Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

La stupidità

Un caro confratello mi segnala un librettino che mi incuriosisce. Si tratta di una saggio il cui autore è Carlo M. Cipolla. Il libro si intitola “Le leggi fondamentali della stupidità umana”. Cipolla nasce a Pavia nel 1922 e muore nel 2000. Ha insegnato storia dell’economia in Italia e negli Stati uniti. Nel 1976 ha pubblicato questo libro sulla stupidità. È un’ironica teoria sulla stupidità umana nella quale l’autore considera gli stupidi come un gruppo molto più ampio e potente di ogni altro gruppo. Gli stupidi, afferma Cipolla, sono più potenti della mafia e delle lobby industriali, non sono organizzati, non hanno ordinamenti, non possiedono uno statuto e tuttavia riescono a operare con incredibile efficacia.

Nel libro vengono enunciate cinque leggi fondamentali.

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in Storie di fede e Riflessioni

L’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio?!

Il cristianesimo in Italia pare essere inesorabilmente in declino. Una recente indagine riferisce che ogni anno circa 700.000 persone lasciano la fede cattolica e si dichiarano atei. L’80 per cento degli italiani non legge mai la Bibbia e la maggior parte dei giovani lascia la chiesa dopo la Cresima. Cercare realmente di seguire Gesù è un desiderio che riguarderebbe solo l’1 per certo degli italiani.

Mentre  leggevo  i dati di questa indagine mi sorgeva la domanda di Gesù:

Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?

Cosa deve accadere per cambiare la tendenza di questo declino del cristianesimo? Ma soprattutto la domanda che sorge spontanea è: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione?

Qualche mese fa è apparso sull’Osservatore Romano un articolo del sociologo Pier Giorgio Gawronski afferma: “da una parte, i credenti si trovano oggi in una condizione epocale davvero inedita, che trova nel segno delle “chiese sempre più vuote” una cifra particolarmente inquietante; dall’altra, una reale presa in carico di tale situazione imporrà loro un grande sforzo di pensiero, di cuore e di azione”.

Il possibile rimedio che egli prospetta è di rifarsi alla “fotografia” della chiesa dei primi cristiani scattata nel libro degli Atti degli Apostoli: i cristiani perseveravano in quattro cose: la trasmissione del messaggio evangelico (la catechesi), l’unione fraterna (l’amore del prossimo), lo spezzare il pane (l’Eucarestia) e la preghiera.

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Le tre chiavi

Don Bosco ha sempre avuto in cuore un unico desiderio: “formare buoni cristiani e onesti cittadini” per vedere i giovani “felici nel tempo e nell’eternità”. La sintesi del suo sistema pedagogico ce la offre lui stesso quando commentando la sua proposta educativa afferma: “Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e l’amorevolezza”.

Vengono così presentate le tre chiavi per aprire il cuore dei ragazzi. Queste chiavi lui seppe consegnarle diligentemente e con pazienza ai suoi collaboratori e ai suoi figli spirituali.

Oggi vengono consegnate a chiunque tra noi desidera entrare nel progetto educativo con un atteggiamento responsabile, fiducioso e gioioso.

Un progetto al quale don Bosco ha dedicato ogni suo respiro, ogni sua energia, ogni attimo della sua vita.

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Il violinista del Titanic

Scrive un papà: Personalmente mi sento un genitore allo sbando, come un comandante sulla nave. Un giorno, pur nelle difficoltà quotidiane, tengo la rotta, o almeno so dove andare; il giorno dopo sono come il violinista del Titanic, che continua a suonare diligentemente la musica del suo spartito, mentre la nave affonda. Un giorno con i miei due figli so quello che faccio, il giorno dopo mi chiedo: ma cosa sto facendo?

Questa riflessione mi ha molto colpito. Quanto dice vale per me come parroco e, penso, valga per ciascuno di noi in quanto condottiero di se stesso e della sua famiglia. Ma ammetto che al di là di tutto mi ha rapito l’immagine del violinista del Titanic.

Vado a vedermi lo spezzone del film e ricerco quanto è realmente accaduto in quel 14 Aprile del 1912.

Scopro così che Hartley, il violinista appunto, durante la sua prima e ultima navigazione, faceva parte del complesso di otto musicisti del Titanic. Non voleva compiere quella  navigazione perché gli dispiaceva lasciare la sua fidanzata, ma fu spinto dalla speranza che quel lavoro gli potesse garantire una qualche sicurezza per il futuro.

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Piccoli esercizi spirituali

A ripensarci adesso, a quasi due anni di distanza, slogan come “andrà tutto bene” o “ne usciremo migliori”… sembrano così enfatici da rasentare la peggior retorica.

