Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

Che bello il CRE!

Sono già passate due settimane, anzi sono volate. La compresenza di bambini, adolescenti e adulti è proprio un bel panorama da vedere e da contemplare. Magari non sempre tutto va come ci aspettavamo, tuttavia  è sempre possibile riaggiustare tutto perché quando ci si conosce e si sta insieme si impara a prendersi cura gli uni degli altri.

Proprio quello della cura è il tema che racchiude gli obiettivi educativi del CRE di quest’anno e che dà forma alle diverse proposte.

Ogni giorno del CRE si conclude con un momento di raccoglimento, di riflessione e di preghiera.

Tra canti e preghiere viene ascoltato un brano del Vangelo in cui emerge lo stile di Gesù che si prende cura degli altri. Il Vangelo viene poi fatto risuonare con alcuni racconti. Tra questi racconti ce ne sono due che mi hanno particolarmente colpito. Il primo si intitola “Il bambino e l’abbraccio” e dice: il bambino chiese alla mamma: “Mamma, secondo te, Dio esiste?” “Si!” rispose la mamma. “Com’è?” domandò il bambino. La donna attirò il figlio a sé… Lo abbracciò forte e gli disse: “Dio è così!” – “Ho capito!” esclamò il bambino.

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Ogni cosa alla sua stagione

È stato chiesto a Danièle Hervieu-Léger, una famosa sociologa francese cosa pensa del suo futuro. La sua risposta fu: “Vorrei rispondere sul mio futuro, ormai crepuscolare, riprendendo una parabola indiana che fu cara anche al cardinal Martini e che è un’analisi della biografia umana in quattro tappe sincroniche. Prima di tutto c’è la stagione in cui si impara, e io l’ho vissuta continuamente nello studio; poi c’è il momento in cui s’insegna, il tempo del magistero, nel quale non si smette mai di imparare. Terzo, il periodo del bosco, quando ci si ritira, si sta in silenzio, si riflette. E infine la vecchiaia, in cui si diventa mendicanti, si ha bisogno degli altri: io entro appunto in questo tempo”.

Questa parabola moderna il Cardinal Martini la citava spesso. Ognuno di noi credo possa facilmente distinguere queste quattro fasi della sua vita, fasi che possono essere accompagnate da alcuni sentimenti.

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Alla fine dell’anno scolastico

Due pensieri alla conclusione dell’anno scolastico.

Il primo senz’altro è di gratitudine. Ogni insegnante ed ogni studente, se appena appena è un po’ sensibile, avverte nel cuore la sensazione di aver ricevuto molto, di non essere uguale a quando ha iniziato l’anno scolastico, di avere imparato tante cose e di aver messo a frutto i propri talenti.

Gli alunni debbono esprimere il ringraziamento indistintamente per gli insegnanti “esigenti” sia per quelli “teneri”. Entrambi contribuiscono a crescere con equilibrio. A questo proposito mi è venuto in mente il tema di una bambina che alla maestra che chiedeva di descrivere le mani della madre; così rispose: “Una è rossa, ruvida dura, perché ci fa tante cose. Con quella mi dà gli schiaffi. Con l’altra, che è più bianca e anche un po’ più liscia, mi fa le carezze. Ma alla sera gliele bacio tutte e due”. Il bacio di questa bambina è la gratitudine, sia per il maestro con il bastone sia per quello con la carota.

Ma anche gli insegnanti devono avere nel cuore tanta gratitudine, per tutti gli alunni, non solo per quelli che soddisfano. Anzi le sfide più importanti sono quelle che impongono l’accompagnamento di alunni lazzaroni, limitati, demotivati. Alla fine di un anno conta più un passo in avanti di questi che non dieci di chi è già bravo. Un insegnante lo sa e per questo investe molte delle sue forze in questa sfida.

