Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Ultimi articoli pubblicati

Antonio il Grande

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato la memoria di sant’Antonio Abate il fondatore del monachesimo cristiano. Da subito venne chiamato Antonio il Grande. Visse in Egitto e morì ultracentenario e visse la quasi totalità della sua vita nel deserto, nella solitudine e nella lotta contro le insidie del male.

Segnalo alcuni passaggi colti dalla biografia di sant’Antonio consegnataci da sant’Atanasio.

Come se quelle parole fossero lette proprio per lui. Così viene raccontata la conversione del diciottenne Antonio. Ascolta il Vangelo e non ha nessun dubbio: quella Parola non è stata detta che per me. È proprio questo che fa la differenza. Quante parole evangeliche ascolto… ma è come se non le ascoltassi perché non le sento dette proprio per me.

La memoria finì per sostituire i libri. Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente. Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa. Imparare le cose lette a memoria o come dicono i francesi, par coeur, significa saperle non a macchinetta, ma custodirle nel profondo di se stessi.

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In ginocchio davanti a Te

Ormai pochissimi si inginocchiano durante la Messa. Qualcuno ha effettivamente problemi alle articolazioni. Qualcuno non vuole rovinare i pantaloni o le calze… Mettersi in ginocchio pare sia diventato un atteggiamento facoltativo. In realtà nel linguaggio liturgico del corpo ogni atteggiamento diventa rivelativo di ciò che si vive.

Recentemente durante la celebrazione di un funerale ad un certo punto ho temuto. I familiari appena entrati in chiesa si sono seduti e non c’è più stato verso di alzarsi, né alla lettura del Vangelo, né alla Consacrazione, né alle esequie. Ho temuto perché continuavano a rimanere seduti anche quando gli addetti dell’agenzia funebre stavano portando la bara fuori dalla chiesa.

È abbastanza evidente che coloro che non hanno la consuetudine di frequentare le celebrazioni nemmeno possono conoscere i gesti e le posizioni da assumere con il proprio corpo. Pazienza, il Signore vede e provvede.

Diversa invece è la situazione di chi frequenta regolarmente la Messa e non si inginocchia più.

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Grazie Benedetto

Cooperatores Veritatis          

Il motto scelto da Joseph Ratzinger quando divenne Cardinale nel 1977 fu un’espressione della terza lettera di Giovanni: “Cooperatori della verità”. Questo motto potrebbe essere sottoscritto da ogni credente, anzi da ogni uomo di buona volontà. Tuttavia per Ratzinger la verità non è un’idea, né una cosa. La verità è Gesù. Per evitare ogni forma di relativismo per cui ognuno si fa un’idea propria di Gesù, Ratzinger è sempre molto limpido nell’indicare la figura di Gesù custodita e insegnata dalla Chiesa. Siamo cooperatori della verità se prestiamo noi stessi perché Gesù venga conosciuto e accolto.

 

Rimanete saldi nella fede!

Il testamento spirituale di Benedetto XVI è un testo umile, sobrio e chiaro. Si offre alla nostra meditazione come testo di alta spiritualità. Più volte ritorna l’esortazione a rimanere saldi nella fede, a non lasciarsi confondere. Egli sottolinea un aspetto molto bello: afferma che nella sua giovinezza ha appreso dalla sua gente la “bellezza della fede”. Quindi la fede come opportunità meravigliosa della vita e non come una noia o come un peso. La fede come occasione che genera gratitudine e non come uno schema rigido che ingabbia e che ingessa. La fede come luogo vitale nel quale decidere liberamente e saldamente di stare.

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Odio il capodanno. Anzi lo amo.

Siamo alla fine del 2022 e incominceremo il nuovo anno.

Dove andrai a far festa? – chiedo ad un amico che da pochi mesi si è separato dalla moglie. E chi ha voglia di far festa? Soprattutto se penso che mia moglie sarà tra le braccia di un altro uomo? Starò con i miei bambini, non credo nemmeno di arrivare a mezzanotte e andrò a letto a dormire sperando che i botti non mi tolgano il sonno.

Chissà quante persone vivranno il capodanno nella solitudine e nel dolore. Quanta amarezza provoca ogni festa, e in particolare il capodanno, in chi è solo e in chi ha una storia di sofferenza da gestire.

