Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

Mamma, se muori, potrai amarmi ancora?

Spesso tendiamo a nascondere il tema della morte ai bambini. Abbiamo paura che loro ne siano segnati dallo spavento. Talvolta trattiamo i bambini come se non sapessero che esiste la morte.

Non ho voluto che mio figlio partecipasse al funerale del nonno, altrimenti si sarebbe spaventato… raccontava una mamma.

Una volta un bambino chiese a sua madre: mamma, se muori, potrai amarmi ancora? Esiste una  domanda più grande di questa? I bambini certo che sanno che c’è la morte ed hanno bisogno di sapere che la morte può essere sconfitta. Come affermava il grande scrittore Chesterson: “É impossibile nascondere i draghi dalle favole dei bambini. Essi sanno benissimo che esistono, prima ancora che gliene parliamo. Hanno bisogno che si parli loro di san Giorgio che sconfigge il drago”. La morte fa paura, non solo ai bambini. Per questo abbiamo bisogno di essere rasserenati con la certezza che esiste Qualcuno che è più forte della morte. Non possiamo essere, davanti ai bambini, adulti sprovveduti di risposte sul tema della morte.

Questa è la Pasqua: confidare in Colui che ci ha assicurato di essere più forte della morte e abbandonarci alla sua promessa.

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La solitudine, il tradimento e la sfida

Alle Palme viene letto per intero il racconto della morte di Cristo con tutti gli episodi che la preparano. Quest’anno ascoltiamo i capitoli 26 e 27 di Matteo. Colpisce come il Vangelo sia molto conciso nel raccontare la morte del Signore e si dilunghi invece molto sugli eventi che hanno preceduto la morte, quella che potremmo chiamare la passione interiore di Gesù. Più volte san Matteo sottolinea che la volontà di Gesù si allinea perfettamente con la volontà del Padre ed è proprio questa dedizione al Padre che ha portato Gesù a dire di si alla propria morte per la salvezza degli uomini.

La passione è una storia di solitudine. Quando si soffre l’unica cosa che si desidera radicalmente è di non essere soli. “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?”. Davanti agli accusatori Gesù è solo, come legato alla colonna, come nel Getsemani, come nella via del Calvario. C’è la sua Mamma, con Giovanni, che da lontano lo segue e “sta” con lui. Ma suoi amici lo abbandonano, lo tradiscono, lo rinnegano.

Così vanno a finire le nostre eclatanti promesse di fedeltà.

La passione è la storia di un’amicizia tradita, di una relazione infranta.

A Pietro, nostro capo, e a tutti i peccatori pentiti, non resta che piangere amaramente.

C’è una bellissima poesia di padre Turoldo, nella raccolta  O sensi miei che sintetizza i  sentimenti  di Gesù e i nostri per entrare nella passione e nella Pasqua.

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Io sono la risurrezione e la vita

Con la pagina della risurrezione dell’amico Lazzaro si conclude la trilogia che preparava i catecumeni a ricevere il Battesimo. I tre contenuti sono i temi maggiori del Battesimo: l’acqua (la donna samaritana al pozzo, la luce (la guarigione del cieco nato) e la vita (la risurrezione di Lazzaro). L’acqua della salvezza, la luce della fede e la vita eterna.

Il racconto di Lazzaro è straordinario: la prima cosa sorprendente di questo racconto è che Gesù quando apprende la notizia che uno dei suoi migliori amici è malato e sta morendo, non fa nulla. È il mistero dell’apparente silenzio di Dio. È un silenzio assordante quello di Dio di fronte alla morte dell’uomo. Capiremo dopo che il silenzio di Dio è il segno della sua potenza: Gesù è il Signore della storia, del tempo.

Gesù poi dirà: io sono la risurrezione. Cioè la risurrezione non è un’idea teorica, non è un concetto, la risurrezione è Gesù. Credere nella risurrezione vuol dire credere in Gesù. E viceversa. Tutto passa. Noi moriamo, ma chi è aggrappato a Gesù, viene con Lui trasportato oltre la morte, là dove la vita non muore.