Il secondo pensiero è un invito alla lettura. Leggere non è soltanto un modo per trascorrere il tempo libero. Sono tantissimi i benefici arrecati dalla lettura: stimola la mente, migliora le conoscenze, aiuta ad esprimersi meglio, migliora la memoria, arricchisce l’attenzione e la concentrazione, sviluppa la fantasia, abilita alla riflessione…

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Ricreazione

All’inizio dei mesi estivi mi è tornata alla mente una statua di san Francesco che si trova ad Assisi presso l’Eremo delle Carceri. Lì c’è il santuario che custodisce la memoria di una consuetudine della vita di san Francesco: la ricerca di un posto tranquillo nel quale ritirarsi per pregare, per staccare, per riposarsi. Il nome “Carceri” non ci deve trarre in inganno, non significa “prigioni”, ma luogo appartato, solitario. In ogni luogo in cui si trovava Francesco sapeva ricavare una piccola chiesa per pregare.

La prima volta che Francesco giunse in questo luogo c’erano solo grotte naturali nel cuore della foresta. Proprio in una di queste grotte Francesco aveva posto il suo nido di preghiera. I suoi biografi raccontano le sue molteplici soste in questo luogo, nella preghiera e nella meditazione. E quando giungeva la sera esausto per la penitenza e i digiuni “stendeva il suo fragile corpo sulla nuda pietra”.

Uscendo dal santuario inizia il “Viale di san Francesco”, una suggestiva passeggiata nel bosco e si trova un bellissimo gruppo statuario realizzato qualche anno fa dallo scultore Francesco Bacci intitolato “Francesco, Leone e Ginepro contemplano il cielo stellato”.

Leone sta tracciando sul terreno il Grande e il Piccolo Carro. Ginepro, nella sua semplicità, guarda il cielo individua la posizione della Stella polare. Francesco è sdraiato a terra, con i piedi scalzi e con le mani dietro la nuca e contempla estasiato la notte splendente.

È un’immagine molto bella che ci ricorda la necessità di vivere ogni tanto momenti di riposo. Francesco ci racconta come lo intendeva lui il riposo, non come l’abbandonarsi all’ozio, non come lo svuotamento di ogni pensiero e di ogni passione. Il riposo come contemplazione del creato.

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La parrocchia non è di tutti, ma è per tutti

Il pellegrinaggio del Vescovo Francesco sta avviandosi alla conclusione. È stato un mese molto intenso, soprattutto per noi sacerdoti. Numerosi sono stati gli incontri e i dialoghi con il nostro Vescovo.

Personalmente mi ha colpito molto la sua umanità, la sua saggezza, la sua capacità di interpretare questo nostro tempo alla luce del Vangelo, la sua passione per la parrocchia e per la famiglia. È ritornato più volte su alcuni aspetti della vita cristiana che avremo modo di riprendere, di fare nostri, di cercare di tradurli in scelte pastorali. Uno di questi temi, riproposto come ritornello tra le strofe, è sicuramente il tema della comunità, della parrocchia. Già nella preghiera del pellegrinaggio, scritta dal Vescovo ritroviamo le sue convinzioni: “Per alcuni la parrocchia è vita di ogni giorno, per altri è rarità, per non pochi è ricordo che s’allontana, per tutti è possibilità… Signore la nostra parrocchia sia fraterna, ospitale e prossima.”

Il Vescovo non poteva che ribadire la scelta fondamentale dei Vescovi Italiani di questi decenni, scelta riassumibile nel criterio: la “parrocchia” è il luogo ordinario dell’evangelizzazione, è il soggetto dell’evangelizzazione, perché senza la Chiesa non c’è evangelizzazione, senza la comunità non c’è trasmissione della fede.

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Pompei: la città morta che vive

Nella gita parrocchiale del mese scorso abbiamo visitato gli scavi di Pompei.

Pompei: la città morta che vive. Così è stata definita l’antica città che venne interamente sepolta da un’eruzione apocalittica nel 79 dopo Cristo. Abbiamo una descrizione di questo evento drammatico in una lettera che Plinio il Giovane scrisse a Tacito.

Nel 1748 iniziarono gli scavi che ancora oggi sono in corso. Scavi che riportano alla luce l’antica città.

L’eruzione è stata paradossalmente provvidenziale, come scrisse Goethe nel 1786 dopo aver visitato Pompei: “Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante”.

La lava e la cenere sono state per l’antica città una sorta di copertura che ha permesso alla città di mantenere nei secoli la sua integrità, di essere protetta dalle intemperie. Per la terribile disgrazia del 79 noi possiamo conoscere la vita dell’antica città romana, di capire chi erano gli abitanti di Pompei, di sapere come vivevano, come amavano, cosa mangiavano, come si divertivano. Insomma una “disgrazia provvidenziale” per la storia.

