Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

Ultimi articoli pubblicati

Fatemi prendere sul serio il gioco della scopa

Le vacanze estive ci permettono di aver un po’ di tempo per gustare qualche passatempo come per esempio giocare a carte.

Tra i giochi più diffusi c’è certamente “la scopa” con tutte le sue varianti. È un gioco antichissimo che nasce nel Quattrocento a Napoli, nel porto, dove i pirati e i pescatori si fermavano per giocarsi i bottini dei vari assalti alle navi mercantili.

Si dice che sia un gioco inventato dai muti perché sarebbe bandita ogni forma di comunicazione verbale. I più esperti e smaliziati giocano segnandosi le carte. I più bravi sono ovviamente coloro che riescono a tenere a mente le carte giocate e a mettere in atto strategie affinché gli avversari non facciano punti.

Erri De Luca nel suo romanzo “Il giorno prima della felicità” racconta la storia di un ragazzino solitario rimasto orfano che frequenta don Gaetano un tuttofare di Napoli che, tra le tante cose, gli insegna a giocare a scopa e gli racconta la vita di Napoli.

Nel romanzo c’è un passaggio che si riferisce al gioco della scopa definendola simbolicamente “religiosa”.

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La cronofagia

Recentemente mi ha colpito il titolo di un libretto di Davide Mazzocco. Non conosco né l’autore né il contenuto del libro. Mi ha semplicemente attratto il termine: “cronofagia”. E il sottotitolo: “Come il capitalismo depreda il nostro tempo”. Nella prefazione l’autore afferma che essa è uno dei principi dell’ipercapitalismo attuale secondo cui il “tempo” sarebbe una risorsa al pari del denaro. La parola cronofagia è stata coniata nel 2015 Jean-Paul Galibert.

È una parola composta da “cronos” (tempo) e “fagia” (mangiare). La nostra cultura capitalista ci mangia il tempo e noi siamo divorati dal tempo che scorre non lasciandoci più la possibilità di avere la giusta consapevolezza della vita interiore, del gusto di ciò che è vero e bello.

“Il tempo è denaro” si dice. Quindi la mira del capitalismo è di considerare  il tempo come il denaro. Con tutto quello che ne consegue.

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Batticuore

Non vedevamo l’ora di iniziare e adesso dobbiamo dire che finisce sempre troppo presto. Ogni estate è sempre così: il CRE è un mese di energia pura che coinvolge tantissime persone. Il parroco, i coordinatori, i collaboratori adulti, gli adolescenti e soprattutto i veri protagonisti, i bambini e i ragazzi. La preparazione inizia a febbraio con i coordinatori per gli aspetti organizzativi, ad aprile con gli adolescenti per la formazione.

Le cinque settimane del CRE rappresentano non solo un servizio per le famiglie che si fidano dell’Oratorio e lasciano per tutta la giornata i loro figli, ma è anzitutto un’esperienza vera di comunità e perciò una palestra nella quale esercitarsi per la propria crescita.

Il tema del CRE 2022 è stata la storia del Mago di Oz e l’obiettivo generale per tutti è stato il viaggio interiore nel mondo delle emozioni.

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Mantenere viva la memoria

Più sto a Dalmine e più il 6 Luglio scava in me sentimenti intensissimi di pietà, desideri concreti di pace e pensieri sinceri di appartenenza alle ferite di questo territorio.

Quando nella Messa che abbiamo celebrato a ricordo delle vittime del bombardamento, alle ore 11 e 2 minuti è suonata la sirena la commozione ha invaso il cuore e la mente dei partecipanti.  Ad un certo punto mi scappa l’occhio e vedo una signora anziana che piangeva inconsolabilmente. Per questa donna la memoria ha ripresentato scene inenarrabili che ha vissuto sulla propria pelle.

La partecipazione alla Messa, certamente anche per il caldo, è ogni anno sempre meno numerosa. I testimoni oculari sono sempre meno. Come possiamo mantenere viva la memoria?

Dopo la Messa, nel pomeriggio, mi ritrovo al CRE con i ragazzi all’Oratorio. Avevo chiesto ai coordinatori di fare una sosta alle 11 e due minuti per ascoltare la sirena e di preparare un momento di riflessione e di preghiera per il 6 Luglio.

