Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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A Natale va in scena una nascita: la mia.

A Natale va in scena una nascita. E subito il pensiero corre alle famiglie che hanno avuto un bambino o lo aspettano.

La via maestra per entrare nel Natale è proprio pensare al nascere. Penso alla mia nascita e giungo a fare due affermazioni, ovvie se vogliamo, ma di fondamentale importanza.

Prima di tutto che non mi sono creato da me stesso. Non posso perciò pensarmi con la supponenza di chi pensa di poter prescindere dalla fonte da cui si proviene, che sia Dio o semplicemente l’uomo e la donna che sono i miei genitori.

Non è naturale, come teorizzano certi filosofi, da Nietzsche in poi, che un individuo nasca da se stesso e si auto progetti. Se non mi sono fatto da me stesso vuol dire che provengo da qualcuno e che sono un dono.

Questo primo aspetto si capisce facilmente nel presepio e in ogni casa riempita dalla grazia di un neonato: contempliamo un bambino fragile la cui vita dipende da qualcun altro.

Il secondo pensiero è che sono frutto di una relazione d’amore, di uno scambio reciproco. A Natale penso a mia madre e a mio padre, penso a quanto di loro sia impresso in me, a come mi hanno fatto nascere, crescere e come mi abbiano offerto al mondo con coraggio e fiducia.

Nel presepio soprattutto contemplo la reciprocità tra Dio e Maria, che rappresenta tutta l’umanità, a quello scambio d’amore che ha generato il Verbo fragile destinato a salvare ogni popolo.

Può la vita essere naturale senza uno scambio d’amore, senza una relazione che sia nutriente, senza il calore accogliente?

Il Natale è un miracolo come è un miracolo ogni nascita.

Mentre scrivo mi vengono in mente le tante persone che non riusciranno, nemmeno a Natale, a pensare a se stessi come un dono e come un frutto di una relazione d’amore. Penso a quanti si sentono soli, senza ideali, sono amareggiati o arrabbiati, a quanti sono senza amore, a chi e povero di tutto ed è ricco solo di tristezza. A chi non riesce a perdonare e non si lascia amare. A chi si illude di rispondere con violenza alla cattiveria. A chi ha perso la capacità di stupirsi davanti ad un bambino e fatica a percepire il respiro di Dio su tutto ciò che è umano.

Abbiamo bisogno di partire da noi stessi per accogliere il Bambino del Natale, di considerare il nostro essere dipendente, come cantava Turoldo: Vieni di notte, ma nel nostro cuore è sempre notte: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni in silenzio, noi non sappiamo più cosa dirci: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni in solitudine, ma ognuno di noi è sempre più solo: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni , figlio della pace, noi ignoriamo cosa sia la pace: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni a consolarci, noi siamo sempre più tristi: e dunque vieni sempre , Signore. Vieni a cercarci, noi siamo sempre più perduti: e dunque vieni sempre, Signore.

Credere al Natale è questione di fede, ma anche di umanità: è condividere con Dio uno sguardo pieno di gratitudine per la mia nascita.

Don Roberto



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