Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Quando le ferite diventano feritoie

Quando Ulisse ritorna, sotto le spoglie di un mendicante, nella sua isola di Itaca nessuno lo riconosce. Nemmeno la moglie Penelope e tantomeno il figlio Telemaco.

Ulisse entra nel palazzo, Penelope gli fa delle domande sulla guerra di Troia e poi, dice ad Euriclea, la nutrice fedele di Ulisse: prenditi cura di lui e poi congedalo.

L’anziana balia lo riconosce mentre si prende cura di lui e gli lava i piedi. Lo riconosce per una cicatrice che Ulisse aveva sulla gamba e che si era procurato da giovane in una battuta di caccia.

Dalla cicatrice riconosce il suo re.

Scrivo questa nota durante un tranquillo pomeriggio di una domenica di luglio. Nel Vangelo di questa domenica abbiamo ascoltato la celebre parabola del buon Samaritano. Proprio pensando al malcapitato lasciato mezzo morto sulla strada ho pensato alla cicatrice di Ulisse. Come la cicatrice è il segno di riconoscimento del re così i segni delle percosse sulla strada da Gerusalemme a Gerico, sono il riflesso del divino. O meglio attraverso la cura verso il malcapitato il Samaritano coglie la presenza di Dio.

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I sette nani

Prova a dire i nomi dei sette nani. Un comico simpatico racconta che con frequenza chiede al pubblico di elencare i nomi dei sette nani e quasi sempre la gente arriva fino a sei e normalmente dimentica sempre quello: Gongolo.

La favola di Biancaneve dei fratelli Grimm è forse la più famosa e simpatica di tutte le favole. Mi soffermo sui nomi dei sette nani che l’autore ha dato loro perché sono veramente curiosi, soprattutto per l’etimologia inglese.

Tutti i nomi, tranne uno, descrivono un difetto.

Il significato del nome Mammolo (Bashful) richiama un bambino che non riesce a fare a meno della mamma, un mammone che non riesce a fare nulla senza il consenso della mamma. Mammolo è il nano più timido che arrossisce e si imbarazza subito.

Brontolo (Grumpy) è il nano scorbutico a cui non va mai bene nulla e protesta sempre lamentandosi di tutto e di tutti, risponde male e non sorride mai.

Eolo (Sneezy) richiama il vento ed il suo significato è “starnuto”, quando starnutisce per la sua allergia spazza via tutto.

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Homeless Jesus

Mi trovavo a Fatima qualche settimana fa.

Prima di addormentarmi pensai: se questa notte mi sveglio mi alzerò e andrò nella cappella delle apparizioni e pregherò il rosario.

Ogni promessa è un debito. Soprattutto con il Signore.

Alle 2 di notte, mentre, con gli occhi stretti, camminavo verso la cappella mi cade l’occhio su una panchina sulla quale è steso un uomo, avvolto in una coperta che dorme. Chissà che freddo starà patendo, penso. Poi arrivo davanti alla Madonna e prego il rosario. Ad ogni ave Maria penso al volto di qualcuno e prego per chi ha più bisogno di pace e di serenità.

Verso le due arrivano alcuni guardiani notturni. Rientro in albergo e in lontananza getto l’occhio alla panchina. È ancora là e non si è mosso per niente.

Ritorno a dormire e un quarto d’ora prima delle 8 ritorno alla cappella per la Messa. Rivedo la panchina e finalmente capisco il motivo per cui l’uomo che dormiva non si è spostato di una virgola. Mi avvicino e noto con sorpresa che è una statua in bronzo. Guardo bene e scopro che l’uomo, completamente avvolto in una coperta è irriconoscibile. Ma mi sbaglio. C’è un particolare che lo rende esplicitamente riconoscibile. Osservo i piedi e vedo le stigmate. Mi si apre un mondo: quell’uomo, nel recinto sacro della spianata del Santuario è Gesù. Il messaggio è inequivocabile: il Signore si identifica con i poveri.