Questo brano in secondo luogo ci comunica qual è la concezione di Gesù della morte. «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate

Gesù pensa alla morte come all’addormentarsi. Chi si addormenta spera di risvegliarsi. I pagani chiamavano il luogo dove venivano posti i morti “necropoli”: città dei morti. I cristiani hanno cominciato a chiamarlo “cimitero”, che letteralmente significa dormitorio.

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Apericena missionaria 25 marzo

25 Marzo dalle ore 19.00 alle ore 21.30 Apericena missionaria
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA ENTRO IL 22/3 presso la SEGRETERIA DELL’ORATORIO o tramite telefono a ROBERTA 331 6569526

DURANTE LA SERATA CI SARANNO LE TESTIMONIANZE IN VIDEOCHIAMATA DI:
DON SERGIO ARMENTINI – Missionario a CUBA
FRANCESCO BUCCI – Missionario in BOLIVIA
MONS. GIULIANO FRIGENI – Missionario in BRASILE



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San Giuseppe e la luce di Cristo

La nostra comunità vive la Festa Patronale in onore di san Giuseppe e il nostro cammino di Quaresima ci propone il racconto del miracolo del cieco nato. Credo che ad unire questi due eventi sia il tema della fede. La fede è la sorgente di ogni motivazione che ha spinto Giuseppe a fidarsi del Signore. Fede è la creazione nuova che ci fa passare (= Pasqua) dal buio alla luce.

Per comprendere almeno un poco il miracolo della guarigione del cieco dobbiamo partire dal contesto in cui è inserito. Siamo a Gerusalemme, nella zona del tempio e soprattutto durante una festa molto cara ai giudei, la festa delle Capanne, chiamata anche festa dei Tabernacoli. È una delle feste più importanti del calendario liturgico degli Ebrei. In questa festa si ricorda il cammino buio e faticoso del popolo d’Israele nel deserto e per rivivere l’esperienza dell’Esodo a Gerusalemme si accendevano dappertutto numerosi falò e si svolgevano le processioni con le luci.

Esattamente in questo contesto Gesù si rivela come «luce del mondo». La reazione del Giudei è ovviamente molto polemica.

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La sete e l’anfora dimenticata

Il pozzo di Samaria è profondo 35 metri. Ce ne parla Giovanni al capitolo 4 del suo Vangelo come scenario di un incontro sensazionale tra Gesù e una donna, la samaritana, appunto.

La prima cosa di Gesù che colpisce è la stanchezza: Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno.

Al pozzo, verso mezzogiorno, sotto il sole cocente, Gesù è stanco del viaggio e si siede al bordo del pozzo. Penso che Gesù sia certamente stanco fisicamente, ma soprattutto psicologicamente. Penso soprattutto alla sua delusione per gli insuccessi che sta incontrando.

Egli conosce la stanchezza e cerca di vincerla con il desiderio di stare un po’ da solo per riposare. È un Gesù molto umano, è stanco, ha sete, cerca un ristoro.

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Ci si può ammalare di troppa bellezza?

Mi domando che cosa sarebbe successo a Stendhal se fosse stato presente al Tabor di fronte alla trasfigurazione di Gesù.

E chi è Stendhal? È un famoso scrittore francese nato nel 1783 e morto quasi sessantenne nel 1842. Quando aveva 34 anni fece un viaggio in Italia, a Roma, Napoli, Firenze. Uscendo dalla Chiesa di Santa Croce di Firenze fu colpito da malore che descrisse così: Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita mi era stata tolta e camminavo temendo di cadere.

Venne così coniata la “sindrome di Stendhal” per indicare una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiri, vertigini … in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza.

Sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni furono colpiti da qualcosa del genere: di fronte ad una straordinaria bellezza caddero a terra e non capirono più niente.

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Se l’ammazzi fai pari

Il grande giornalista Beppe Viola amava raccontare questa barzelletta: Un pugile, barcollando, va all’angolo. Crolla sullo sgabello. L’occhio sinistro è chiuso causa ematoma grosso come un melone maturo. Con l’occhio destro guarda il suo secondo e gli domanda: “Come vado?” Il secondo lo osserva, poi indica l’avversario e risponde: “Se l’ammazzi, fai pari”.

È un bello scontro sul ring del deserto quello tra Satana e Gesù. E Satana è come il pugile della barzelletta.