Mi è capitato di leggere in questi giorni un testo. Il 1° Gennaio del 1916 Antonio Gramsci scrisse un articolo intitolato “Odio il capodanno”. Ecco un passaggio di quell’articolo: “Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. (…) Perciò odio il capodanno.

Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.

L’autore poi sostiene che ci sia una specie di violenza nella festa del capodanno, una violenza che obbliga tutti a sottostare agli stessi riti: Il capodanno ti obbliga ad avere quella faccia da ebete: tutto va bene, tutto andrà bene. Ma perché tutti debbono fingere di essere felici a capodanno?”.

Io non odio il capodanno come faceva Gramsci. Anzi lo amo.

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Il presepio ci parla

Maria

Sono un’adolescente di Nazareth. Appartengo ad una famiglia povera e semplice come tutte le famiglie della Galilea. I miei genitori mi hanno educata al rispetto, alla generosità e alla fede.

Nella mia povera vita ha fatto irruzione la Luce: un Angelo del cielo a dirmi che nel mio cuore e nel mio corpo avrei potuto ospitare la Luce, la Parola. Dipendeva da me.

Quel giorno mi sono spaventata perché la luce era troppo forte.

Avevo nel cuore una domanda, o meglio un dubbio: come avverrà questo, come avrei potuto diventare mamma dal momento che non mi sono unita ancora ad nessun uomo?

E poi perché l’Angelo della luce l’ha chiesto proprio a me?

L’Angelo mi ha rassicurato: il Mandante, l’Eterno Padre avrebbe, come sempre, provveduto Lui.  Alla fine ho scelto. Ho scelto di abbandonarmi. All’Angelo ho detto: Eccomi, sono qui, al servizio di questo progetto.

Tutto è andato come aveva detto l’Angelo. Da Nazareth io e Giuseppe ci siamo spostati a Gerusalemme. Io ero ormai al termine della gravidanza e a Gerusalemme non riuscivamo a trovare un posto caldo e tranquillo. Ci siamo spostati a Betlemme, che è il paese dove era nato Giuseppe, magari qualche suo parente poteva ospitarci. Invece no. Abbiamo dato alla luce nostro figlio in una mangiatoia.

Perché nessuno ha voluto accoglierci? Perché appena nato abbiamo dovuto scappare? Perché addirittura il grande Erode lo cercava, il mio figlio, perché voleva ucciderlo?

Quante domande nel cuore. Quante domande!

 

Giuseppe

Le sentivo quelle voci in piazza a Nazareth o fuori dalla mia bottega. Eccome se le sentivo. Ma come fa a fidarsi di una ragazza che aspetta un figlio che non è suo? Ma come è possibile che non capisca, che sia così ingenuo da non capire? Farebbe bene ad abbandonarla subito! Ed io che ero così perso dietro a Maria che non potevo far altro che crederle, malgrado tutto.

A dire la verità c’avevo pensato di abbandonarla per la sua strada. Ma l’Angelo della luce anche a me aveva detto di fidarmi dell’Altissimo. Più volte mentre dormivo, nel cuore dei miei sogni, una Voce mi indicava di fidarmi. Così io ho sempre fatto.

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Festa di Natale dei Volontari e Adolescenti

Cari Volontari e Adolescenti vi dico:

Grazie per tutte le volte che mi hai reso accogliente,

Grazie per il tuo impegno con i ragazzi più piccoli,

Grazie per la tua attenzione per i ragazzi più grandi,

Grazie per i momenti in cui eravamo distanti, distanti ma non lontani,

Grazie per la ripartenza dopo il covid,

Grazie perchè con te mi sento più sportivo,

Grazie per quando mi hai reso bello per una giornata di festa,

Grazie al tuo sudore, alla tua fatica, alla tua generosità e alla tua voglia di fare,

tutti hanno potuto sentirsi a casa!

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Il pastore della meraviglia

La tradizione del presepio napoletano vuole che il giorno 13 dicembre si collochi una statuina molto importante: il pastore della meraviglia. Viene collocato vicinissimo alla grotta di Gesù e lo si riconosce per la sua postura: braccia alzate, occhi spalancati e bocca aperta. Si colloca il 13 dicembre per la memoria della martire santa Lucia che è cieca. Il pastore della meraviglia è colui che vede la luce. Lucia significa proprio luce.