D’altronde Gesù l’aveva detto: i poveri li avrete sempre con voi. Ma aveva anche detto: io sarò con voi tutti i giorni, per sempre, fino alla consumazione dei tempi. Queste due prospettive convergono verso la stessa realtà:

 

Gesù è con noi per sempre negli ultimi, nei poveri. La statua è stata descritta come una “traduzione visiva” del passaggio del Vangelo di Matteo in cui Gesù dice ai suoi discepoli: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

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Non essere imbecille

In un libro bellissimo, intitolato “Etica per un figlio”, un papà scrive una lunga lettera a suo figlio che sta per diventare maggiorenne. Gli rivolge questo augurio: Lo sai qual è l’unico dovere che abbiamo nella vita? Quello di non essere imbecilli. Ma non ti credere, la parola «imbecille» è più sostanziosa di quello che sembra. Viene dal latino baculus, che significa «bastone», e l’imbecille è chi ha bisogno di un appoggio, del bastone per camminare. (…)

Poi l’autore prosegue con un lungo elenco di situazioni in cui le persone possono rivelarsi imbecilli, bisognose di un bastone.

Imbecille è colui che crede di non volere nulla, dice che tutto gli è indifferente, e non fa altro che sbadigliare o dormicchiare anche se tiene gli occhi aperti e non russa. Colui che crede di volere tutto, la prima cosa che gli capita davanti e il suo contrario: andare via e restare, ballare e rimanere seduto, tutto in una volta. Colui che imita i desideri di chi gli sta vicino oppure sostiene il contrario «perché sì», e tutto quello che fa è dettato dall’opinione della maggioranza tra quelli che lo circondano: è conformista senza averci riflettuto o ribelle senza motivo.

Colui che vuole con forza, è aggressivo, non si ferma davanti a niente, ma sbaglia nel giudicare la realtà, si lascia depistare completamente e finisce per scambiare per benessere ciò che lo distrugge.

Ciascuno di questi esempi di imbecillità ha bisogno di un bastone, ossia di appoggiarsi a qualcosa d’altro, qualcosa di esterno che non ha nulla a che vedere con la libertà.

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L’uomo che passeggiava nella Bibbia

Lo scorso anno, nel mese di aprile, è morto don Giacomo Facchinetti. Era un sacerdote molto conosciuto a Bergamo perché ha insegnato per ben 47 anni nel seminario della diocesi ed ha visitato molte parrocchie, tra cui la nostra, per conferenze o corsi biblici.

Quando ero studente in teologia lo ricordo come un insegnante eccellente, con una cultura ampia e profonda e una conoscenza biblica ineccepibile. Quando entrava in classe, seduto in cattedra iniziava sempre con il racconto di una barzelletta, magari anche bella saporita, e poi iniziava la lezione. Ci sorprendeva il fatto che tra le mani aveva solo il libro della Bibbia, senza nessuna dispensa, senza commentari. Sapeva tutto a memoria e ascoltarlo era sempre un piacere.

David Maria Turoldo lo amava descrivere come l’uomo che “passeggiava nella Bibbia”. Famosa era la sua battuta: Il primo principio ermeneutico per una buona lettura della Sacra Scrittura è girare le pagine. Intendeva ironicamente dire che la Bibbia prima di tutto bisogna prenderla in mano e girare le pagine per leggerla. Poi qualcosa succede sempre perché tra quelle pagine c’è la Parola del Signore. E Lui parla. D’altronde se non la si legge mai è impossibile ascoltare la Voce divina.

Don Giacomo è stato un grande uomo, semplice e umile. Quando capitava che qualcuno si complimentasse per la sua bravura soleva dire: sono più le cose che non capisco di quelle che capisco: alcuni di voi mi ritengono più intelligente di quanto io non sia. Quando gli si facevano domande difficili sommessamente rispondeva: non so, non capisco, faccio fatica…

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Il buio non esiste se lo sai colorare

Esordisce così Alex Cadili, il testimone che abbiamo incontrato con gli adolescenti al campo estivo di Sestri. Nella settimana abbiamo approfondito alcune parole del Giubileo: speranza, memoria, riposo, perdono, rito e festa. Abbiamo condiviso alcune attività per aiutarci ad avvicinare le parole del Giubileo alla nostra vita.

