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Gli Hikikomori e la paura di uscire di casa

Si torna, in queste settimane, a parlare con insistenza di un fenomeno che colpisce soprattutto i ragazzi: la paura di uscire di casa, una vera e propria fobia sociale. Il lockdown da coronavirus ha costretto tutti a trascorrere le giornate chiusi in casa.

Dice Maria Rita Parsi: “La reclusione di questi mesi ha dato vita a una regressione: è come se fossimo tornati in un grembo materno che ti accoglie senza chiederti nulla in cambio. Il fatto poi che sia una reclusione obbligatoria fa cadere i sensi di colpa legati al rallentamento del ritmo e alla rinuncia a uscire nel mondo per affrontare sfide lavorative e personali. La casa è diventata un luogo di sollievo, dove non esiste il pericolo di intrusioni e aggressioni esterne e dove si può essere pigri senza doversi giustificare. Le uniche imposizioni del ritiro sono quelle di cibarsi dal punto di vista fisico e mentale, ovvio che ci si trovi bene.”

Mi ha molto colpito il tema della pigrizia sociale. Mi pare infatti che il ritiro forzato abbia “congelato” il desiderio di fare comunità.

Gli esperti che studiano questo fenomeno tuttavia affermano che “Se qualcuno arriverà a barricarsi in casa non sarà per problemi psicologici nati con la clausura da coronavirus, ma per patologie preesistenti al covid”.

Leggendo queste riflessioni il mio pensiero si è subito spostato al famoso fenomeno giapponese degli “Hikikomori”. È un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” e viene utilizzato in gergo per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale, rinchiudendosi nella propria abitazione, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta nemmeno con i propri genitori. E un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani dai 14 ai 30 anni, principalmente maschi, anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora.

Anche in Italia, soprattutto a causa del lockdown per il Coronavirus, l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un disagio adattivo sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo. In Italia non ci sono ancora dati ufficiali, ma si ritiene verosimile una stima di almeno 100 mila casi.

Sono diverse le cause che possono portare al fenomeno dell’ hikikomori. Per esempio caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi spesso intelligenti, ma anche particolarmente sensibili e inibiti socialmente. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, cosi come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficolta e delusioni che la vita riserva. Può essere dovuto a un’eredità familiare: l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili concause, soprattutto nell’esperienza giapponese.

I genitori faticano a relazionarsi con il figlio, il quale spesso rifiuta qualsiasi tipo di aiuto. Oppure, l’hikikomori deriva da problemi scolastici e sociali: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo. Gli hikikomori sviluppano una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire.

Ci si chiede giustamente come fare ad aiutare i ragazzi a vivere serenamente e con equilibrio la relazione casa-mondo. Sarà indispensabile soccorrere le patologie ma anche suscitare in loro, e forse anche negli adulti, un sano desiderio di comunità, offrendo luoghi propositivi di incontro e di confronto.

Don Roberto



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