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Frate Jacopa

Molte volte sono stato ad Assisi. Solamente l’ultima volta ho colto un particolare che mi ha abbagliato.

Dove c’è la tomba di san Francesco e dei suoi compagni Leone, Masseo, Rufino e Angelo, tra le due scale per risalire c’è una tomba che non avevo mai notato, la tomba di una benefattrice romana di cui non avevo mai sentito parlare: Jacopa de’ Settesoli, che san Francesco chiamava “Frate Jacopa”. Nasce nel 1190 a Roma, fu data in moglie giovanissima ad un nobile di Roma e rimase vedova a ventisette anni con due figli. Nel 1210 conobbe san Francesco quando il Santo giunse a Roma per chiedere udienza al Papa Innocenzo III. Jacopa aiutò Francesco e i suoi compagni a trovare un alloggio.

Il legame tra Francesco e Jacopa fu reciprocamente forte tanto che san Francesco venne ispirato da lei per fondare il “Terz’Ordine Francescano” dedicato ai laici, che pur rimanendo a vivere nel mondo desideravano condurre una vita cristiana nello stile del Poverello d’Assisi. Un legame così stretto che quando morì, nel 1239, quasi cinquantenne, venne sepolta nella cripta della basilica francescana davanti alla tomba di Francesco.

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Francesco pellegrino

Il Vescovo Francesco ha incominciato la Visita pastorale nella nostra Comunità Ecclesiale Territoriale (CET), il gruppo di Parrocchie che vanno da Mozzo a Osio Sotto. La nostra CET è suddivisa in due “Fraternità”, cioè il gruppo dei sacerdoti, e la nostra Fraternità è composta dalle sette Parrocchie di Dalmine, Osio Sopra, Osio Sotto e Levate. Nel mese di Maggio il Vescovo è accolto dalle Parrocchie della nostra fraternità.

Il vescovo entrerà in parrocchia cinque volte.

La preghiera del Rosario (Venerdì 5 Maggio). È desiderio del Vescovo iniziare con la preghiera mariana per mantenere fede ad una promessa (una sorta di voto) che lui stesso aveva espresso di “realizzare un santuario umano di preghiera”.

L’incontro “allargato” con il Consiglio Pastorale parrocchiale (Venerdì 5 Maggio). Il Vescovo si mette in dialogo con i laici impegnati: i membri del Consiglio Pastorale, del Consiglio per gli Affari Economici, i Catechisti, gli Animatori degli Adolescenti e l’Equipe Educativa dell’Oratorio. Abbiamo consegnato al Vescovo una relazione per presentare la nostra Parrocchia mettendo in evidenza la configurazione, le risorse esistenti, i punti di forza e i punti di debolezza. Il Vescovo riprende questi spunti per condividere il suo pensiero.

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La “pastorale” di Gesù

Io sono il buon Pastore. Le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce. Nella quarta domenica di Pasqua ogni anno ci vien proposto di ascoltare questa analogia di Gesù che si definisce come il buon pastore. Nella giornata mondiale di preghiera per le vocazioni siamo sollecitati a riflettere sul valore della vocazione sacerdotale come figura concreta di ripresentazione del Buon Pastore.

Cosa intende la Chiesa con il termine “pastorale”? La pastorale è ogni forma di azione che la Chiesa, attraverso i singoli credenti e nei ministri istituiti e ordinati, compie per rendere possibile e promuovere la fede come rapporto vitale con il Signore.

La pastorale è l’agire di Gesù e di conseguenza della Chiesa che lo rappresenta. La pastorale è la vita stessa di una parrocchia.

Uno studio di qualche anno fa presentava quattro pericoli da evitare, quattro insidie per la pastorale.

Il primo pericolo è una pastorale selvaggia nella quale trionfa lo spontaneismo, l’assenza totale di progetti e di criteri.

Il secondo, dato l’utilizzo esasperato dei mezzi di comunicazione, è la pastorale tecncocratica nella quale eccede la tecnica a scapito delle relazioni.

Il terzo pericolo è quello di una pastorale abdicativa: cioè un’azione ecclesiale dissociata dalle istanze socioculturali oggi emergenti.