Tra le proposte appunto, l’ascolto di un testimone speciale. Alex è un cantautore di Genova che fin da piccolo ha dovuto fare i conti con una malattia rara che ha reso molto fragili le sue ossa. A dodici anni gli prospettano un futuro nel quale non potrà camminare. Inoltre perde completamente la vista. Eppure, grazie alla solidità della sua fede, non si scoraggia e decide di far fruttare il suo talento: la passione per la musica, cominciando a scrivere canzoni per reagire con la poesia e la musica alle avversità della vita.

Ci dice: Le fragilità non sono una sfortuna ma una sponda, una nuova opportunità.

Il punto di riferimento per Alex è la testimonianza luminosa di Chiara Badano (1971-1990), una giovane donna attivamente impegnata in Liguria, nel movimento dei focolarini. A 17 anni fu anche lei colpita da un terribile tumore osseo che nel giro di pochi anni le causò la morte. Durante il suo calvario non perse mai la fiducia nella presenza del Signore e la serenità d’animo. Appena poteva incontrava gente e diffondeva la luce della sua fede a tutti. Prima di morire donò tutti i suoi averi ad un amico in partenza per una missione in Africa.

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Educare alle grandi virtù

Una delle persone più belle del diciannovesimo secolo è Natalia Ginzburg, (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 8 ottobre 1991), scrittrice, drammaturga, politica attivista, una figura di primo piano nella letteratura italiana del Novecento.

Natalia Ginzburg, così la descrive la giornalista Laura Balbo, è una donna affettuosa con le persone che le sono attorno, molto consapevole dei problemi umani e politici del mondo di cui siamo parte; schiva e discreta, silenziosa nelle maggior parte delle occasioni, sempre attenta: la sua presenza non si deforma, non si appanna. Direi proprio un gran bel profilo.

Nel 1962 pubblica una raccolta di racconti intitolata “Le piccole virtù”.

In quella raccolta troviamo queste parole: Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e all’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.

È interessante questo pensiero soprattutto in chiave educativa. Sarebbe come dire: occorre saper giocare all’attacco piuttosto che in difesa.

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Toc Toc

 

Coniugare il tempo estivo del CRE con il tema del Giubileo, all’apparenza, è un’impresa titanica. Alla fine, invece, devo confessare che non è proprio stato così. Il titolo “Toc Toc” si riferisce al desiderio di aprire la porta e nel contesto dell’Anno Santo all’esperienza di varcare la Porta Santa e vivere l’esperienza dell’incontro col Signore.

Nelle cinque settimane, durante il momento conclusivo della giornata, la preghiera, abbiamo snocciolato le parole chiave del Giubileo.

Il “Riposo” inteso non come la necessità di fare la pennichella quando si è stanchi, ma come la capacità di fermarsi a contemplare le meraviglie che il Signore opera nella nostra vita.

La “Memoria” come dimensione della custodia di ciò che viviamo per imparare a ricordarci della fedeltà del Signore.

La “Misericordia” che ci fa sperimentare il perdono di Dio e ci matura nella consapevolezza che è veramente forte che a sua volta sa perdonare.

Il “Rito” per disseminare nella nostra giornata parole e gesti che ci rendano veramente capaci di fare e dire come Gesù ha fatto e detto.

E infine la “Festa” come elemento tipico del Giubileo per ribadire che siamo un popolo pasquale, disposto a vivere con gioia anche quando la vita è faticosa, una gioia condivisa con i fratelli e le sorelle che vivono con noi.

Le giornate del CRE sono state arricchite da un programma molto bel pensato e proposto dai coordinatori e sostenuto dalla presenza generosa ed entusiasta degli adolescenti animatori.

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Sulla vecchiaia

Ho visto con interesse e piacere l’intervista a Francesco Guccini in occasione dei suoi 85 anni. Più o meno condivisibili i suoi commenti su temi generali che hanno accompagnato la sua carriera di cantautore. Verso la fine dell’intervista fa una battuta sulla vecchiaia dicendo che se potesse prenderebbe a schiaffi Seneca quando, nelle “Lettere a Lucilio”, tesse l’elogio della vecchiaia affermando che essa è una stagione piena di vantaggi.

Nelle Lettere Seneca invita a considerare l’età avanzata non come un periodo di declino, ma come una fase della vita ricca di opportunità e di saggezza.