Il pastore della meraviglia ha la bocca aperta e sembra che acclami tutto il suo stupore per ciò che ha davanti agli occhi. Le braccia aperte rappresentano l’atteggiamento della lode e dell’adorazione.

C’è un poeta che in un verso ha definito così la meraviglia: “Una frescura al centro del petto”.

Mentre tutti i pastori del presepio portano i loro doni al Bambino Gesù, anche il pastore della meraviglia porta il suo dono, il dono dello stupore. Questo non è un dono materialmente prezioso ma probabilmente è il dono che Gesù preferisce: l’incanto per la venuta del Signore fra gli uomini, l’incanto che ogni cristiano non dovrebbe mai perdere.

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Il pastore che dorme

Nel presepio dei napoletani, che certamente è il più geniale di tutti, c’è una statua che non manca mai e che è un personaggio ricco di significato. La conoscenza di questo personaggio può aprirci ad una dimensione interessante del Natale ormai vicino.

È la statua del pastore dormiente. Nella tradizione ha anche un nome, si chiama Benino. Ci sono alcune regole precise da rispettare: deve essere giovane, va collocato nel punto più alto del presepio e molto lontano dalla capanna della Natività.

Contrariamente a quel che sembra questo pastore non dorme perché è stanco né dorme per pigrizia, non è distaccato né indifferente a quel che accade.

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La nostra vita è forte e delicata

Mi hanno spiegato per filo e per segno cosa mi è accaduto. Molto è dipeso dalla mia inadempienza a causa della quale ho un po’ sempre trascurato la mia salute. Ad oggi il dato certo è che sono stato miracolato grazie alla bravura degli amici che mi hanno soccorso. Nella mia memoria rimane solo la sensazione di vuoto nell’accasciarmi e le voci che rimbalzavano disordinate mentre io ero steso. Steso appunto senza nessuna possibilità. Ho pensato alla leggenda di un grande santo del nord Europa che si trovava steso su una zattera cullato dalle acque e pregava dicendo: Padre io ora mi addormento e in qualunque posto mi sveglierò quello sarà il luogo dove tu mi vorrai come tuo testimone.

Quando si è stesi si è per forza nelle mani di qualcun altro che ti guida e provvede per te, ci si abbandona.

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Ad ventum

Si apre con questa Domenica il tempo di Avvento.

Che cosa è inciso in questa nuova stagione della vita spirituale?

Che cosa la Chiesa ci chiede più precisamente in questo tempo.

Non c’è niente di novità che ci è stato detto in merito, tuttavia vogliamo ricordarci a vicenda le linee direttrice che ci possono aiutare a trascorrere meglio questo periodo liturgico.

L’Avvento è quel tempo che parte dalla domenica dopo la solennità del Cristo Re, dal 27 Novembre ai primi vespri del Natale. Le Domeniche di tutto questo tempo hanno un primato sulle feste del Signore e su tutte le solennità che vengono per questo effetto anticipate al sabato. Le ferie che vanno dal 7 al 24  Dicembre sono orientante verso una preparazione imminente o prossima del Natale del Signore mentre che il tempo che precede queste ferie specifiche costituisce una preparazione remota al mistero dell’incarnazione.

Il tempo di Avvento ha la vocazione speciale di stimolarci e di spingere i figli della Chiesa a uscire dal torpore abituale per essere in grado di accogliere la novità che sta per arrivare, l’ingresso del Figlio di Dio nella nostra dimensione umana tramite la porta dell’incarnazione nel grembo verginale della Vergine Maria.

Perciò i credenti non possono permettersi di essere accovacciati nel relativo o negli affanni della vita quotidiana ma devono piuttosto essere desti ed intraprendere un cammino, decidersi di andare incontro a Cristo che viene.

Diciamoci a vicenda che questo periodo è un dono di Dio per noi, che bisogna accogliere con gratitudine ed impegno, percepirne la sua utilità, ammirare la sua duttilità di rivelare l’essenza dell’uomo come un essere pellegrino ed un essere ospitale.

