Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Saluto al Santo Padre Francesco 24-25 aprile 2025 Roma

Arrivo a Roma prima dell’alba e, seguendo le indicazioni delle autorità locali non dipendenti dalla nostra organizzazione, percorso dei fedeli verso l’Ingresso in Basilica di San Pietro per il passaggio e la preghiera di fronte al corpo di Papa Francesco.
Al termine, in base all’afflusso di fedeli, partenza per il ritorno a Bergamo (comunque almeno dopo 9 ore di sosta autista) con arrivo in tarda serata.



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L’inaudita prossimità di Dio

Ho sempre bisogno di pensieri profondi che nutrano il mio spirito. Sempre e soprattutto nei giorni della settimana santa. Voglio condividere due di questi pensieri che mi hanno aiutato nei giorni scorsi ad entrare nel triduo Santo della Pasqua.

La prima affermazione è del grande teologo Karl Rahner che dice: “Per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi del Crocifisso”.

Cosa avviene quando decido di inginocchiarmi davanti al Crocifisso? Prima di tutto imparo la grande lezione del perdono, la misura dell’amore di Dio che non ha misura. In secondo luogo imparo l’umiltà di Dio. Come diceva san Francesco davanti alla croce: Guardate fratelli l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a Lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da Lui esaltati”.

Poi imparo i giusti criteri per giudicare le cose, per discernere la realtà, per trattenere ciò che conta e lasciar andare ciò che non ha valore. Infine imparo che la sofferenza non è che la penultima parola sulla vicenda umana, perché l’ultima, la più importante sarà: oggi sarai con me nel Paradiso.

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Allargare la vita

Ho ascoltato il travolgente monologo di Benigni dello scorso 19 marzo intitolato “Il sogno”. Ad un certo punto saluta una donna presente in sala e si complimenta con lei per essere una delle madri dell’Europa, una certa signora Corradi che ha inventato l’Erasmus. Pensavo che il nome derivasse dal grande Erasmo da Rotterdam ed invece vengo a sapere che Erasmus è un acronimo che sta per EuRopean community Action Scheme for the Mobility of University Students.

La cosa che più mi ha colpito è quando, parlando della generazione Erasmus, il noto programma finanziato dall’Unione europea per favorire la mobilità tra i paesi europei, in particolare per gli studenti, Benigni dice: la fortuna che hanno questi giovani è di poter allargare la vita. Sì perché la vita è importante non solo cercare di allungarla, ma soprattutto di allargarla.

É un po’ come dire: non è importante aggiungere anni alla vita ma aggiungere vita agli anni.

La nostra vita potrebbe essere lunghissima ma noiosa, vuota o senza sogni. Chi potrebbe desiderare una vita così? D’altra parte la vita può anche essere breve ma molto intensa.

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La predica dei morti

Se vi trovate nelle vicinanze di Torino, inoltrandosi nella Valle Susa, a pochi chilometri dal confine francese, si può visitare la Sacra di San Michele, un edificio medievale costruito nel 1170 come fortezza e monastero.

Panoramicamente straordinario, sulla cima del monte per vegliare sulla valle e per attirare i pellegrini.

Sì fa un po’ di fatica per raggiungere la chiesa gestita ora dai monaci rosminiani, dediti al carisma della carità. La chiesa è stata definita da Clemente Rebora, un illustre poeta rosminiano: il “culmine vertiginosamente santo”.

All’interno colpiscono gli affreschi medievali, in particolare il più antico di tutti intitolato “la predica dei morti”. La scena presenta due scheletri che dialogano con un gruppo di fedeli. Le parole della predica sono rese visibili dai due cartigli che gli scheletri sorreggono: il primo in latino che invita a pregare perché Dio abbia pietà di tutti i defunti e l’altro in francese che oltre alla preghiera invita a meditare sul comune destino per tutta l’umanità: un giorno noi eravamo come voi e un giorno voi sarete come noi.

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La porta della cura

Il percorso giubilare proposto nella quaresima ci ha condotti a visitare la chiesa nuova dell’ospedale Papa Giovanni.