Francamente confesso che nel marasma che stiamo vivendo se le cose tra gli umani sono cambiate sono solo peggiorate.

Essendo però uomini di speranza non possiamo essere catastrofici e dobbiamo costantemente rimanere propositivi e cercare di cogliere alcune possibilità attuabili per non tendere al peggio.

Dobbiamo, soprattutto in questa fase di nuovo critica, evitare di lasciarci andare, di cedere ad atteggiamenti disfattisti e cercare di capire come sia possibile migliorare la nostra qualità umana e cristiana.

In questo tempo interminabile del Covid penso che abbiamo bisogno di indicazioni spirituali per la nostra vita. E sarebbe bello che chi ha delle idee in tal proposito possa suggerirle.

Io propongo alcuni suggerimenti. Semplici e praticabili. Sono alcuni piccoli “esercizi spirituali” alla nostra portata.

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La consolazione e la desolazione

Ripropongo la meditazione del 31 dicembre scorso nella Messa di ringraziamento per la fine dell’anno come contributo di riflessione per chi non ha potuto essere presente.

In questo passaggio nel quale stiamo per salutare l’anno 2021 e accogliamo il nuovo anno voglio condividere una riflessione che prende spunto da un passaggio che il grande sant’Ignazio di Lojola suggerisce nelle regole dei suoi esercizi spirituali. In qualche modo ogni momento della nostra vita può essere considerato un esercizio spirituale.

Ignazio  dice  che  tutti  i  sentimenti  che l’uomo prova nella sua vita sono riassumibili in due sentimenti: la consolazione e la desolazione. Ogni nostro sentimento, bello o brutto, trova la sua collocazione dentro questi due.

La consolazione secondo Ignazio è lo stato di calma e di pacificazione interiore e, perciò l’assenza di ogni ombra o turbamento. Noi siamo consolati quando, nonostante una situazione di vita indubbiamente faticosa, sentiamo di avere lo stato d’animo e gli strumenti per reagire positivamente e viviamo uno stato di pace.

Quando siamo nella consolazione tendenzialmente ci sentiamo: fisicamente forti e pieni di energie, emotivamente felici e in pace e spiritualmente amorevoli e aperti al prossimo.

Al contrario la desolazione è lo stato di oscurità dell’anima, il turbamento, l’inclinazione alle cose terrene, la sfiducia, la mancanza di speranza e di amore, la tiepidezza, la pigrizia e la tristezza. Siamo desolati quando la situazione faticosa ci schiaccia e ci impedisce di reagire, oppure quando siamo chiamati ad un serio esame di coscienza rispetto a determinati comportamenti non particolarmente edificanti.

Quando siamo nella desolazione tendenzialmente ci sentiamo: fisicamente fiacchi e privi di energie, emotivamente tristi e confusi e spiritualmente freddi e chiusi al prossimo.

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Il tempo

Arriva un nuovo anno, si cambia il calendario, si saluta il ’21 e si accoglie il ’22 con tanta trepidazione.

Fugit tempus irreparabile affermava Virgilio. Il tempo è dono e responsabilità: scorre e non torna indietro. Non ci resta che dare valore ad ogni momento che viviamo. Con questo testo un autore anonimo ci aiuta a comprendere il valore del tempo:

Per capire il valore di un anno, chiedi ad uno studente che ha perduto un anno di studio.

Per capire il valore di un mese, chiedi ad una madre che ha partorito prematuramente.

Per capire il valore di una settimana, chiedi all’editore di un settimanale.

Per capire il valore di un ora, chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi.

Per capire il valore di un minuto, chiedi a qualcuno che ha appena perso il treno.

Per capire il valore di un secondo, chiedi a qualcuno che ha appena evitato un incidente.

Per capire il valore di un millesimo di secondo, chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.

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Ma che ti venga… un dubbio

Nell’ultima pagina del suo romanzo la francese Victoria Mas mette in bocca alla protagonista parole sul tema del dubbio. Il romanzo si intitola “Il ballo delle pazze” ed è ambientato in una clinica psichiatrica di fine Ottocento. Viene messo in scena un duello tra la scienza e la fede al termine del quale l’infermiera Geneviève, anziana e sostenitrice razionale della scienza, avendo compiuto eroicamente un singolare e generoso atto d’amore per una paziente, scrive una lettera e afferma: “Il giudizio degli uomini risiede nelle proprie convinzioni. La fede incrollabile in un’idea porta al pregiudizio. Ti ho già detto quanto mi sento serena da quando ho dei dubbi? Proprio così, non bisogna avere convinzioni, bisogna poter dubitare di tutto, delle cose e di se stessi. Continuo ad andare in chiesa. Ci vado da sola, quando le cappelle sono vuote. Non prego. Non sono ancora sicura di aver trovato Dio. Ignoro se un giorno succederà”.