Seneca utilizza spesso metafore tratte dalla vita agricola per dire che come i frutti di fine stagione sono i più buoni e che come il vino migliora con il tempo, così la vita offre il meglio di sé alla fine, grazie all’esperienza accumulata negli anni. Seneca esorta anche a guardare con fiducia alla morte, sempre più vicina, perché tutti comunque saremo chiamati a lasciare la scena di questo mondo. Forse questo è uno dei pensieri più profondi di Seneca, che è vissuto quattro secoli prima di Cristo: la presenza costante della morte nella nostra vita, una preziosa compagna di viaggio che ci aiuta a vivere con sempre maggio consapevolezza e gratitudine.

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Il lavoro del prete al servizio della comunione

Poveri voi, mi dice un vecchio amico che in chiesa non vi mette piede da più di cinquant’anni. Perché me lo dici? Perché voi preti siete sempre di meno e dovete lavorare di più. Beh, gli dico, se fanno tutti come te non ci sono problemi.

Sto proprio leggendo in questi giorni l’ultimo libro di Luca Diotallevi, il noto sociologo cattolico, sempre molto attento alla vicenda dei cristiani nel mondo di oggi. Il libro si intitola “La Messa è sbiadita” e a partire dalle recenti statistiche riflette sul significato attuale della partecipazione dei fedeli al momento principale della fede: l’Eucarestia.

Nella lettura trovo questo passaggio e mi viene in mente il mio vecchio amico mangiapreti: “Il carico di lavoro del prete è calato, i sacerdoti ordinati sono il 62% di quelli ordinati negli anni ‘90 ma non c’è paragone con i laici che si recano in chiesa scesi al 23,7%. Dunque, magari bisogna riorganizzare le strutture e ottimizzare le parrocchie in base al numero di abitanti ma i preti ancora ci sono, di meno ma ci sono. Ciò invece cui andiamo incontro è una forte riduzione della platea dei praticanti, soprattutto perché una parte significativa di quelli attuali è costituita da persone anziane”.

La lettura di questo capitoletto al primo momento mi ha rassicurato: siccome ci sono meno fedeli posso lavorare di meno, ho perfino pensato.

Poi invece mi sono preoccupato: perché i fedeli sono diminuiti del 23,7 per cento? Che responsabilità abbiamo come preti? E soprattutto cosa e come potremmo fare diversamente?

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Via Ozanam

Per 14 anni ho abitato la casa parrocchiale della parrocchia di San Giuseppe a Dalmine che si trova in Via Ozanam. Ogni volta che mi chiedono l’indirizzo devo fare lo spelling perché Ozanam non è un nome conosciuto. Anche recentemente mi è capitato di spiegare chi fosse questo benedetto Ozanam. Di fatto coloro che hanno scelto questo nome per la via della Casa Parrocchiale (tra l’altro è l’unica abitazione della via) hanno fatto una scelta profetica.

Chi è Federico Ozanam?

È un Beato che ha vissuto solamente 40 anni dal 1813 al 1853 e che manifesta una modernità singolare. È stato un uomo di grande cultura e di grande umanità; si prodigò per diffondere la verità della fede e lo fece soprattutto con la testimonianza della carità verso i poveri. Fu consapevole che il primo luogo della testimonianza era la propria famiglia, la moglie e la figlia.

In sintesi ci sono quattro aspetti interessanti di Ozanam.

La sua fede di rafforzò vedendo pregare Ampére, il padre dell’elettromagnetismo. Così lui stesso racconta: “Un giorno, triste e sopraffatto dai miei problemi, sono entrato nella Chiesa di Santo Stefano per cercare un po’ di conforto. La chiesa, quasi vuota, era in silenzio. Davanti all’altare c’era un uomo umilmente inginocchiato, immerso nella preghiera del Rosario. Avvicinandomi mi sono reso conto che si trattava di Ampére. Dopo aver contemplato un attimo quella scena mi sono ritirato, profondamente commosso e più vicino a Dio”.

Ozanam è il fondatore della Società di San Vincenzo. Un giorno sentì questa frase che lo colpì così tanto che avviò la conferenza di San Vincenzo per stare sempre più vicino ai poveri bisognosi di pane ma soprattutto di umanità: “Una volta il cristianesimo faceva meraviglie, ma oggi è morto. Ti vanti di essere cattolico, cosa stai facendo? Dove sono le opere che dimostrano la tua fede e chi può farci rispettare e ammetterlo?”.