Tanti i particolari, messi in evidenza dall’ottima guida Milena. Tra questi quelli che mi hanno maggiormente colpito sono l’altare e Maria Addolorata ed il pavone. L’altare è costituito da un grande blocco di marmo bianco che campeggia nel presbiterio, sollevato da terra e appoggiato a tanti sostegni metallici. Il marmo è solcato ai lati dalla decorazione che raffigura due piante che si intrecciano ma non si toccano: l’incenso e la mirra. Per completare la trilogia dei doni natalizi dei Magi manca l’oro che di fatto è il colore del bassorilievo. Intuizione notevole del mistero eucaristico. Sull’altare si fa presente ogni volta il Verbo incarnato nella grotta di Betlemme e ripresentato nel Pane Bianco sull’altare.

Molto suggestiva la connessione tra il Natale dell’altare e la Pasqua.

Maria Addolorata si trova a sinistra guardando il crocifisso.

Colpisce il gruppo disegnato da Mastrovito: tre donne e, alle spalle, San Giovanni XXIII. La guida ci fa notare che le figure sono dipinte allo stesso piano di chi guarda per dire che la sofferenza ci rende tutti allo stesso livello. Inoltre: I volti sono ritratti di persone comuni, qualcuno precisa che il volto dell’Addolorata sarebbe il volto della madre dell’artista.

Papa Giovanni, a cui è dedicata la chiesa e l’intero ospedale, è alla spalle come presenza di consolazione e di incoraggiamento: ci esorta a vivere la sofferenza con pazienza e con fiducia.

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Il megafono della nave

Succede quando sei in un posto che non conosci di non sapere dove andare e come orientarti, perdi i riferimenti di dove sei e soprattutto hai davanti molte possibilità ma non sai che strada prendere.

Anche il profeta Isaia pare riferirsi a questa sensazione quando afferma: Guardai ma non c’era nessuno, tra costoro nessuno era capace di consigliare; nessuno da interrogare per averne una risposta. (Is 41,28).

L’esperienza raccontata da Isaia, oltre a mettere in evidenza il disorientamento, parla anche della solitudine e della fatica a reperire qualche aiuto su cui fare affidamento.

Certo oggi muoversi anche in posti sconosciuti è molto più facile; con Google Maps vai in ogni dove.

Il problema si pone invece quando il disorientamento è relativo allo spirito.

C’è un’espressione del filosofo Soren Kierkegaard che esprime molto bene il senso generale del disorientamento: State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.

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Fate un buon matrimonio

Ogni tre per due ascolto coppie felici del proprio matrimonio e subito penso agli adolescenti che si innamorano, si mettono insieme, si lasciano, si preparano insomma, meglio che possono, al proprio futuro.

Capita anche, altrettanto frequentemente, di ascoltare come per altri la vita matrimoniale possa essere un inferno, che inesorabilmente conduce a scelte di separazione, anche dopo pochi anni di vita insieme. Le cause o della riuscita o del fallimento evidentemente non sono mai subito chiare.

In occasione della festa degli innamorati di San Valentino su una rivista di pastorale familiare ho letto una risposta convincente di Baden Powell, il fondatore degli scout.

Nel volume “L’educazione non finisce mai”, interrogato sulla questione affettiva, ha scritto: «Mi è stato domandato se potevo definire in poche parole, per esempio in cinquanta, la mia concezione su ciò che si poteva fare di meglio nella vita. Risposi che quattro mi sarebbero bastate: fate un buon matrimonio. È con ciò voglio dire non una piacevole luna di miele, di qualche settimana o di qualche mese, seguita da una tolleranza reciproca, bensì una luna di miele che resista alla prova degli anni».

La dimensione affettiva e le scelte del cuore rappresentano la parte decisiva della propria e dell’altrui felicità.

Per questo diventa determinante l’educazione dei sentimenti approntata nell’età dell’adolescenza. Fate un bel matrimonio è la stessa cosa che dire preparati a costruire una bella famiglia.

Ma come si fa a fare un bel matrimonio?

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Che fegato

Mi incuriosisce, tra le tante cose che non so, il ruolo ed il funzionamento del fegato, la ghiandola più grossa del corpo umano. È un organo dalle funzioni complesse e misteriose. Mi informo su una sintetica enciclopedia per ragazzi e imparo che il compito del fegato è molteplice: drenare il sangue, catturando le sostante nutritive contenute in esso e poi metabolizzarle e distribuirle agli altri organi, poi produce la bile per l’assorbimento dei grassi, elabora gli zuccheri per l’energia delle cellule del corpo, realizza la sintesi del colesterolo, distrugge le sostanze inutili, produce i globuli rossi…

Quando il Creatore ha creato il nostro corpo ha pensato proprio ad ogni cosa. Siamo dei prodigi nel corpo, dentro e fuori e ogni parte funziona in relazione al tutto. Il progettista è stato semplicemente geniale. Siamo dei prodigi, ma nello steso tempo siamo fragilissimi.