Infine l’ultimo pericolo è quello di una pastorale di conservazione  per la quale l’unico criterio di orientamento è “abbiam sempre fatto così”.

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Il pane spezzato

Il racconto di Emmaus è una vicenda molto densa di particolari e di riferimenti ad ogni percorso di fede. Caravaggio dipinse per due volte il soggetto della “Cena di Emmaus” ma sono due dipinti radicalmente diversi. A fare la differenza è la vita stessa del pittore  perché nel 1602, quando dipinse la prima Cena di Emmaus si trovava a Roma sereno e beato, mentre quattro anni dopo la ridipinge ma in fuga, braccato come un animale ferito. L’episodio drammatico è avvenuto proprio nel 1606. Per una lite ci scappa il morto e Caravaggio, l’omicida, deve scappare perché sul suo capo pesa una taglia enorme. Si rifugia da amici e lì dipinge il Cristo a Emmaus che attualmente si trova a Milano al museo di Brera.

La prima cosa che colpisce è il volto di Cristo. Non sembra nemmeno il Risorto avvolto nella gloria, sembra piuttosto ancora il Crocifisso. È un Cristo solo, affaticato, sfinito. La solitudine e la stanchezza di Gesù sembrano collegate a quella sua affermazione rivolta ai due discepoli: “Stolti e tardi di cuore”. Essi non hanno capito nulla e se ne stanno imprigionati nella delusione della croce. Tuttavia il volto dipinto da Caravaggio è una sorta di autoritratto. Caravaggio ci sta dicendo che si sente come Gesù, senza forze, avvolto dalla paura e dall’oscuro mistero della morte. È il volto di un uomo pentito e impaurito. Il volto di Cristo è un volto che sa di Caravaggio. Cosa osa fare il pittore? Osa mettersi i panni di Gesù, non per vanagloria né per autodifendersi, ma per arrivare a dire la prodigiosa grandezza del perdono svelato nell’Eucarestia. Il pane spezzato è nutrimento dei peccatori, è Pane di salvezza per chi si sente solo, sfinito, senza forze.

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Giornata dei volontari – Pellegrinaggio in Città Alta a piedi

Domenica 16 Aprile 2023, Giornata dei volontari – Pellegrinaggio in Città Alta a piedi.

“Il Buon Pastore”

Le caratteristiche sono:

  1. Conosce tutti per nome.
  2. È in cerca di chi si perde.
  3. Conduce al pascolo.
  4. Si preoccupa anche di chi è fuori dal suo recinto.
  5. Da la sua vita per le pecore.

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in I grandi eventi, Primo piano, Proposte per gli adulti, Proposte per i giovani, Storie di fede e Riflessioni

Maria Maddalena

Secondo i Vangeli, fra le poche ad assistere alla crocifissione del maestro e addirittura la prima testimone oculare della Risurrezione e la prima ad annunciare “Cristo è risorto!” è Maria Maddalena. Era nata a Magdala, piccolo villaggio della Galilea, aveva seguito Gesù mettendosi al suo servizio. Di lei si racconta che, liberata dal demonio, fu fedele al Signore sino alla fine.

Mentre triste stava piangendo davanti alla tomba di Cristo, Gesù stesso gli domanda: “Perché piangi”, come a dire: perché soffri se io sono vivo? E poi si sentì chiamare per nome dal suo Signore: “Maria” e lì lo riconobbe vivo e ne divenne testimone, inviata ad annunciare ai fratelli la vittoria pasquale del Signore. In lei vediamo la figura di ogni credente che perseverando nella fede, anche nei momenti difficili, alla fine trova Colui che ama, o meglio è trovato da Colui che ama.

In questo tempo di Pasqua Maria Maddalena è una delle figure più importanti per rinnovare la nostra fede ed il nostro amore per il Signore Gesù.

La persona della maddalena è stata circondata da subito da tantissimi racconti, anche leggendari.

Ne voglio, tra i tanti, ricordarne due riportati nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze.

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Mamma, se muori, potrai amarmi ancora?

Spesso tendiamo a nascondere il tema della morte ai bambini. Abbiamo paura che loro ne siano segnati dallo spavento. Talvolta trattiamo i bambini come se non sapessero che esiste la morte.