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L’amore di Cristo ci sospinge

Ogni mese circa, come sacerdoti della fraternità (gruppo di parrocchie vicine) viviamo una mattinata di ritiro, un sacerdote propone una meditazione seguita dall’adorazione eucaristica.

Nelle scorse settimane la meditazione si è sviluppata su due versetti della seconda lettera di Paolo ai Corinti.

“Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”.

C’è una sproporzione evidente tra il tesoro e la creta che lo custodisce. Come sacerdoti, ci diceva il predicatore, siamo fragili, siamo attualmente messi alla prova, eppure siamo chiamati a riconoscere la nostra vocazione: annunciare il tesoro del Vangelo, amministrare il tesoro dei Sacramenti e consegnare il tesoro della carità.

Sfidando la tentazione di credere che il tesoro siano le nostre capacità, dobbiamo ammettere che il Signore sa trarre la vita anche dalle nostre fragilità e perfino dal nostro peccato.

L’esercizio dell’esame della coscienza deve aiutarmi a distinguere la fragilità insita nella croce dalla fragilità che dipende invece dalle nostre inadempienze o dal nostro carattere infelice.

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La regola d’oro

La regola d’oro è come una mirabile sintesi di tutto il Vangelo. L’ha pronunciata Gesù nel discorso della montagna nel capitolo 7 del Vangelo di Matteo. Suona così: Tutte le cose che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatele a loro.

In realtà questa regola d’oro non l’ha “inventata” Gesù.

Sarebbero parole di una grande rabbino ebreo di nome Hillel. Uno scettico si rivolse a lui per sfidarlo perché spiegasse tutto il senso della legge ebraica nel breve tempo in cui si può restare dritti su un piede solo e il rabbino rispose: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Questa è tutta la Torah; il resto è commento. Va’ e studia».

La regola d’oro ci invita a trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi. Se mi fa piacere essere trattato con rispetto, gentilezza e amore io per primo devo trattare così gli altri. È una regola fondamentale che in ogni ambito della vita determina un comportamento in sintonia con il Vangelo. La regola d’oro dice, con parole diverse, ciò che afferma il comandamento principale della Vangelo: ama il prossimo tuo come te stesso.

La forza di questa regola è la sua sintesi e la difficoltà più grande è metterla in pratica. Suggerisco tre passi per tentare la sua messa in pratica.

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Il cammino attraverso la foresta

Il cammino attraverso la foresta è lungo solo se non si ama la persona che si va a trovare.

Mi pesa andare a messa, mi pesa pregare e fare esercizi di meditazione spirituale, e dunque non vado a messa, non prego, non medito. Di fronte a queste affermazioni, comprensibili ma non condivisibili, mi è venuto in mente il proverbio africano citato all’inizio. Una volta in parrocchia si era proposta l’adorazione notturna e un giovanotto mi diceva: io non vado, non riesco proprio ad alzarmi di notte. Amen gli dico io, pazienza, cosa vuoi che ti dica? Alcune settimane dopo lo vedo vicino all’antenna e mi dice? Hai visto il Gran Premio? Hai visto chi ha vinto? Premetto che non seguo né le macchine né le moto. Lui commenta la gara e vedendo che non ero molto interessato stava per andar via. Lo richiamo perché mi era venuta in mente una cosa e gli dico: ma tu l’hai vista la gara? Certo assolutamente sì. Ah ok ciao ciao. Mentre andavo a casa mi è saltato in mente il proverbio africano. Sì perché la gara del GP era alle tre di notte.

Certi cammini quando si ama la meta sono leggerissimi. Gli stessi cammini, quando non si ama la meta diventano lunghi e faticosissimi.

La questione dunque è di imparare a misurare la fatica non a partire dal cammino ma a partire dalla meta.

Quando un figlio è ammalato i genitori lo vegliano tutta la notte e magari il giorno successivo vanno a lavorare e non diranno mai che questa è una fatica.

Insomma quando si ama si sopporta e quando non si ama si abbandona.