Il fegato appunto è importantissimo ed è per questo che le malattie relative al fegato sono gravissime e letali.

Ora capisco perché ci sono diversi modi di dire che si riferiscono al fegato.

Avere fegato per esempio si dice di una persona coraggiosa perché il fegato ha sempre rappresentato il simbolo della forza fisica e della caparbietà. I greci esprimono questa convinzione con il mito di Prometeo che con coraggio rubò il fuoco agli dei e quando venne scoperto venne incatenato alla roccia della montagna. Zeus dispose che ogni giorno un’aquila gigante gli divorasse il fegato. Ogni notte però il suo fegato ricresceva. Il coraggio è come il fegato: si rigenera. C’è un altro modo di dire molto curioso: aver mangiato il fegato di capra. Vorrebbe dire mancare di discrezione, essere chiacchieroni, non saper mantenere un segreto. Non trovo spiegazioni di questo modo di dire, ma lo trovo interessante.

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Capax Dei

In questi anni le abbiamo provate tutte, ha affermato in nostro vescovo in una recente assemblea diocesana con i catechisti. Le abbiamo provate tutte ma i risultati sono sempre fallimentari. L’iniziazione cristiana pare non inizi proprio a nulla. Dopo la cresima i ragazzi spariscono, ci sono ancora all’oratorio ma in chiesa non ci vanno più.

La prospettiva futura pare essere senza grandi speranze.

In un incontro di formazione permanente per sacerdoti è stata dedicata una mattinata alla riflessione e al confronto sulla catechesi e sull’educazione cristiana dei bambini. Tanti e profondi i temi, molte le preoccupazioni ma anche gli spunti per cammini futuribili. Qualche parrocchia, anche della nostra gloriosa diocesi, non fa più catechismo ai ragazzi, o perché non sono più reperibili i catechisti, o perché il parroco dice: è inutile, non serve più a nulla, diciamo ai genitori che la parrocchia non organizza più il catechismo e quando loro ritengono che i figli sono pronti per ricevere un Sacramento allora la parrocchia si impegna a proporre un cammino personalizzato.

Il rischio di cadere in una visione di depressione o di disorientamento è stato ovviato dal relatore con una ripresa del pensiero di fondo del direttorio della chiesa del 2020 intitolato “Rendere in Vangelo sempre attuale”.

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In cosa speriamo?

Afferma Pierangelo Sequeri, teologo e poeta, autore dei testi di molti canti che quotidianamente utilizziamo nelle nostre liturgie: La speranza cristiana non è attesa “che Dio ce la mandi buona” o azzardo della fortuna di una “giocata alla lotteria”. La speranza cristiana non è probabilità dei calcoli dell’uomo, è la certezza di Dio, una certezza che in ultimo si fonda su un dato di cui la speranza cristiana è certa, sulla risurrezione dalla morte per una vita riconciliata: in cui nessun debito rimane insoluto e tutte le vittime sono puntualmente risarcite. (Tratto dal giornale Avvenire di domenica 5 Gennaio 2025).

Il tempo che passa inesorabilmente pone con insistenza e con tanta ansia molte domande: che ne sarà del mondo e di noi? Verso cosa stiamo andando? Che fine faremo e cosa resterà di tutto quello che abbiamo fatto e facciamo?

La virtù teologale della speranza, tema centrale del Giubileo che caratterizza questo anno santo, pare invece ribaltare queste domande e riporta i cristiani a domandarsi: ma davvero noi aspettiamo il ritorno del Signore Risorto?

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Impliquer

Mi pare interessante che nei racconti del Vangelo non esiste un passo nel quale Gesù “spieghi” il perché della sofferenza. E nemmeno esiste un passo nel quale Egli “spieghi” il tema della gioia. Eppure sofferenza e gioia sono il tutto della nostra vita. Mi pare altrettanto interessante un altro dato: che Gesù in prima persona soffre accanto a coloro e soffrono e che quando Lui passa tutti sperimentano la gioia.

I francesi direbbero che Gesù non spiega (expliquer) ma si lascia coinvolgere (impliquer).