Nel mondo dell’arte quello delle tentazioni non è un tema molto ricorrente. C’è però un mosaico molto bello nella Basilica di san Marco a Venezia che racconta la scena che ogni anno ascoltiamo nella Prima Domenica di Quaresima: Gesù tentato per tre volte nel deserto da Satana che alla fine viene sconfitto.

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I bambini che vanno a scuola da soli

Un amico che per lavoro gira il mondo mi ha raccontato che in Giappone avviene una cosa alla quale onestamente non volevo credere. Che cioè a Tokyo i bambini di sei-sette anni al mattino vanno a scuola da soli e soli ritornano a casa dopo la scuola. Senza il controllo di un adulto. Al racconto faticavo a credere fino a quando lui mi mandò alcuni articoli che raccontano effettivamente cosa accade.

I genitori mandano in strada i loro cuccioli perché sanno che per strada, nei negozi, nelle stazioni i bambini possono rivolgersi a qualsiasi persona della comunità per chiedere qualunque aiuto. Secondo i sociologhi non si tratterebbe di un elevato livello di autonomia dei bambini, ma di una forma solida di “dipendenza dalla comunità”.

Così i bimbi piccoli escono di casa con il loro zainetto al quale è attaccato l’abbonamento della metropolitana e si inoltrano nelle stazioni tranquilli e sereni.

Questa cosa potrebbero accadere a Londra, a New York, a Dalmine?

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Caro Riccardo

Nei giorni scorsi ho molto pensato al tuo gesto sconsiderato sul palco di Sanremo. Ho anche dedicato un po’ di tempo a leggere diversi commenti. Alla fine devo dirti una cosa: sei proprio un pirla!

Una cosa non funziona, ti arrabbi e per divertirti spacchi tutto. Che messaggio vuoi dare? Cosa vuoi sdoganare?

Se sei pazzo e non sai controllarti ci sono delle terapie apposta. Se invece intendi affidare un messaggio al gesto violento di buttare tutto all’aria devi dirci quale è il senso di questo messaggio.

Quel che è peggio è che si sostiene addirittura che la scenata era premeditata. Ma come si fa a meditare prima una scemata del genere?

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La morte non è mai una soluzione

La Giornata per la vita è stata istituita nel 1978, all’indomani del referendum italiano sull’aborto.

I Vescovi italiani hanno pensato di istituire questa giornata, celebrata la prima domenica di febbraio di ogni anno, per tenere viva la riflessione del popolo italiano e dei cristiani i primo luogo, sulla sacralità e inviolabilità della vita umana.

Ogni anno viene precisata la posizione della Chiesa di fronte al fenomeno sociale dell’aborto. Nel 2022 in Italia sono state notificate 66.413 interruzioni volontarie della gravidanza. È vero che questo numero corrisponde a uno dei tassi più bassi rispetto alle nazioni di tutto il mondo. Tuttavia è un numero altissimo che indica come l’introduzione da oltre 45 anni della legge abortista abbia ormai contribuito a non porsi nemmeno più il problema.

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Ho alzato la voce e me ne vergogno. Ma …

Nel giro di pochi giorni ho alzato la voce per ben tre volte. Ma alla fine rimane una domanda: perché ci sono in giro persone così sconsiderate?

La prima volta torno a casa dall’Oratorio e decido di fare qualche passo. Giro intorno alla Chiesa mentre prego il rosario. Sono le 22.30. ad un certo momento vedo un giovane che si avvicina alla porta della sagrestia. Un ladro non può essere, sta barcollando. Ho capito subito: è uno che deve svuotare la vescica e si nasconde dietro il muro. Appena lo vedo lo aggredisco spaventandolo. Poi gli dico di non muoversi vado a prendere un secchio con acqua e detersivo e gli dico di pulire. Si rifiuta e lì ho alzato la voce. Avrei anche voluto dargli un calcione nel sedere ma mi sono trattenuto. E poi tu saresti un prete, mi dici e tratti così le persone? Mi sono zittito per evitare il peggio, anche perché ho pensato che fosse l’alcol a farlo sragionare.