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Benedetto rimprovera due monaci

 Nel chiostro centrale del monastero di Monte Oliveto c’è un bellissimo ciclo che racconta le storie di san Benedetto. Il monastero si trova vicino a Siena ed è incastonato in un paesaggio incantevole nelle Crete senesi. Un monaco di Bergamo, Dom Andrea, ci guida nella visita del monastero soffermandosi sugli affreschi più importanti della vita del Fondatore.

Gli affreschi sono stati realizzati da Luca Signorelli e da Sodoma a alla fine del 1400 e all’inizio del 1500. Tra le scene più belle di Luca Signorelli, il grande pittore di Cortona famoso soprattutto per aver realizzato la Cappella di san Brizio nel Duomo di Orvieto, c’è sicuramente quella che racconta “Come  san Benedetto dice alli monaci dove e quando avevano mangiato fuori dal monastero”.

Nella scena si vedono due monaci intenti a un pranzo in una locanda e, sullo sfondo, Benedetto, circondato dai monaci li sgrida per aver violato la Regola, che appunto impedisce ai monaci di uscire dal convento per i pasti.

Questo affresco è importantissimo oltre che per ciò che racconta, per il fatto che è citato da tutti i libri di storia dell’arte per l’evoluzione della prospettiva geometrica del XV secolo.

È un episodio di trasgressione dei due monaci.

Nell’interno della locanda si vedono due graziose domestiche indaffarate a servire i due monaci.

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Il castigamatti

Un po’ mi sono sentito così in questi mesi. Mi riferisco al ruolo ingrato che ho cercato di svolgere in oratorio in relazione ad alcuni ragazzi maleducati dai quali ho cercato di proteggere l’ambiente e soprattutto i più piccoli. Ricostruisco la vicenda.

Da un po’ di anni un gruppo di ragazzi manifesta ripetutamente mancanza di rispetto nei confronti dell’oratorio. Tengo a precisare che non è una questione di intolleranza nei confronti di persone non italiane, ma di intolleranza verso chi è maleducato: uso improprio delle cose e insolenza verso le persone. Ad un certo punto, giunto al colmo della sopportazione, decido di impedire loro l’accesso all’oratorio.

Incomincia un periodo teso, un serrato braccio di ferro tra me e loro.

L’unico atteggiamento è stato quello del castigamatti che letteralmente è un bastone con cui un tempo si metteva ordine nei manicomi, uno strumento che serviva a condurre alla ragione chi mostra di non avere senno per capire il valore delle cose.

Insomma il castigamatti, in senso figurato, è una persona che assume un aspetto minaccioso che con mezzi e con maniere dure presume di condurre all’obbedienza e al rispetto.

Ma così non è. Allora ho cambiato sistema dando loro una nuova possibilità. Ho cercato di dialogare. Non ho sciolto tutte le riserve e soprattutto non dimentico che loro sono furbi e possono prendermi in giro. Pazienza.

Due questioni si ripresentano come un ritornello: ma l’oratorio è sempre per forza aperto a tutti? e cosa abbiamo fatto per aiutarli?

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Felix culpa

Per divertirmi mi soffermo spesso, appunto come un gioco, sull’etimologia delle parole. Ma poi mi accorgo presto che tanto gioco non è. La parola individuata questa volta è “felice”.

Il dizionario apre un ventaglio di significati che convergono nella radice “feo” = che possiede quello che veramente appaga i desideri, che ha vantaggi, che produce, che è fecondo…

Una terra felice è una regione ricca dei doni della terra. Una risposta felice è tale quando genera nuove prospettiva, nuovi punti di vista. Un carattere felice è quello di chi, anche in condizioni difficili, rimane fecondo. Una relazione felice è quella che genera benessere e speranza.

Mi colpisce la correlazione tra felicità e fecondità. «Chi è felice?» – domanda una monaca ad un gruppo di giovani universitari. E spiega: «Sapete bene, per esperienza, che felice non è chi raggiunge un risultato. Non è facile capire cosa voglia dire essere felici. Felice è chi è fecondo, chi genera vita intorno a sé, fisicamente o spiritualmente».

