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Il tennis come la vita

Chi non conosce Adriano Panatta? È considerato il più grande tennista italiano e ha vinto 10 titoli internazionali. Nel 1976 si è aggiudicato l’unica Coppa Davis conquistata dall’Italia. Attualmente è opinionista televisivo ed scritto un libro il cui titolo è molto provocante: “Il tennis l’ha inventato il diavolo” con un sottotitolo altrettanto intrigante: I colpi impossibili, le pazzie dei campioni e tutti i match in cui il demonio ha messo la coda.

Il tennis, dice Panatta, è uno sport pieno di magia e allo stesso tempo ha in sé qualche cosa di diabolico. Capita di giocare in uno stato di grazia, di trovarsi in momenti in cui tutto riesce e marcia perfettamente. Poi qualche cosa va storto e ci si ritrova come colpiti da una maledizione, non va più bene nulla. Nel bene e nel male si è in balia di tanti elementi che possono girare in un senso o nell’altro.

Essere in balia: ecco l’elemento diabolico del tennis… e della vita.

Ad un certo punto, per avvalorare la sua tesi, Panatta cita quello che diceva un giocatore della Croazia, Goran Ivanisevic: “Il tennista ha cinque avversari: il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e se stesso. E quando gli domandavano: e l’avversario oltre la rete? Lui rispondeva. Si c’è anche quello. Ma è il problema minore.

Mi sembra una bella metafora della vita. Il tennis è lo sport nel quale si piange o si ride più che in altri sport. I grandi campioni ricordano una grande gioia, ma anche lacrime di sconforto. È ovvio che si parla del tennis in quanto sport professionistico. La maggior parte dei tennisti gioca per diletto, per stare in movimento, per divertirsi.

Il tennis l’ha inventato il diavolo perché scendere in campo è una grande prova, come attraversare il deserto. E lì sempre il diavolo ci mette del suo. Ed è una partita che non finisce mai.

Afferma Panatta: Un match, un match importante, è una tempesta di emozioni che si prolunga anche quattro o cinque ore dopo la sua fine. Se hai vinto ti molla il sistema nervoso. Se hai perso c’è la rabbia della sconfitta. Credo che dipenda molto dal fatto che si è assolutamente da soli. Fuori si può avere la protezione di uno staff, dei genitori, di chi ti sta accanto. Ma in campo non c’è staff che tenga.

Gli sport individuali, più che quelli di squadra richiedono una grande capacità di concentrazione, una perenne competizione con se stessi, lo studio di una strategia, la forza per affrontare i momenti di crisi, la disponibilità ad imparare dai propri errori.

Questi aspetti rappresentano una sfida e una possibilità anche nella vita privata e sociale, nella dimensione del lavoro e nella gestione delle relazioni, e perché no? Anche nella vita della fede.

Don Roberto



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