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Ora et labora

Recentemente i giovani mi hanno regalato un libro che mi sono divorato rapacemente. “Il filo infinito” di Paolo Rumiz. Non so perché hanno scelto questo libro, ma mi hanno fatto davvero un gran dono.

L’autore percorre un pellegrinaggio tra i monasteri benedettini e coglie il filo infinito che li collega al Fondatore. Per lui tutto parte nel 2017 da una visita ai paesi terremotati dell’Umbria. Giunto a Castelluccio di Norcia tra le rovine del terremoto è attratto dalla statua che domina nella piazza e che è rimasta intatta. Affascinato da quella statua di san Benedetto incomincia il suo pellegrinaggio con la domanda nel cuore: come è possibile 1500 anni fa che un gigante come Benedetto abbia non solo resistito, lui e i suoi monaci, alle orde barbariche, all’impoverimento della cultura, all’abbandono della fede, alla dissipazione dell’etica… ma abbia impresso una forza incredibile di cambiamento, di rinnovamento e di conversione per l’Italia e per l’Europa intera tanto da essere il Patrono del vecchio continente.

Il segreto sta tutto nella sua Regola e in quell’indicazione lapidaria, ora et labora, che scandisce le ore del giorno e le divide accuratamente tra preghiera e opera. La regola di Benedetto è un volume di trecento pagine, divise in settantatré capitoli.

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Il futuro

In questa ultima domenica dell’anno liturgico, prima di iniziare l’Avvento, il Vangelo ci presenta il pensiero di Gesù sul tema del futuro. In estrema sintesi Gesù afferma che tutto ciò che caratterizza il nostro presente, tutto quello che abbiamo costruito, perfino il magnifico tempio di Gerusalemme, un giorno non ci sarà più e che l’unica realtà che persisterà per sempre è la sua amicizia totale e impareggiabile. Per questo come credenti guardiamo positivamente al futuro,  perché  possiamo contare sulla fedeltà dell’amicizia di Gesù.

È ovvio che anche noi ci preoccupiamo del futuro, perché gli unici che non si preoccupano del futuro sono gli arroganti, coloro cioè che confidano solo in stessi. E non siamo nemmeno degli immaturi che vivono alla giornata affidandosi alla filosofia sdolcinata del “cogliere l’attimo”.

Il pensiero del futuro ci fa essere consapevolmente maturi per interessarci con tutto noi stessi a migliorare il presente.  È buona cosa dunque pensare e pensare molto al futuro, anche se questo può suscitare in noi sentimenti di paura.

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La carità

Una madre che teneramente tiene in braccio i suoi due figli e li allatta. Che modo sublime di rappresentare la virtù teologale della carità. Un simbolo antico come il mondo: la madre si dona instancabilmente al figlio che si sente non solo nutrito e accudito ma anche rassicurato perché riconosce nella madre la fonte della vita.

Nella statua del Battistero della cattedrale di Bergamo troviamo questa simbologia arricchita da un particolare “teologicamente” rilevante. Lo sguardo della madre non è rivolto verso i figli, ma è uno sguardo che va oltre, si dilata verso l’orizzonte, uno sguardo che comprende tutta la realtà che ha intorno e soprattutto comprende il cielo, Dio stesso. Questo sguardo sembra dirci che la carità non può essere circoscritta al solo affetto per i propri figli, non può essere confinata per un unico destinatario, ma è universale, perché, come afferma san Paolo, “la carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine”.

La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi per amore di Dio, è il comandamento nuovo, è l’amore senza riserve con il quale Dio ci ama e ci abilita ad amare: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati”.

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in Storie di fede e Riflessioni

La speranza 

Spero nella tua bontà, per le tue promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare, Signore, che io possa goderti in eterno.

La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo.

Nel cuore di ogni uomo alberga un radicale desiderio di felicità. La virtù della speranza risponde proprio a questo desiderio. La speranza è la forza che Dio ci dona perché non ci scoraggiamo e possiamo essere sostenuti in tutti i momenti di difficoltà. La speranza è simbolicamente rappresentata dall’àncora che ci tiene fortemente radicati nella promessa di Gesù durante i naufràgi della nostra vita. La speranza ci può procurare la gioia anche nelle prove turbolente che ogni giorno sopportiamo.

