Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

Il lampionaio

Tra le tante lezioni della straordinaria storia del Piccolo Principe ce n’è una che magari non è tra le principali ma è importantissima. Ed è quella dell’incontro con il “lampionaio” che mette in evidenza il rapporto con il dovere, con le regole, in un mondo in continua evoluzione.

Arrivato in un pianeta inesplorato il Piccolo Principe incontra un uomo che accende e spegne l’unico lampione del suo pianeta. Alla domanda sul perché lo facesse il lampionaio risponde: questi sono gli ordini. Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire…. Ma il pianeta di anno in anno ha girato sempre più in fretta e la consegna non è stata cambiata!.

Il lampionaio è un uomo fedele al suo dovere, ma è amareggiato e triste perché deve continuare ad obbedire alla consegna ricevuta mentre il pianeta gira sempre più in fretta.

Questo personaggio mi ha subito fatto pensare a come spesso siamo incapaci di modificare i nostri schemi e continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto eseguendo gli ordini in modo del tutto passivo.

Nonostante il Piccolo Principe cerchi di aiutarlo una soluzione creativa, il lampionaio non accetta nessun suggerimento: “Buon giorno”. E spense il suo lampione”.

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Il restauro della Chiesa Parrocchiale

È iniziato l’allestimento del cantiere per il restauro della Chiesa la cui durata è prevista per circa sette mesi. Per far fronte a questa spesa la Parrocchia ha potuto ottenere un finanziamento di 250.000 Euro dal BIM con l’impegno di restituirlo in sette anni, ha aperto un mutuo presso la Banca (oltre a quello già in essere per i lavori svolti all’Oratorio per l’Arca) ed ha iniziato a raccogliere donazioni liberali dai fedeli.

L’intervento non è stata una decisione facoltativa, ma è stato imposto dalla situazione di pesante criticità del tetto della Chiesa che presenta un grave pericolo per l’uso della Chiesa stessa. Non c’è stato perciò molto spazio per tanti ragionamenti. Il Consiglio per gli Affari Economici della Parrocchia si è confrontato più volte, nei mesi scorsi, sulla necessità di intervenire e benché siamo consapevoli che il tempo che stiamo vivendo non è economicamente molto favorevole per tante famiglie, siamo fiduciosi della sostenibilità del progetto.

La consacrazione della Chiesa parrocchiale il 19 marzo 1931

L’elemento che più ci incoraggia è la compartecipazione che i fedeli vorranno manifestare per contribuire con le proprie offerte. Mai come in queste occasioni è vero il modo di dire: “sono le singole gocce che formano il mare”. La nostra Chiesa è stata voluta e costruita dalla “Dalmine” nel 1930. Oggi non è più possibile ottenere un unico finanziamento per coprire l’intera spesa. Anziché il molto di pochi oggi è possibile solo il poco di molti.

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in Luoghi di culto, Storie di fede e Riflessioni

Quando sarai grande capirai!

Che fastidio prova un ragazzo quando si sente dire dai genitori: quando sarai grande capirai! Gli esperti sconsigliano ai genitori di pronunciarla questa espressione perché i ragazzi non la sopportano perché è un po’ come se il genitore si mettesse sul piedistallo della sua esperienza e giudicasse incapace chi è più piccolo di capire. Così come quando i genitori dicono: quando avrai figli ne riparleremo! Sono espressioni che fanno arrabbiare i ragazzi e pongono le condizioni di una chiusura del dialogo. Ai ragazzi non interessa di quando saranno grandi perché ciò che conta per loro è quello che accade adesso, nel presente.

Al di là della reazione dei ragazzi c’è una verità profonda in questa espressione: con la maturazione e con l’accumulo delle esperienze ogni persona diventa più consapevole e cambia il punto di vista sulle cose. Sembra una verità ovvia, ma tenerla presente ci rende più pazienti e anche più capaci di sintonizzarci con chi è più piccolo e non può essere considerato un “adulto in miniatura” ed ha bisogno appunto di diventare grande perché ancora non lo è.

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in Storie di fede e Riflessioni

La Cresima: l’essenziale è invisibile agli occhi

Uno degli episodi biblici che mi piacciono di più è senz’altro la scelta e la consacrazione del re Davide.