Alcune considerazioni. Prima di tutto dobbiamo constatare il nauseante fastidio quando incontriamo qualcuno che a tutti i costi vuole spiegare (expliquer) sempre e tutto e d’altra parte la profonda consolazione per quando incontriamo qualcuno che si coinvolge (impliquer) con i nostri sentimenti, magari in silenzio. È un po’ quello che con una mirabile sintesi affermava san Paolo VI: il mondo oggi non fa bisogno di maestri, ma di testimoni.

Verrebbe da dire: non ha bisogno di maestri, figuriamoci di maestrine… che hanno sempre qualcosa da spiegare, più per palesare la propria superiorità che per il desiderio di coinvolgersi.

Noi, volendo, possiamo fare come Dio. Lui sì in realtà potrebbe spiegare ogni cosa. Ma non lo fa. Perché? Forse per lasciarci liberi di cercare un senso alle cose, forse per non vincolarci a risposte preconfezionate. Fatto sta che Lui non spiega ma si lascia coinvolgere.

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Il santuario di Ise

In un romanzo, “Il fiore dell’illusione” un giovane giapponese racconta al protagonista Francesco che nel suo paese esiste, nella città di Ise, un grande santuario shintoista consacrato alla dea Amaterasu Omikami che ha una particolarità veramente interessante che sa dell’incredibile: ogni vent’anni il santuario viene distrutto per essere ricostruito esattamente identico. Le spese per sostenere questa impresa sono evidentemente ogni volta esorbitanti.

Siccome non ci credevo, magari, pensavo, è una finzione letteraria dentro il romanzo, faccio una piccola ricerca in rete e scopro che il fatto è vero e scopro anche che l’attuale edificio del santuario è stato costruito nel 2013 e che la prossima demolizione e la successiva ricostruzione è perciò in programma nel 2033.

Il santuario attuale è la sessantaduesima ricostruzione.

Questa tradizione shintoista suscita molte suggestioni. La ricostruzione del tempio richiama il profondo significato spirituale della rinascita. Questo pensiero mi ha richiamato immediatamente che anche Gesù, osservando le pietre del tempio di Gerusalemme afferma: “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo ricostruirò”. Si riferiva alla sua risurrezione e al suo corpo che è il vero tempio.

Quindi il messaggio che richiama la continua necessità di rinnovamento mi pare ampiamente veicolato da questa antica tradizione, come pure l’idea che tutte le cose sono transitorie, non durano in eterno.

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Sarà un giorno come tutti gli altri

Quando si giunge ad Amalfi, un po’ nascosta, sotto un portichetto di passaggio pedonale, c’è una targa che attira l’attenzione del turista.

La targa riporta una citazione di Renato Fucini un simpatico poeta del secolo scorso, noto anche come Neri Tanfucio, anagramma del suo nome.  La targa dice: dice: “Nel giorno del giudizio, per gli amalfitani che andranno in paradiso, sarà un giorno come tutti gli altri”.

Siamo nel bellissimo contesto della costiera amalfitana, uno dei luoghi maggiormente visitati del nostro Bel Paese.

Amalfi è il principale centro della costiera, un comune di appena 4 mila abitanti ma dal passato glorioso per essere stata repubblica marinara nell’alto medioevo, oggi patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Il poeta Fucini visitò Amalfi nel 1877, dopo aver visitato Napoli dalla quale fuggì con una cattiva impressione per il disordine ed il “sudiciume”.

Giunto ad Amalfi la definì la definì immediatamente “un paradiso” e scrisse questo verso inciso nella targa.

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La domenica della Parola

Sei anni fa papa Francesco ha istituito la “domenica della Parola” che ogni anno viene celebrata l’ultima domenica di gennaio, quest’anno, appunto, domenica 26.

L’obiettivo principale di questa giornata è di ricordare l’importanza delle Sacre Scritture nella vita dei cristiani.

Ogni anno il Papa al termine della solenne celebrazione nella basilica di San Pietro distribuisce ai partecipanti il Vangelo di Luca, è un desiderio preciso del Papa di diffondere, in maniera tangibile, la Parola di Dio.

Desidero condividere due riflessioni per questa giornata. La prima: quando si istituisce una Giornata lo si fa per promuovere l’attenzione ad un tema che piano piano sta perdendo interesse nella vita ordinaria. Quindi il Papa ha preso semplicemente atto che è sempre più considerevole la distanza tra la Parola e i cattolici. In realtà nella messa e nella liturgia delle ore c’è una sovrabbondante proposta della Parola. Ma coloro non partecipano alla Messa e non pregano le Lodi e i Vespri non ascoltano la Parola. Si auspica che lo facciano personalmente nel raccoglimento della propria coscienza. E questo non si può escluderlo a priori anche se molti sono gli indizi che lascerebbero intendere il contrario.