All’esterno del Battistero della cattedrale di Bergamo che la statua che rappresenta la speranza. È una donna che sorregge un vaso pieno di fiori. Questo vaso indica il ciclo vitale del mondo vegetale e richiama la visione cristiana del futuro sempre positivo che Dio riserva a coloro che confidano in Lui malgrado tutte le fatiche quotidiane.

Sempre, ma soprattutto nei giorni di novembre, portiamo dei fiori al cimitero. Questo semplice gesto significa molto più dell’onore che noi riserviamo alla memoria dei nostri cari, che è già una gran cosa. Significa affermare la speranza nella loro e nostra rinascita. I fiori sono il nostro atto di speranza nella vita eterna.

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in La Caritas, Storie di fede e Riflessioni

 La fede

Entrando nei giorni in cui festeggiamo i Santi e ricordiamo i defunti propongo una breve meditazione sulle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Lo farò partendo dalle statue che decorano il Battistero della Cattedrale di Bergamo.

Le virtù teologali, afferma il catechismo, rendono le facoltà dell’uomo idonee alla partecipazione alla natura divina. Cioè si riferiscono direttamente a Dio e sono i doni di Dio che dispongono i cristiani a vivere in relazione con Lui.

La fede è la linfa che circola in noi cristiani, linfa che nutre la nostra vita spirituale e che ci fa portare frutto. C’è un espressione fenomenale che troviamo nella Lettera agli Ebrei che afferma:  “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. È la virtù teologale in forza della quale noi crediamo in Dio. Nell’atto di fede così diciamo: Mio Dio, perché sei verità infallibile, credo fermamente tutto quello che tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. (…) Conforme a questa fede voglio sempre vivere. Signore accresci la mia fede.

Nel Battistero della cattedrale la fede è rappresentata da una donna che tiene in mano due simboli inconfondibili che descrivono la fede cristiana: la croce e il calice.

La croce ricorda i due misteri principali della nostra fede: l’Unità e la Trinità di Dio nelle parole che accompagnano solitamente il segno della croce; l’Incarnazione, la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo nella croce stessa. Nel segno della croce troviamo in sintesi tutto il mistero della nostra fede.

Il calice, invece, simboleggia i Sacramenti ed in modo particolare l’Eucaristia, cuore della fede cattolica.

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Fai la tua Comunione appena puoi

Ho trovato una bellissima lettera di Tolkien, lo scrittore del “Signore degli anelli”, una lettera indirizzata al figlio e scritta nel 1963, una lettera nella quale la voce del padre cerca di consolare il figlio che sta vivendo, a 40 anni un momento di crisi umana e spirituale. Ecco alcuni stralci della lettera.

“Andare in crisi di fronte agli scandali della chiesa è esperienza comunissima. Tuttavia Non puoi conservare una religione senza una chiesa e dei ministri di Dio (…). Il vino prezioso in questo mondo deve avere una bottiglia che lo contenga, o comunque qualcosa che vale meno.

La verità è una cosa semplice. La bottiglia di champagne non sarai mai preziosa quanto lo champagne. E il contenitore deve avere delle caratteristiche umili, proprio per custodire bene il nettare al suo interno. La chiesa vale meno di Cristo (cioè è a suo servizio). E chi è poi la Chiesa? I parrocchiani antipatici, i preti incoerenti, i peccatori che predicano? La chiesa sono innanzitutto io. Ci è affidato lo champagne, anche se siamo una bottiglia di vetro riciclato.

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La preghiera del Rosario

Il rosario è una devozione antica, attribuita a san Domenico nel XIII. Siccome i contadini e la gente del popolo non potevano recitare i 150 salmi come i monaci, sono state loro proposte le 150 Ave Maria, raggruppate in 5 decine per meditare i grandi misteri della vita di Cristo e di Maria. Il successo della corona è stato profondo e immediato. È una pratica antica soprattutto dal momento che ci fa meditare sul Vangelo, fonte antica della nostra fede. Tuttavia è anche una preghiera moderna perché è semplice, non presenta difficoltà e la si può recitare ovunque: in chiesa o a casa, sul treno o in macchina, a letto o camminando o anche lavorando, come facevano molti contadini. Il rosario insomma è una preghiera senza tempo, una preghiera di sempre.