Mi rimbalza la domanda: come possiamo mantenere viva la memoria? Con un gruppo di ragazzi gli animatori condividono il racconto del bombardamento e l’ascolto di alcuni stralci di testimonianze.

Come possiamo mantenere viva la memoria? Con grande sorpresa osservo che i ragazzi sono molto preparati. A scuola hanno ampiamente affrontato la vicenda, con Fondazione Dalmine hanno svolto attività per conoscere la guerra e i danni causati dal bombardamento. Ad un certo punto rivolgo loro la domanda: come possiamo mantenere viva la memoria? Chi ci penserà? Loro in coro rispondono: Noi!

Quella risposta mi ha spalancato il cuore.

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Pietre vive

Con i ragazzi accade spesso di cantare una canzone che fa: Chiesa di mattoni no, chiesa di persone si! Anch’io la canto ma non sono molto convinto dell’esattezza di queste parole. Lo dico soprattutto pensando all’opera che abbiamo intrapreso di sistemare la Chiesa di mattoni, che è un’impresa straordinaria, non solo per il denaro, ma anche per le preoccupazioni che comporta. La chiesa materiale è un aspetto accessorio ma importante perché rivela il volto della comunità che si raduna intorno ad essa.

Come la Chiesa di mattoni è tenuta insieme da singoli elementi tra loro diversi, così la comunità parrocchiale è formata da persone che hanno ministeri e servizi diversi, storie ed esperienze diverse, ma che sono chiamate a vivere una profonda unità nel segno della fede, della speranza e della carità.

Quindi, cambiando le parole della canzone, direi: chiesa di mattoni si!… se è il segno della chiesa di persone.

Qualche anno fa un vescovo pronunciò queste parole ad una parrocchia che festeggiava l’anniversario di consacrazione della propria Chiesa: “La propria Parrocchia deve essere amata, deve essere preferita come la più bella di tutte. Nella propria Chiesa locale ciascuno possa dire, qui il Cristo mi ha atteso, e mi ha amato; qui io l’ho incontrato, e qui io appartengo al suo Corpo Mistico”. Così la parrocchia di san Giuseppe per noi è la più bella di tutte!

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L’oratorio è cattolico

Con alcuni amici preti commentiamo le notizie di alcuni oratori che a causa di gesti di grande maleducazione si sono trovati costretti a chiudere. È successo recentemente a Cicognara (Mantova) dove il parroco ha spiegato alla comunità la condizione di devastazione del proprio oratorio. Ma è successo anche nella bergamasca che alcuni parroci hanno lanciato un severo monito per atti di vandalismo nell’oratorio. Evidentemente non è sufficiente esporre cartelli con i regolamenti perché nessuno, tanto meno i ragazzi, li legge.

Succede anche che i volontari che danno il loro tempo e la loro passione per tenere aperti gli ambienti si sentano in difficoltà. Le cose funzionano quando nell’oratorio, accanto ai ragazzi, ci sono giovani e adulti che condividono del tempo, non per controllare, ma semplicemente per esserci.

Credo che nel territorio, nel quartiere, nella città, gli oratori debbano non solo essere aperti il più possibile, ma soprattutto essere aperti a tutti indistintamente. In questo senso l’oratorio è l’espressione più palese della chiesa tra la gente a partire da coloro che ci stanno più a cuore, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani.

L’oratorio è a servizio di tutti, sempre. Ma guai a confonderlo con un “erogatore di servizi”.

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La sfida

In un pomeriggio assolato dei giorni scorsi, durante il CRE, tra un gioco e l’altro, mi è capitato di chiedere ad un gruppetto di ragazzi se avevano l’abitudine di pregare durante la giornata, in generale. Siccome nel gruppetto c’erano cristiani, mussulmani e atei il confronto è stato ancora più interessante.

I cristiani pregano piò o meno quando se la sentono o quando hanno bisogno e più che pregare dicono le preghiere, afferma una ragazzina. Il mio papà prega cinque volte al giorno, dice un bimbo mussulmano, ma io non sono obbligato a farlo e perciò non lo faccio. Io non sono né cristiano né mussulmano, io non credo a niente e a nessuno, incalza freddamente un bimbetto. Ho messo la cosa sul ridere e tutto finisce con questo scambio.