Non ho voluto che mio figlio partecipasse al funerale del nonno, altrimenti si sarebbe spaventato… raccontava una mamma.

Una volta un bambino chiese a sua madre: mamma, se muori, potrai amarmi ancora? Esiste una  domanda più grande di questa? I bambini certo che sanno che c’è la morte ed hanno bisogno di sapere che la morte può essere sconfitta. Come affermava il grande scrittore Chesterson: “É impossibile nascondere i draghi dalle favole dei bambini. Essi sanno benissimo che esistono, prima ancora che gliene parliamo. Hanno bisogno che si parli loro di san Giorgio che sconfigge il drago”. La morte fa paura, non solo ai bambini. Per questo abbiamo bisogno di essere rasserenati con la certezza che esiste Qualcuno che è più forte della morte. Non possiamo essere, davanti ai bambini, adulti sprovveduti di risposte sul tema della morte.

Questa è la Pasqua: confidare in Colui che ci ha assicurato di essere più forte della morte e abbandonarci alla sua promessa.

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La solitudine, il tradimento e la sfida

Alle Palme viene letto per intero il racconto della morte di Cristo con tutti gli episodi che la preparano. Quest’anno ascoltiamo i capitoli 26 e 27 di Matteo. Colpisce come il Vangelo sia molto conciso nel raccontare la morte del Signore e si dilunghi invece molto sugli eventi che hanno preceduto la morte, quella che potremmo chiamare la passione interiore di Gesù. Più volte san Matteo sottolinea che la volontà di Gesù si allinea perfettamente con la volontà del Padre ed è proprio questa dedizione al Padre che ha portato Gesù a dire di si alla propria morte per la salvezza degli uomini.

La passione è una storia di solitudine. Quando si soffre l’unica cosa che si desidera radicalmente è di non essere soli. “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?”. Davanti agli accusatori Gesù è solo, come legato alla colonna, come nel Getsemani, come nella via del Calvario. C’è la sua Mamma, con Giovanni, che da lontano lo segue e “sta” con lui. Ma suoi amici lo abbandonano, lo tradiscono, lo rinnegano.

Così vanno a finire le nostre eclatanti promesse di fedeltà.

La passione è la storia di un’amicizia tradita, di una relazione infranta.

A Pietro, nostro capo, e a tutti i peccatori pentiti, non resta che piangere amaramente.

C’è una bellissima poesia di padre Turoldo, nella raccolta  O sensi miei che sintetizza i  sentimenti  di Gesù e i nostri per entrare nella passione e nella Pasqua.

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Io sono la risurrezione e la vita

Con la pagina della risurrezione dell’amico Lazzaro si conclude la trilogia che preparava i catecumeni a ricevere il Battesimo. I tre contenuti sono i temi maggiori del Battesimo: l’acqua (la donna samaritana al pozzo, la luce (la guarigione del cieco nato) e la vita (la risurrezione di Lazzaro). L’acqua della salvezza, la luce della fede e la vita eterna.

Il racconto di Lazzaro è straordinario: la prima cosa sorprendente di questo racconto è che Gesù quando apprende la notizia che uno dei suoi migliori amici è malato e sta morendo, non fa nulla. È il mistero dell’apparente silenzio di Dio. È un silenzio assordante quello di Dio di fronte alla morte dell’uomo. Capiremo dopo che il silenzio di Dio è il segno della sua potenza: Gesù è il Signore della storia, del tempo.

Gesù poi dirà: io sono la risurrezione. Cioè la risurrezione non è un’idea teorica, non è un concetto, la risurrezione è Gesù. Credere nella risurrezione vuol dire credere in Gesù. E viceversa. Tutto passa. Noi moriamo, ma chi è aggrappato a Gesù, viene con Lui trasportato oltre la morte, là dove la vita non muore.

Questo brano in secondo luogo ci comunica qual è la concezione di Gesù della morte. «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate

Gesù pensa alla morte come all’addormentarsi. Chi si addormenta spera di risvegliarsi. I pagani chiamavano il luogo dove venivano posti i morti “necropoli”: città dei morti. I cristiani hanno cominciato a chiamarlo “cimitero”, che letteralmente significa dormitorio.