La culla del rosario è la famiglia. Un tempo era più facile, il capo famiglia o la nonna intonavano la preghiera e contemporaneamente si creava il clima della preghiera ma anche si rafforzava il senso dell’unità familiare. Conosco alcune giovani coppie che abituano i loro piccoli al rosario fin dalla culla, prendendoli in braccio. I bambini spesso guardano incuriositi e sorridono. Certo quando crescono le cose si complicano. Ma chi di noi grandi non ricorda con vera nostalgia il clima del rosario pregato in famiglia?

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Il calcio d’inizio

Ogni volta che inizia un nuovo anno pastorale mi ritorna in mente un episodio tragicomico avvenuto in una parrocchia ligure. Un sacerdote alquanto bizzarro ha voluto rappresentare l’inizio della catechesi e di tutte le attività parrocchiali con l’immagine di una partita di calcio. Uscito dalla sagrestia con i chierichetti ha posto un pallone di cuoio al centro del presbiterio, in cima ai gradini e ha detto: oggi iniziamo il nuovo anno ed io adesso do il calcio d’inizio. Detto fatto: ha fatto partire un tiro colpendo in pieno il pallone che è violentemente finito sulla fronte di un anzianetto stramazzato a terra. Fortunatamente tutto si è risolto per il meglio tra sospiri e sorrisi.

Eppure l’immagine del calcio d’inizio la trovo alquanto azzeccata.

L’anno catechistico, come una partita, ha la squadra, ovviamente, il pubblico, delle regole, la tattica e degli obiettivi.

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Carità e Caritas

Era la domenica 2013, nove anni fa, quando ad una decina di membri della nostra comunità di san Giuseppe era stato conferito il mandato per istituire la Caritas parrocchiale e promuovere la vita della carità. Il progetto era concertato con le sette parrocchie di Dalmine in ciascuna delle quali venne istituita la Caritas. Come segno-frutto comune  era stato anche pensato il Centro di Primo Ascolto e Coinvolgimento situato presso la parrocchia di Sant’Andrea e sostenuto contemporaneamente dalle sette Caritas di Dalmine. Nel 2013 era stato proposto ai numerosi membri di tutte le Caritas un sostanzioso corso di formazione.

La Caritas parrocchiale è l’organismo pastorale istituito per animare la parrocchia, con l’obiettivo di aiutare tutti a vivere la testimonianza, non solo come fatto privato, ma come esperienza comunitaria, costitutiva della Chiesa.

In questi nove anni nella nostra parrocchia molte sono state le iniziative proposte all’intera parrocchia con il preciso obiettivo di sensibilizzare i fedeli a vivere il comandamento principale del Vangelo consapevoli che non si può essere cristiani se non si vive la carità.

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Cercare un senso al dolore

Nella settimana appena trascorsa abbiamo celebrato due giorni accumunati tra loro dal tema della sofferenza e della pietà: la festa dell’Esaltazione della Croce e la memoria di Maria madre Addolorata.

Il tema del dolore pone sempre l’uomo di fronte a tanti interrogativi. Perché l’uomo soffre? Perché si ammala? Perché gli innocenti soffrono? Perché i bambini muoiono? Perché il Signore permette tante sofferenze?

Da sempre le religioni si sono misurate sul “perché” del dolore. L’esperienza del soffrire tocca il mistero dell’uomo, ma tocca anche il mistero di Dio. Pensiamo al dramma di Giobbe, uomo giusto davanti a Dio e agli uomini, colpito da una infinità di dolori che lo portano a mettere Dio sul banco degli imputati. Ma soprattutto pensiamo a Gesù e a sua madre Maria. Il grido del Crocifisso: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” racchiude i gemiti laceranti di ogni uomo e di ogni donna che soffrono, ma in questo grido abita anche l’altrettanto lacerante percezione del silenzio di Dio.

Il cardinale di Parigi Villot, nel suo letto di ospedale durante l’ultima malattia, ha lasciato detto: «Quante parole diciamo noi preti sulla sofferenza. Io stesso ne ho parlato con fervore. Dite ai preti di non parlarne. Noi non sappiamo quello che esso è».

La sfida dunque è di trovare un senso al dolore affinché l’umanità nell’esperienza del dolore possa intuire quali atteggiamenti costruttivi assumere.

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