Solitamente a riflette sul dubbio è colui che crede e si vede la sua fede vacillare, per l’incertezza, per la contestazione del mondo o per la cattiva testimonianza. I motivi per dubitare sono tanti. Almeno quanti sono i motivi per credere. Il cammino della fede non può essere sempre diritto e piano.

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Mi fido di Te!?

Non mi fido molto di Dio. Nella confessione una persona accusa questo peccato.

Ma cosa vuol dire fidarsi di Dio? Significa che per noi Lui è buono, che ha il potere di aiutarci, che desidera aiutarci e che ci aiuterà. D’altronde Gesù nel Vangelo ci ha promesso: “chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete”. Ma è affidabile il Signore? Posso avere fiducia di Lui? Posso credere nelle sue promesse?

Il senso della preghiera cristiana scaturisce proprio dalla risposta affermativa a queste domande. Ma cosa succede nel cuore del credente quando dopo anni e anni di preghiera pare che nulla di ciò che chiediamo accade?

Non so chi, ma qualcuno ha detto: Prega non fino a che Dio ti ascolti, ma fino a che tu ascolti Dio.

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A Natale va in scena una nascita: la mia.

A Natale va in scena una nascita. E subito il pensiero corre alle famiglie che hanno avuto un bambino o lo aspettano.

La via maestra per entrare nel Natale è proprio pensare al nascere. Penso alla mia nascita e giungo a fare due affermazioni, ovvie se vogliamo, ma di fondamentale importanza.

Prima di tutto che non mi sono creato da me stesso. Non posso perciò pensarmi con la supponenza di chi pensa di poter prescindere dalla fonte da cui si proviene, che sia Dio o semplicemente l’uomo e la donna che sono i miei genitori.

Non è naturale, come teorizzano certi filosofi, da Nietzsche in poi, che un individuo nasca da se stesso e si auto progetti. Se non mi sono fatto da me stesso vuol dire che provengo da qualcuno e che sono un dono.

Questo primo aspetto si capisce facilmente nel presepio e in ogni casa riempita dalla grazia di un neonato: contempliamo un bambino fragile la cui vita dipende da qualcun altro.

Il secondo pensiero è che sono frutto di una relazione d’amore, di uno scambio reciproco. A Natale penso a mia madre e a mio padre, penso a quanto di loro sia impresso in me, a come mi hanno fatto nascere, crescere e come mi abbiano offerto al mondo con coraggio e fiducia.

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Il Natale non si tocca! O no?

Quando arriva il Natale si solleva sempre un gran polverone sul suo significato. Questa volta è stato un testo della Commissione Europea che nei giorni scorsi è stato ritirato. Nel documento, considerato immaturo e perciò non adottabile, si insegue l’obiettivo di un linguaggio inclusivo, politicamente corretto che non offenda nessuno. Il documento era intitolato: “Linee guida della Commissione europea per la comunicazione inclusiva”. Nel documento si parla in modo piuttosto evidente dei divieti per l’utilizzo di termini troppo espliciti sui temi del Natale e di conseguenza si è intravista la volontà di arrivare alla negazione delle radici cristiane dell’Europa.

Senza conoscere i singoli articoli di questo documento devo sinceramente ammettere che non mi ha stupito più di tanto. Prima di tutto perché già è un dato di fatto che il nostro mondo è sempre più scristianizzato e non sarà di certo un documento a decretarne l’attuazione. Oramai, senza che ce lo dica la Commissione Europea, la nostra è un’epoca che prescinde dal riferimento spirituale della vita, o meglio, che la fede cristiana non mostra più nessuna visibilità, è insignificante. In secondo luogo va detto che nessuno vuole negare l’identità dei cristiani, perché l’impressione è che i cristiani stessi hanno reso talmente opaca la loro propria identità che loro stessi non hanno alcuna consapevolezza circa il loro essere discepoli di Gesù. Viene semplicemente costatato che l’identità cristiana si sta smarrendo. Non perché “qualcuno” voglia negarla, ma perché viene meno nella coscienza dei cristiani stessi.

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Precarietà e preghiera

Tra i tanti termini utilizzati in questo periodo, emerge la parola “precarietà”.  Con questo termine si indica prevalentemente la carenza di occupazione lavorativa ma anche, in senso più esteso, per nominare una situazione di incertezza e instabilità.

