frequentazione normale di tanti luoghi e di tante attività, si è rotta la sicurezza della vita e si sono rotti tanti rapporti. Sorge spontanea la domanda: cosa ne faremo dei cocci?

Sembra assodato, perché ne abbiamo molte dimostrazioni, che non è vero che saremo migliori di prima. Siamo come un vaso rotto, siamo come un corpo ferito e inerme di fronte alla sofferenza e al pessimismo.

Eppure, nemmeno di fronte alle rotture più catastrofiche, come cristiani, non possiamo pensare che il futuro non sia buono.

Così scopro il valore metaforico del Kintsugi. Leggo un articolo su una rivista e rimango letteralmente illuminato.

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