Alla sera di quel giorno prego la compieta e come al solito leggo il Vangelo del giorno dopo per celebrare al mattino un po’ preparato e il Vangelo propone il testo di Matteo nel quale Gesù insegna ai suoi amici a pregare e regala loro la preghiera per eccellenza: il Padre nostro.

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È finita la scuola

All’indomani dell’ultimo giorno di scuola il giornale L’Eco di Bergamo a caratteri cubitali mette in prima pagina il titolo: Scuola, liberi tutti!

Leggo l’articolo e colgo una sproporzione tra l’evento della scuola che finisce e le celebrazioni che riempiono città e paesi per festeggiare questo evento: brindisi, picnic, fumogeni, caroselli…

La Fara stracolma di ragazzi che hanno passato il pomeriggio in una festa prolungata.

Già nel titolo colgo un equivoco: Scuola, liberi tutti! Come appunto se la scuola non fosse un tempo di libertà. Come se la scuola fosse un tempo di prigionia che tiene per tanti mesi i ragazzi sotto pressione. Come se finalmente i mesi dell’estate possano prospettarsi come la vera libertà.

Certo che i giorni di scuola sono impegnativi. Ma proprio per questo fanno crescere. Anche l’estate del resto, se non diventa tempo di ozio e di sbragamento, potrebbe essere un’ottima occasione di crescita.

Ripensando alla fine della scuola mi è ritornato in mente un interessante discorso di qualche anno fa di un noto personaggio. Amato e detestato al tempo stesso Bill Gates in un discorso tenuto in una scuola di fronte a centinaia di studenti ha sintetizzato in un decalogo la sua filosofia di vita. Ha intitolato il suo discorso “Le dieci cose che la scuola non vi insegna, ma che dovete imparare il più velocemente possibile”. Mi ha molto colpito il settimo punto nel quale si rivolge agli adolescenti con queste parole: Prima della vostra nascita, i vostri genitori non erano così noiosi come lo sono ora! Sono diventati in questo modo: per pagare le vostra bollette, per pulire i vostri vestiti, a furia di ripetere all’infinito quanto siete bravi e intelligenti. Quindi, prima di salvare le foreste pluviali dai parassiti della generazione dei vostri genitori, iniziare a pulire la vostra stanza e mettete in ordine tutto ciò trovate.

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Il lampionaio

Tra le tante lezioni della straordinaria storia del Piccolo Principe ce n’è una che magari non è tra le principali ma è importantissima. Ed è quella dell’incontro con il “lampionaio” che mette in evidenza il rapporto con il dovere, con le regole, in un mondo in continua evoluzione.

Arrivato in un pianeta inesplorato il Piccolo Principe incontra un uomo che accende e spegne l’unico lampione del suo pianeta. Alla domanda sul perché lo facesse il lampionaio risponde: questi sono gli ordini. Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire…. Ma il pianeta di anno in anno ha girato sempre più in fretta e la consegna non è stata cambiata!.

Il lampionaio è un uomo fedele al suo dovere, ma è amareggiato e triste perché deve continuare ad obbedire alla consegna ricevuta mentre il pianeta gira sempre più in fretta.

Questo personaggio mi ha subito fatto pensare a come spesso siamo incapaci di modificare i nostri schemi e continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto eseguendo gli ordini in modo del tutto passivo.

Nonostante il Piccolo Principe cerchi di aiutarlo una soluzione creativa, il lampionaio non accetta nessun suggerimento: “Buon giorno”. E spense il suo lampione”.

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Il restauro della Chiesa Parrocchiale

È iniziato l’allestimento del cantiere per il restauro della Chiesa la cui durata è prevista per circa sette mesi. Per far fronte a questa spesa la Parrocchia ha potuto ottenere un finanziamento di 250.000 Euro dal BIM con l’impegno di restituirlo in sette anni, ha aperto un mutuo presso la Banca (oltre a quello già in essere per i lavori svolti all’Oratorio per l’Arca) ed ha iniziato a raccogliere donazioni liberali dai fedeli.