La precarietà è quella condizione propria di chi sa di non essere sempre e totalmente autosufficiente. Precario significa incerto, non sicuro, che è soggetto a subire, da un momento all’altro, un cambiamento.

Precaria è la condizione umana perché è provvisoria ed incerta, perché non ha molte garanzie di stabilità o di continuità. Vivere significa essere legati ad un contratto a termine.

Ma quale è l’etimologia del vocabolo “precario”? Deriva dal verbo latino «prex, precis» che letteralmente significa «pregare, supplicare».

Dunque la situazione “precaria” è la condizione propria in cui si trova colui che prega.

Il tempo di precarietà deve essere innanzitutto tempo di preghiera, cioè di abbandono fiducioso nelle mani di Dio.

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Possiamo pensarci senza Dio?

L’avvicinarsi del Natale ripresenta il mistero della nostra umanità che pare possa vivere bene anche senza Dio. Il Verbo si è fatto carne e i suoi non l’hanno accolto. Non l’hanno accolto. Perché non l’hanno accolto? Per gli stessi motivi per cui oggi continuiamo a non accoglierlo. Non lo accogliamo perché ci è scomodo, perché ci richiede di fargli spazio, di cambiare. Non lo accogliamo perché poco alla volta abbiamo imparato a vivere senza di Lui. Non lo accogliamo perché siamo praticamente indifferenti a Lui,  alla sua presenza e alla sua Parola.

Esattamente come dice il cantautore Giovanni Lindo Ferretti: “Le città possono pensarsi senza Dio o anche contro Dio, per le montagne è più difficile. Persino un pensiero ateo si colora di sfumature mistiche e religiose”.

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Io sono il capitano della mia anima

A volte la resistenza è proprio una virtù indispensabile. Penso a chi vive da anni una malattia inguaribile, a chi si trova oppresso dalla violenza, a chi si sente perseguitato da ogni forma di ostilità. A chi deve sopportare fatiche più gravi delle proprie forze. Penso a chi sta vivendo momenti cupi e di disorientamento.

Ho letto una poesia che contiene una forza impressionante. Una poesia che, senza essere eretico l’avrebbe potuta scrivere Cristo stesso o comunque tutti i cristi che hanno una vita di stenti.

Si tratta di una poesia scritta da William Ernst Henley, un poeta inglese nato nel 1848 e morto a 55 anni nel 1903. La sua è una storia di sofferenza: a 12 anni si ammala gravemente di tubercolosi che gli costò l’amputazione di una gamba.

Di lui un suo carissimo amico scrive che era “un grosso, sanguigno individuo dalle spalle larghe con una gran barba rossa e una stampella; gioviale, sorprendentemente arguto e con una risata che scrosciava come musica; aveva una vitalità e una passione inimmaginabili; era assolutamente travolgente”.

Nonostante la malattia non gli diede tregua nemmeno per un istante aveva una forza d’animo e una capacità di resistenza incredibili. Nel letto dell’ospedale scisse questa poesia che è senz’altro la più conosciuta tra le sue opere. Henley invece di affliggersi reagisce con coraggio e con speranza, non si dispera per ciò che ha perso e lungo il suo calvario quotidiano continua a guardare avanti e decide di non lasciare a niente e a nessuno, se non a lui stesso, il controllo della sua vita: io sono il capitano della mia anima!

La poesia si intitola “Invictus” che significa “non vinto”.

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La legge della vita

La nostra comunità vive la giornata degli adolescenti con il rito di passaggio per i ragazzi di terza media. È un momento importante per tutti perché vorremmo considerare questa età della vita con molta cura, un’età delicata, fragile ma carica di molta vitalità.

L’Oratorio giustamente investe molte energie nell’accompagnare gli adolescenti, non solo nell’incontro settimanale con un programma idoneo all’età dei ragazzi con proposte e attività appropriate, ma anche nell’accoglierli durante i tempi informali: lo sport, il cortile, la sala giochi. Certo potremmo fare molto di più se le forze del volontariato fossero maggiori. Tuttavia tanti sono gli adolescenti che frequentano l’Oratorio come punto di riferimento.

Il “Rito di passaggio” per i ragazzi di terza media è pensato proprio per sottolineare la disponibilità della comunità a condurre i ragazzi, dopo la Cresima, al termine del cammino di iniziazione cristiana affinché si sentano a casa nell’Oratorio e siano costantemente provocati a cercare risposte alle domande fondamentali della loro crescita. D’altronde affrontare, in compagnia di coetanei e con la guida di animatori appassionati e preparati, la stagione dell’adolescenza significa avere la possibilità di confrontarsi su molti aspetti umani e cristiani della vita.