La seconda volta ho alzato la voce con alcuni ragazzi incivili che hanno scavalcato il cancello dell’Oratorio. Tecnicamente sarebbe violazione di domicilio. Concretamente è maleducazione. Ovviamente negano, dicono che il cancello era aperto, che loro non centrano niente. Ma come è possibile che mi ritrovi a discutere con ragazzini impertinenti che mi lasciano la palese sensazione che mi prendano in giro? Alzo la voce per riprenderli ma loro continuano a mentire. Anche qui mi sono zittito per evitare il peggio.

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Antonio il Grande

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato la memoria di sant’Antonio Abate il fondatore del monachesimo cristiano. Da subito venne chiamato Antonio il Grande. Visse in Egitto e morì ultracentenario e visse la quasi totalità della sua vita nel deserto, nella solitudine e nella lotta contro le insidie del male.

Segnalo alcuni passaggi colti dalla biografia di sant’Antonio consegnataci da sant’Atanasio.

Come se quelle parole fossero lette proprio per lui. Così viene raccontata la conversione del diciottenne Antonio. Ascolta il Vangelo e non ha nessun dubbio: quella Parola non è stata detta che per me. È proprio questo che fa la differenza. Quante parole evangeliche ascolto… ma è come se non le ascoltassi perché non le sento dette proprio per me.

La memoria finì per sostituire i libri. Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente. Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa. Imparare le cose lette a memoria o come dicono i francesi, par coeur, significa saperle non a macchinetta, ma custodirle nel profondo di se stessi.

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In ginocchio davanti a Te

Ormai pochissimi si inginocchiano durante la Messa. Qualcuno ha effettivamente problemi alle articolazioni. Qualcuno non vuole rovinare i pantaloni o le calze… Mettersi in ginocchio pare sia diventato un atteggiamento facoltativo. In realtà nel linguaggio liturgico del corpo ogni atteggiamento diventa rivelativo di ciò che si vive.

Recentemente durante la celebrazione di un funerale ad un certo punto ho temuto. I familiari appena entrati in chiesa si sono seduti e non c’è più stato verso di alzarsi, né alla lettura del Vangelo, né alla Consacrazione, né alle esequie. Ho temuto perché continuavano a rimanere seduti anche quando gli addetti dell’agenzia funebre stavano portando la bara fuori dalla chiesa.

È abbastanza evidente che coloro che non hanno la consuetudine di frequentare le celebrazioni nemmeno possono conoscere i gesti e le posizioni da assumere con il proprio corpo. Pazienza, il Signore vede e provvede.

Diversa invece è la situazione di chi frequenta regolarmente la Messa e non si inginocchia più.

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Grazie Benedetto

Cooperatores Veritatis          

Il motto scelto da Joseph Ratzinger quando divenne Cardinale nel 1977 fu un’espressione della terza lettera di Giovanni: “Cooperatori della verità”. Questo motto potrebbe essere sottoscritto da ogni credente, anzi da ogni uomo di buona volontà. Tuttavia per Ratzinger la verità non è un’idea, né una cosa. La verità è Gesù. Per evitare ogni forma di relativismo per cui ognuno si fa un’idea propria di Gesù, Ratzinger è sempre molto limpido nell’indicare la figura di Gesù custodita e insegnata dalla Chiesa. Siamo cooperatori della verità se prestiamo noi stessi perché Gesù venga conosciuto e accolto.

 

Rimanete saldi nella fede!

Il testamento spirituale di Benedetto XVI è un testo umile, sobrio e chiaro. Si offre alla nostra meditazione come testo di alta spiritualità. Più volte ritorna l’esortazione a rimanere saldi nella fede, a non lasciarsi confondere. Egli sottolinea un aspetto molto bello: afferma che nella sua giovinezza ha appreso dalla sua gente la “bellezza della fede”. Quindi la fede come opportunità meravigliosa della vita e non come una noia o come un peso. La fede come occasione che genera gratitudine e non come uno schema rigido che ingabbia e che ingessa. La fede come luogo vitale nel quale decidere liberamente e saldamente di stare.

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Odio il capodanno. Anzi lo amo.

Siamo alla fine del 2022 e incominceremo il nuovo anno.

Dove andrai a far festa? – chiedo ad un amico che da pochi mesi si è separato dalla moglie. E chi ha voglia di far festa? Soprattutto se penso che mia moglie sarà tra le braccia di un altro uomo? Starò con i miei bambini, non credo nemmeno di arrivare a mezzanotte e andrò a letto a dormire sperando che i botti non mi tolgano il sonno.