L’intervento non è stata una decisione facoltativa, ma è stato imposto dalla situazione di pesante criticità del tetto della Chiesa che presenta un grave pericolo per l’uso della Chiesa stessa. Non c’è stato perciò molto spazio per tanti ragionamenti. Il Consiglio per gli Affari Economici della Parrocchia si è confrontato più volte, nei mesi scorsi, sulla necessità di intervenire e benché siamo consapevoli che il tempo che stiamo vivendo non è economicamente molto favorevole per tante famiglie, siamo fiduciosi della sostenibilità del progetto.

La consacrazione della Chiesa parrocchiale il 19 marzo 1931

L’elemento che più ci incoraggia è la compartecipazione che i fedeli vorranno manifestare per contribuire con le proprie offerte. Mai come in queste occasioni è vero il modo di dire: “sono le singole gocce che formano il mare”. La nostra Chiesa è stata voluta e costruita dalla “Dalmine” nel 1930. Oggi non è più possibile ottenere un unico finanziamento per coprire l’intera spesa. Anziché il molto di pochi oggi è possibile solo il poco di molti.

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in Luoghi di culto, Storie di fede e Riflessioni

Quando sarai grande capirai!

Che fastidio prova un ragazzo quando si sente dire dai genitori: quando sarai grande capirai! Gli esperti sconsigliano ai genitori di pronunciarla questa espressione perché i ragazzi non la sopportano perché è un po’ come se il genitore si mettesse sul piedistallo della sua esperienza e giudicasse incapace chi è più piccolo di capire. Così come quando i genitori dicono: quando avrai figli ne riparleremo! Sono espressioni che fanno arrabbiare i ragazzi e pongono le condizioni di una chiusura del dialogo. Ai ragazzi non interessa di quando saranno grandi perché ciò che conta per loro è quello che accade adesso, nel presente.

Al di là della reazione dei ragazzi c’è una verità profonda in questa espressione: con la maturazione e con l’accumulo delle esperienze ogni persona diventa più consapevole e cambia il punto di vista sulle cose. Sembra una verità ovvia, ma tenerla presente ci rende più pazienti e anche più capaci di sintonizzarci con chi è più piccolo e non può essere considerato un “adulto in miniatura” ed ha bisogno appunto di diventare grande perché ancora non lo è.

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in Storie di fede e Riflessioni

La Cresima: l’essenziale è invisibile agli occhi

Uno degli episodi biblici che mi piacciono di più è senz’altro la scelta e la consacrazione del re Davide.

Il racconto è molto avvincente: il profeta Samuele viene mandato a Betlemme a cercare un nuovo re per Israele e precisamente viene inviato da Iesse che aveva molti figli. Samuele passa in rassegna tutti i figli e quando vede il più piccolo, Davide appunto, lo sceglie e il Signore dice al profeta: è lui, ungilo, non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.

Davide viene unto, cioè consacrato e in forza di quell’unzione diventa uno strumento nelle mani di Dio e compirà cose prodigiose per il suo popolo tanto da essere ricordato come una delle figure più importanti dell’Antico Testamento. Dalla sua stirpe nascerà Gesù a Betlemme. Tuttavia Davide non era perfetto: non ha conosciuto solo le vette della santità, ma anche gli abissi del peccato.

Mi piace scegliere Davide come modello per cresimandi e suggerire loro alcuni auguri in occasione di questa tappa fondamentale del loro cammino umano e cristiano.

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in Storie di fede e Riflessioni

La Prima Comunione: un incontro ravvicinato del terzo tipo. Anzi del quarto tipo!

Non mi sono mai avvicinato con passione ai film di fantascienza. Ma cre-do il titolo del film di Spielberg sia quanto mai bello. Proprio questo titolo mi suggerisce il modo per fare gli auguri ai bambini che vivono la festa della Prima Comunione con le loro famiglie e l’intera comunità.
Capisco che l’analogia è assolutamente impropria: nel film si parla di av-vistamenti degli Ufo, nella Comunione si parla di una Persona viva, in Corpo e Sangue, si parla di Gesù, nostro Signore. Con le dovute propor-zioni scopriamo che gli incontri con gli Ufo possono essere di tre tipi, anzi quattro.
Gli incontri di 1° tipo corrispondono alla visione di un Ufo posato a terra a distanza di alcune centinaia di metri.
Gli incontri di 2° tipo sono quelli nei quali l’Ufo, oltre essersi posato a terra lascia tracce della sua presenza (segni sul terreno, bruciature…).
Gli incontri di 3° tipo (quelli a cui si riferisce il famoso film del 1978) so-no quelli nei quali con l’Ufo deve essere avvistata anche una entità anima-ta.
Recentemente è stato coniato anche l’incontro del 4° tipo: si tratta del ra-pimento di un terrestre a bordo di un Ufo. Continua la lettura →



in Storie di fede e Riflessioni

Fiuta e ri-fiuta!