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Andando per cimiteri 2

In questi giorni la chiesa ci accompagna come una mamma e una maestra a considerare sapientemente il mistero della morte e della vita eterna.

Nei cimiteri o nelle chiese siamo messi seriamente di fronte al mistero oscuro della morte. E soprattutto quando la morte arriva così vicino alla nostra vita da toccarci nella pelle non possiamo che condividere i sentimenti dello smarrimento ma anche della speranza.

C’è una bellissima preghiera che rivolgiamo al Signore nel prefazio della messa per i defunti che dice: E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore rifulge a noi la speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura.

Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.

Ecco perché abbiamo la speranza, perché la vita non è tolta, ma trasformata e noi viviamo il nostro pellegrinaggio terreno nell’attesa di giungere nella nostra vera patria.

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Andando per cimiteri

La bella abitudine di recarci al cimitero tocca l’apice nel mese di Novembre e in particolare nella settimana iniziale, quando celebriamo la Festa dei Santi e la Commemorazione di tutti i defunti. Il cimitero ha sempre un grande fascino perché è un luogo nel quale si può riflettere, meditare, pregare, raccogliere i ricordi…

La memoria dei nostri cari non è un gesto malinconico ma un inno alla vita, per noi che crediamo che la vita “non è tolta, ma trasformata”, una vita eterna. Siamo sollecitati al pensiero che la vita terrena è di passaggio e perciò va vissuta senza sprecarla, senza renderla mediocre, povera, triste.

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Cosa partorisce la montagna?

A volte ci ritroviamo a constatare di aver fatto molto lavoro e ad avere in cambio un piccolo risultato. Succede in ambito lavorativo ma anche in tante circostanze della vita. Abbiamo investito tanto in un progetto e non riusciamo a tirare insieme nulla o poco. Abbiamo avuto aspettative alte per la riuscita di una proposta e alla fine siamo stati delusi.

Spesso accade anche che siano gli altri a promettere mari e monti e poi non sanno mantenere le promesse fatte. Ma non pensiamo subito ai politici. Avviene anche nelle nostre famiglie o nella comunità.

C’è una frase che è diventata proverbiale e viene normalmente usata in tono sarcastico: “La montagna ha partorito un topolino”. Indica appunto che un evento, o un certo risultato è stato aspettato tanto e poi si rivela alla lunga inferiore alle attese.

La frase citata allude alla favola di Esopo che racconta che c’era una volta una montagna che era prossima a partorire. Le doglie cominciarono a farsi sempre più intense e gli intervalli tra una contrazione e l’altra ebbero dapprima una durata di poche ore, poi le pause iniziarono a farsi sempre più brevi fino a iniziare il travaglio. Presa dal dolore, dalla cima della montagna cominciò a uscire del fumo mentre la terra intorno tremava, gli alberi caddero uno ad uno colpiti dagli enormi massi che rotolavano giù a valle.

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Beati voi giovani

San Filippo Neri è stato sicuramente uno dei santi più originali per la sua amabilità, la sua umanità e per la sua bizzarria.

È famoso perché sono stati girati anche alcuni film i cui titoli sono espressioni abituali di san Flippo: “State buoni se potete” o “Preferisco il paradiso”.

È vissuto nel 1500 nella Roma turbolenta e lasciva. Aveva nel cuore la promozione dei giovani ed incominciò a raccoglierli nella cerchia dell’Oratorio, anticipando profeticamente l’esperienza di son Bosco che continua a segnare lo spirito e la prospettiva dell’Oratorio.

Filippo Neri trovò la strada luminosa dove far camminare i giovani, come dicono i suoi biografi, nell’esercizio quotidiano della Sacra Scrittura, nella narrazione dei santi testimoni, nel ristoro di lunghe scampagnate in luoghi ameni, nella distensione spirituale, nell’amore per la musica sacra, nella visita agli ammalati…

L’Oratorio anche oggi cerca di formare i ragazzi e i giovani in questa prospettiva di educazione globale della persona. Filippo diceva spesso ai suoi giovani: “Beati voi giovani che avete tempo di fare il bene!”. Questa è un espressione straordinaria che mette in evidenza non solo il tempo che un giovane, in quanto giovane, ha davanti a sé, ma anche il carattere fallimentare di un’esistenza priva di amore e di responsabilità. La giovinezza è una stagione feconda della vita, a condizione che non la si sprechi.

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