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Le corna di Mosè

Tra gli affreschi della chiesa, che finalmente si vedono bene, si riconosce molto bene il ritratto di Mosè, posto esattamente al di sopra dell’ambone. Lo si riconosce per il Decalogo che sorregge mentre lo presenta al popolo, ma anche per le corna che ha sul capo. Ma perché Mosè ha le corna?  Non si tratta di un motivo biblico né di un significato teologico. Si tratta invece di un errore di traduzione. Al capitolo 34 del libro dell’esodo si racconta che Mosè rimane con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua e il Signore scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole. Quando Mosè scese dal monte Sinai non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui.

La rappresentazione delle corna di Mosè nasce da un errore commesso da San Girolamo quando nel quinto secolo stava traducendo la Bibbia dall’ebraico al latino. Girolamo ha confuso la parola “keren” (= corno) con il termine “karem” (= raggio di luce). Così anziché scrivere che il volto di Mosè, sceso dal monte, divenne luminoso, pieno di raggi di luce, tradusse che il volto di Mosè divenne cornuto.

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Il nostro giubileo

La chiesa nel mondo sta vivendo il Giubileo. È vero, un po’ “rovinato” dall’epilogo di Papa Francesco, ma pur sempre un evento di gratitudine nel segno della speranza e della riconciliazione.

Anche nella nostra Parrocchia celebreremo un Giubileo particolare: la riapertura della nostra chiesa al termine del lungo intervento di restauro.

Vivere il Giubileo significa far incontrare in un punto solo tre dimensioni fondamentali della nostra vita: il passato il presente ed il futuro. Si entra nella Porta Santa, di Roma o di qualsiasi chiesa giubilare per ringraziare il Signore per i doni ricevuti nel passato, per manifestare disponibilità nel tempo a venire e per esprimere il nostro si, qui e adesso.

Abbiamo chiuso la chiesa i 7 gennaio scorso e il 3 maggio la riapriamo. Varcheremo di nuovo la soglia della nostra chiesa e sarà il nostro giubileo.

Ringraziamo il Signore per il passato della nostra parrocchia, dalla fondazione del 1931 ad oggi, per tutti i cristiani che hanno creduto nella chiesa e l’anno amata come comunità, per tutti i benefici che ha concesso, per le vicende dolorose sopportate e per il coraggio di ricominciare, per tutti i sacramenti celebrati, per il Vangelo proclamato e per la grande mole di carità organizzata. Chiesa di mattoni e di persone.

Preghiamo il Signore per il futuro. Cosa sarà della chiesa e della parrocchia non ci è dato di sapere, e non possiamo nemmeno immaginare se i numeri cresceranno o diminuiranno. Una cosa però è certa: il Signore non ci abbandonerà mai e sarà sempre al nostro fianco.

Infine celebriamo il presente cioè diciamo si all’oggi di Dio e nostro. Oggi si compie la salvezza, con le opportunità che ci sono date, con i limiti e gli slanci che caratterizzano il nostro “adesso”.

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Franciscus

Metto a fuoco alcune espressioni che vorrei mi rimanessero nella memoria pensando a Papa Francesco.

Uomo teopatico. Questo è un vocabolo che non si trova nei dizionari ma che pare sia molto pertinente alla persona di Francesco, uno appunto che Dio non l’ha studiato, ma l’ha patito, si è lasciato attraversare dal mistero divino. Come “empatia” significa capacità di mettersi nei patti dell’altro così “Teo – patia” potrebbe significare mettersi nei panni di Dio. Forse è proprio questa la dimensione più importante della sua testimonianza. È molto facile parlare di Dio ma è più importante parlare con Dio.

La gioia del Vangelo. È il titolo del suo documento programmatico “Evangelii gaudium” l’esortazione apostolica che nel 2013 ha offerto alla Chiesa. Nel testo emergono con chiarezza i quattro principi orientativi per dare forma ad un popolo, come diceva. Primo: il tempo è superiore allo spazio, secondo: l’unità prevale sul conflitto, terzo: la realtà è più importante dell’idea e quarto: il tutto è superiore alla parte.

Il Vangelo è una fonte inesauribile di gioia, ma deve uscire dalle sagrestie ed incendiare il cuore degli uomini e delle donne del mondo, deve guarire da tutte le sovrastrutture che lo fanno apparire ammuffito.

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