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Camminano senza stancarsi

Come va? Prova a fare questa domanda a chi incontri. Nella maggior parte dei casi ti sentirai rispondere: sono stanco, sono stanca.

La vita è pesante per tutti. C’è una stanchezza che come una coltre pesante avvolge la nostra esistenza. Una stanchezza che pare sfiancare anche i più giovani.

Sentite che bella questa breve poesia di Alda Merini.

Ho bisogno di alleggerire le spalle, 

perché è da troppo tempo 

che sono cariche di pesi che non ho voluto, non ho chiesto. 

E poi ci sono sotto le mie ali, ci sono io… 

che ho bisogno di volare.

La stanchezza è causata dai pesi che dobbiamo portare e che sovrastano le nostre ali. Come non pensare al gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach oppresso dalle vicende che lo costringono a rimanere sottomesso a tradizioni insopportabili, oppure alla famosa favola di Anthony De Mello dell’aquila che non vola perché si crede una gallina, oppure.

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LGBTQ+

In uno dei nostri consueti incontri di formazione con i preti della fraternità ci siamo soffermarti nel confronto sul tema: l’atteggiamento della chiesa nei confronti del mondo LGBTQ+.

I sacerdoti della fraternità sono i sacerdoti delle 7 parrocchie di Dalmine, di Osio Sotto, Osio Sopra e di Levate. Un paio di volte al mese ci incontriamo invitando qualcuno che ci presenti una traccia di riflessione seguita da una conversazione tra noi.

Nell’ultimo incontro abbiamo invitato don Giorgio Antonioli, direttore dell’Ufficio diocesano della Pastorale familiare.

Il tema è uno di quelli belli tosti. Si chiamano incontri di formazione permanente perché sono occasioni nelle quali la “forma” di ciascuno di noi sia sempre più modellata sul progetto evangelico con una fedeltà di fondo alla cultura storica in cui viviamo. Proprio per questo il tema è uno di quelli belli tosti, perché la cultura storica del nostro tempo è radicalmente cambiata e ci chiede di riformulare i criteri etici del nostro giudizio.

L’incontro è durato due ore e provo a riassumere in sintesi i passaggi che maggiormente mi hanno colpito.

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La colomba della pace

Nel piccolo paese di Vallauris, tra Cannes e Nizza, c’è la bellissima cappella della Guerra e della Pace dipinta da Picasso.

È un’opera di grande impatto emotivo. Dopo aver dipinto Guernica nel 1937 affronta lo stesso tema che lo trova particolarmente sensibile e dopo la seconda guerra mondiale dipinge quest’opera di grande respiro che avvolge lo spettatore perché realizzata su pannelli che ricoprono interamente le pareti e la volta. La pittura è semplice e potente nello stesso tempo.

Da una parte viene rappresentata la guerra con colori inquietanti e sagome piene di terrore. Dalla parte opposta la pace con colori e linee piene di gioia.

Mi colpiscono alcuni particolari. Se nella guerra vengono bruciati i libri perché i regimi totalitari temono lo sviluppo della cultura, nella pace, in clima di grande serenità c’è chi legge e chi scrive. La pace garantisce sempre la crescita delle persone attraverso l’istruzione e la cultura.

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La Compieta

Quando termina un anno e ne comincia uno nuovo si realizza in grande ciò che avviene in miniatura al termine di ogni giorno nell’attesa di un’alba nuova.

La Liturgia delle Ore, cioè la preghiera del breviario dei preti che fortunatamente sta sempre più diventando anche la preghiera dei laici, si conclude con la preghiera prima di coricarsi, la preghiera di Compieta. Come dice la parola stessa è il momento in cui si da compimento alla giornata vissuta prima di andare a dormire.

Ogni sera la preghiera della Compieta inizia con l’esame di coscienza nel quale sostanzialmente si rivede alla “moviola” la giornata con il filtro della gratitudine e si promette un impegno maggiore per il giorno successivo.

Io prego abitualmente la Compieta da solo, nella mia stanza. Nei monasteri, penso sia la preghiera più suggestiva, si prega al buio, con la sola flebile luce di una candela.

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