Una delle espressioni più belle che il Papa ha utilizzato rivolgendosi agli adolescenti in Piazza san Pietro il giorno di Pasquetta è sicuramente quella che anche i giornali hanno maggiormente evidenziato. Il papa ha commentato il testo del Vangelo di Giovanni ed ha affermato: “Voi non avete l’esperienza dei grandi ma avete qualcosa che i grandi alle volte hanno perduto, voi avete il fiuto della verità. Vi auguro di avere il fiuto di Giovanni e il coraggio di Pietro”.

Avere il fiuto significa avere una buona capacità di intuizione e di giudizio. Gli adolescenti, ha ragione il Papa, sono proprio così: sanno cogliere al volo se intorno c’è il profumo della verità o la puzza della menzogna, sanno comprendere se le persone sono vere o false, colgono quello che c’è nell’aria senza tanti ragionamenti, riconoscono a pelle ciò che li circonda.

Poi che gli adolescenti assecondino la verità è un altro discorso. Ma questo è accaduto anche agli apostoli del Vangelo tanto che se Pietro ha avuto fiuto per Gesù e l’ha seguito, c’è stato anche il momento in cui il fiuto si è trasformato in rifiuto: quando cioè ha affermato per tre volte di non conoscere quel Gesù che lo aveva chiamato.

Le parole del Papa francamente mi hanno colpito ma non tanto pensando agli adolescenti, ma a me stesso.

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Rimasi subito colpito

Nel cammino della nostra vita cristiana molto lo dobbiamo alla nostra coscienza, alle ispirazioni che abbiamo la grazia di ricevere. Altrettanto lo dobbiamo all’educazione ricevuta. Ma tantissimo lo dobbiamo agli incontri che viviamo e alle testimonianze che riceviamo. Il più delle volte queste testimonianze sono casuali, almeno apparentemente.

Sto leggendo in questi giorni la biografia di Thomas Merton. Fu un grande scrittore e monaco dell’ordine dei trappisti dedito ai grandi temi della pace, dei diritti civili, del dialogo interreligioso, della giustizia. Visse un’adolescenza confusa e superficiale, da giovane ha avuto una vita dissoluta segnata sempre dal profondo desiderio di cercare e di far tesoro delle proprie esperienze, dei propri sbagli, delle cadute e delle conquiste. Morì nel 1968 a soli 53 anni durante un viaggio in India, folgorato a causa di un ventilatore difettato. Quando compì 23 anni vive la sua conversione e chiede di essere battezzato. Ma come è avvenuta la sua conversione?

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Gesù è morto o vivo?

Circa duemila anni fa, una notizia clamorosa ha improvvisamente sconvolto gli abitanti di Gerusalemme e tutti i pellegrini raccolti nella città santa per la Pasqua ebraica: un uomo condannato e morto in croce dopo tre giorni è risorto.

La notizia è stata subito circondata da due reazioni opposte: i suoi discepoli dichiararono che giunti al sepolcro lo trovarono vuoto e nelle cronache che ci hanno lasciato, i Vangeli, raccontano di aver compreso che cosa intendesse Gesù quando prima di morire accennava alla Risurrezione. I capi del popolo invece affermarono che si trattava di una menzogna inventata dai discepoli stessi di quell’uomo.

Da allora la notizia della Risurrezione ha sempre diviso l’umanità. Per gli uni Gesù continua ad essere vivo, a parlare, a mostrare segni prodigiosi, a infondere coraggio e speranza a quanti confidano in Lui. Per gli altri Gesù è morto e basta, è un ricordo da archiviare come ogni personaggio storico e non ha nulla a che fare con la vita degli uomini di oggi.