Chissà quante persone vivranno il capodanno nella solitudine e nel dolore. Quanta amarezza provoca ogni festa, e in particolare il capodanno, in chi è solo e in chi ha una storia di sofferenza da gestire.

Mi è capitato di leggere in questi giorni un testo. Il 1° Gennaio del 1916 Antonio Gramsci scrisse un articolo intitolato “Odio il capodanno”. Ecco un passaggio di quell’articolo: “Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. (…) Perciò odio il capodanno.

Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.

L’autore poi sostiene che ci sia una specie di violenza nella festa del capodanno, una violenza che obbliga tutti a sottostare agli stessi riti: Il capodanno ti obbliga ad avere quella faccia da ebete: tutto va bene, tutto andrà bene. Ma perché tutti debbono fingere di essere felici a capodanno?”.

Io non odio il capodanno come faceva Gramsci. Anzi lo amo.

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Il presepio ci parla

Maria

Sono un’adolescente di Nazareth. Appartengo ad una famiglia povera e semplice come tutte le famiglie della Galilea. I miei genitori mi hanno educata al rispetto, alla generosità e alla fede.

Nella mia povera vita ha fatto irruzione la Luce: un Angelo del cielo a dirmi che nel mio cuore e nel mio corpo avrei potuto ospitare la Luce, la Parola. Dipendeva da me.

Quel giorno mi sono spaventata perché la luce era troppo forte.

Avevo nel cuore una domanda, o meglio un dubbio: come avverrà questo, come avrei potuto diventare mamma dal momento che non mi sono unita ancora ad nessun uomo?

E poi perché l’Angelo della luce l’ha chiesto proprio a me?

L’Angelo mi ha rassicurato: il Mandante, l’Eterno Padre avrebbe, come sempre, provveduto Lui.  Alla fine ho scelto. Ho scelto di abbandonarmi. All’Angelo ho detto: Eccomi, sono qui, al servizio di questo progetto.

Tutto è andato come aveva detto l’Angelo. Da Nazareth io e Giuseppe ci siamo spostati a Gerusalemme. Io ero ormai al termine della gravidanza e a Gerusalemme non riuscivamo a trovare un posto caldo e tranquillo. Ci siamo spostati a Betlemme, che è il paese dove era nato Giuseppe, magari qualche suo parente poteva ospitarci. Invece no. Abbiamo dato alla luce nostro figlio in una mangiatoia.

Perché nessuno ha voluto accoglierci? Perché appena nato abbiamo dovuto scappare? Perché addirittura il grande Erode lo cercava, il mio figlio, perché voleva ucciderlo?

Quante domande nel cuore. Quante domande!

 

Giuseppe

Le sentivo quelle voci in piazza a Nazareth o fuori dalla mia bottega. Eccome se le sentivo. Ma come fa a fidarsi di una ragazza che aspetta un figlio che non è suo? Ma come è possibile che non capisca, che sia così ingenuo da non capire? Farebbe bene ad abbandonarla subito! Ed io che ero così perso dietro a Maria che non potevo far altro che crederle, malgrado tutto.

A dire la verità c’avevo pensato di abbandonarla per la sua strada. Ma l’Angelo della luce anche a me aveva detto di fidarmi dell’Altissimo. Più volte mentre dormivo, nel cuore dei miei sogni, una Voce mi indicava di fidarmi. Così io ho sempre fatto.

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Festa di Natale dei Volontari e Adolescenti

Cari Volontari e Adolescenti vi dico:

Grazie per tutte le volte che mi hai reso accogliente,

Grazie per il tuo impegno con i ragazzi più piccoli,

Grazie per la tua attenzione per i ragazzi più grandi,

Grazie per i momenti in cui eravamo distanti, distanti ma non lontani,

Grazie per la ripartenza dopo il covid,

Grazie perchè con te mi sento più sportivo,

Grazie per quando mi hai reso bello per una giornata di festa,

Grazie al tuo sudore, alla tua fatica, alla tua generosità e alla tua voglia di fare,

tutti hanno potuto sentirsi a casa!

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