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Apericena missionaria 25 marzo

25 Marzo dalle ore 19.00 alle ore 21.30 Apericena missionaria
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA ENTRO IL 22/3 presso la SEGRETERIA DELL’ORATORIO o tramite telefono a ROBERTA 331 6569526

DURANTE LA SERATA CI SARANNO LE TESTIMONIANZE IN VIDEOCHIAMATA DI:
DON SERGIO ARMENTINI – Missionario a CUBA
FRANCESCO BUCCI – Missionario in BOLIVIA
MONS. GIULIANO FRIGENI – Missionario in BRASILE



in L'attività del Gruppo Missionario, Primo piano, Proposte per tutti, Storie di fede e Riflessioni

San Giuseppe e la luce di Cristo

La nostra comunità vive la Festa Patronale in onore di san Giuseppe e il nostro cammino di Quaresima ci propone il racconto del miracolo del cieco nato. Credo che ad unire questi due eventi sia il tema della fede. La fede è la sorgente di ogni motivazione che ha spinto Giuseppe a fidarsi del Signore. Fede è la creazione nuova che ci fa passare (= Pasqua) dal buio alla luce.

Per comprendere almeno un poco il miracolo della guarigione del cieco dobbiamo partire dal contesto in cui è inserito. Siamo a Gerusalemme, nella zona del tempio e soprattutto durante una festa molto cara ai giudei, la festa delle Capanne, chiamata anche festa dei Tabernacoli. È una delle feste più importanti del calendario liturgico degli Ebrei. In questa festa si ricorda il cammino buio e faticoso del popolo d’Israele nel deserto e per rivivere l’esperienza dell’Esodo a Gerusalemme si accendevano dappertutto numerosi falò e si svolgevano le processioni con le luci.

Esattamente in questo contesto Gesù si rivela come «luce del mondo». La reazione del Giudei è ovviamente molto polemica.

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La sete e l’anfora dimenticata

Il pozzo di Samaria è profondo 35 metri. Ce ne parla Giovanni al capitolo 4 del suo Vangelo come scenario di un incontro sensazionale tra Gesù e una donna, la samaritana, appunto.

La prima cosa di Gesù che colpisce è la stanchezza: Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno.

Al pozzo, verso mezzogiorno, sotto il sole cocente, Gesù è stanco del viaggio e si siede al bordo del pozzo. Penso che Gesù sia certamente stanco fisicamente, ma soprattutto psicologicamente. Penso soprattutto alla sua delusione per gli insuccessi che sta incontrando.

Egli conosce la stanchezza e cerca di vincerla con il desiderio di stare un po’ da solo per riposare. È un Gesù molto umano, è stanco, ha sete, cerca un ristoro.

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Ci si può ammalare di troppa bellezza?

Mi domando che cosa sarebbe successo a Stendhal se fosse stato presente al Tabor di fronte alla trasfigurazione di Gesù.

E chi è Stendhal? È un famoso scrittore francese nato nel 1783 e morto quasi sessantenne nel 1842. Quando aveva 34 anni fece un viaggio in Italia, a Roma, Napoli, Firenze. Uscendo dalla Chiesa di Santa Croce di Firenze fu colpito da malore che descrisse così: Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita mi era stata tolta e camminavo temendo di cadere.

Venne così coniata la “sindrome di Stendhal” per indicare una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiri, vertigini … in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza.

Sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni furono colpiti da qualcosa del genere: di fronte ad una straordinaria bellezza caddero a terra e non capirono più niente.

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Se l’ammazzi fai pari

Il grande giornalista Beppe Viola amava raccontare questa barzelletta: Un pugile, barcollando, va all’angolo. Crolla sullo sgabello. L’occhio sinistro è chiuso causa ematoma grosso come un melone maturo. Con l’occhio destro guarda il suo secondo e gli domanda: “Come vado?” Il secondo lo osserva, poi indica l’avversario e risponde: “Se l’ammazzi, fai pari”.

È un bello scontro sul ring del deserto quello tra Satana e Gesù. E Satana è come il pugile della barzelletta.

Nel mondo dell’arte quello delle tentazioni non è un tema molto ricorrente. C’è però un mosaico molto bello nella Basilica di san Marco a Venezia che racconta la scena che ogni anno ascoltiamo nella Prima Domenica di Quaresima: Gesù tentato per tre volte nel deserto da Satana che alla fine viene sconfitto.

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