A sostenere la fede dei cristiani non può essere la visione, ma la fiducia in una promessa: “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”. Dal momento poi che la sorte della Pasqua il Signore Gesù l’ha condivisa con tutti coloro che credono in Lui, i cristiani sono persuasi che anche i propri cari non sono morti e basta, ma continuano ad essere vivi e in possibile relazione con chi li ricorda.

Vivere con il pensiero di risorgere non è la stessa cosa che vivere con il pensiero di morire e basta.

La Festa di Pasqua è il momento in cui i discepoli di Gesù fremono per il pensiero di risorgere. Lo fanno radunandosi insieme, ascoltando Gesù che parla, cantando con gioia, e dicendo: Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta. Tutto questo non si può né fare né dire se si pensa che Gesù sia morto e basta.

Non solo la Domenica di Pasqua, ma in ogni Domenica.

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Tu sei ancora qui tra noi

Caro Gesù dopo molti secoli siamo qui di nuovo a ripercorrere i momenti della tua passione.

Tu sei ancora qui tra noi, libero ed ostinato, a lavarci i piedi e a consegnarti nelle mani di chi ti flagella, ti strattona sul monte della croce, ti inchioda e ti uccide, credendo di far piacere all’immagine presunta del loro Dio, o semplicemente ti ignora. Tu sei ancora qui ad emettere il tuo ultimo respiro in nome di un amore folle e senza confini.

Anche tua madre è ancora qui fra noi, silenziosamente piangente, nascosta nei gemiti di ogni madre sostenuta dalla speranza.

I tuoi amici sono ancora tra noi e percorrono ogni angolo del mondo per raccogliere il tuo respiro e lasciar trasparire un po’ della tua luce. I tuoi amici, dispersi e poi ritrovati, cercano ogni giorno di vincere la paura con l’amore. A volte riescono, sostenendosi a vicenda come fratelli, a volte ricadono nelle insidiose trappole del conformismo e tornano a disperdersi.

Ma anche i tuoi nemici sono ancora tra noi, sono i persecutori degli innocenti, i crudeli e i prepotenti che non hanno pietà di nessuno, i giudici implacabili che lanciano sentenze dappertutto, i farisei che pensano di essere superiori a chiunque. Anche Pilato si aggira tra noi, continua ad interrogarti ma non mette mai in gioco se stesso e alla fine ti lascia perdere declinando ogni responsabilità, lavandosene le mani.

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C’è un altro mondo, ma è in questo!

Tra pochi giorni la liturgia della Settimana Santa ci interrogherà sull’Evento centrale della nostra fede cristiana: la risurrezione.

Condivido tre testi che possono aiutarci ad entrare in punta di piedi e con stupore nel mistero della Pasqua.

Il primo è di un grande padre della Chiesa, Isacco il Siro Il solo vero peccato è essere insensibili alla risurrezione e solo colui che conosce il mistero della croce e della tomba, conosce il senso autentico delle cose ed è iniziato all’indicibile potenza della resurrezione; conosce lo scopo secondo il quale Dio in principio ha stabilito tutte le cose”.

Il secondo testo è uno stralcio di un libro di Paolo Rumiz. Nel suo libro “Gerusalemme perduta” il giornalista viaggiatore racconta questa efficace testimonianza vissuta proprio vicino al Santo Sepolcro di Cristo.

“Ciondolano davanti alla tomba di Cristo con la minerale in una mano e il cellulare nell’altra. Rasati a zero, spalle fuori e bermuda al limite della decenza. Un branco di ebeti, ecco l’Occidente, i difensori della cristianità, in coda davanti alla cripta ubi corpus Eius positum fuit (la cripta dove il Suo corpo fu posto). L’occhio del monaco che li smista è colmo di disgusto, se potesse li caccerebbe a bastonate, ma loro non se ne accorgono. Guardano nel nulla. Uno si infila un dito nel naso. Un altro quasi grida: “Oh, that’s beautiful”, è meraviglioso!

“Ma la tomba è vuota!” sussurra un inglese a un amico, poco dopo essere uscito a testa bassa dal buio quadrilatero. Non capisce che il senso del sepolcro è proprio in quello spazio vuoto, sta tutto in quel corpo che non c’è.

“La vita è nella tomba” sussurra ghignando il vescovo greco Theofilos per spiegare a me, misero cristiano d’Occidente, che il mistero è tutto in quelle reliquie”.

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