Il racconto è molto avvincente: il profeta Samuele viene mandato a Betlemme a cercare un nuovo re per Israele e precisamente viene inviato da Iesse che aveva molti figli. Samuele passa in rassegna tutti i figli e quando vede il più piccolo, Davide appunto, lo sceglie e il Signore dice al profeta: è lui, ungilo, non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.

Davide viene unto, cioè consacrato e in forza di quell’unzione diventa uno strumento nelle mani di Dio e compirà cose prodigiose per il suo popolo tanto da essere ricordato come una delle figure più importanti dell’Antico Testamento. Dalla sua stirpe nascerà Gesù a Betlemme. Tuttavia Davide non era perfetto: non ha conosciuto solo le vette della santità, ma anche gli abissi del peccato.

Mi piace scegliere Davide come modello per cresimandi e suggerire loro alcuni auguri in occasione di questa tappa fondamentale del loro cammino umano e cristiano.

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La Prima Comunione: un incontro ravvicinato del terzo tipo. Anzi del quarto tipo!

Non mi sono mai avvicinato con passione ai film di fantascienza. Ma cre-do il titolo del film di Spielberg sia quanto mai bello. Proprio questo titolo mi suggerisce il modo per fare gli auguri ai bambini che vivono la festa della Prima Comunione con le loro famiglie e l’intera comunità.
Capisco che l’analogia è assolutamente impropria: nel film si parla di av-vistamenti degli Ufo, nella Comunione si parla di una Persona viva, in Corpo e Sangue, si parla di Gesù, nostro Signore. Con le dovute propor-zioni scopriamo che gli incontri con gli Ufo possono essere di tre tipi, anzi quattro.
Gli incontri di 1° tipo corrispondono alla visione di un Ufo posato a terra a distanza di alcune centinaia di metri.
Gli incontri di 2° tipo sono quelli nei quali l’Ufo, oltre essersi posato a terra lascia tracce della sua presenza (segni sul terreno, bruciature…).
Gli incontri di 3° tipo (quelli a cui si riferisce il famoso film del 1978) so-no quelli nei quali con l’Ufo deve essere avvistata anche una entità anima-ta.
Recentemente è stato coniato anche l’incontro del 4° tipo: si tratta del ra-pimento di un terrestre a bordo di un Ufo. Continua la lettura →



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Fiuta e ri-fiuta!

Una delle espressioni più belle che il Papa ha utilizzato rivolgendosi agli adolescenti in Piazza san Pietro il giorno di Pasquetta è sicuramente quella che anche i giornali hanno maggiormente evidenziato. Il papa ha commentato il testo del Vangelo di Giovanni ed ha affermato: “Voi non avete l’esperienza dei grandi ma avete qualcosa che i grandi alle volte hanno perduto, voi avete il fiuto della verità. Vi auguro di avere il fiuto di Giovanni e il coraggio di Pietro”.

Avere il fiuto significa avere una buona capacità di intuizione e di giudizio. Gli adolescenti, ha ragione il Papa, sono proprio così: sanno cogliere al volo se intorno c’è il profumo della verità o la puzza della menzogna, sanno comprendere se le persone sono vere o false, colgono quello che c’è nell’aria senza tanti ragionamenti, riconoscono a pelle ciò che li circonda.

Poi che gli adolescenti assecondino la verità è un altro discorso. Ma questo è accaduto anche agli apostoli del Vangelo tanto che se Pietro ha avuto fiuto per Gesù e l’ha seguito, c’è stato anche il momento in cui il fiuto si è trasformato in rifiuto: quando cioè ha affermato per tre volte di non conoscere quel Gesù che lo aveva chiamato.

Le parole del Papa francamente mi hanno colpito ma non tanto pensando agli adolescenti, ma a me stesso.

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Rimasi subito colpito

Nel cammino della nostra vita cristiana molto lo dobbiamo alla nostra coscienza, alle ispirazioni che abbiamo la grazia di ricevere. Altrettanto lo dobbiamo all’educazione ricevuta. Ma tantissimo lo dobbiamo agli incontri che viviamo e alle testimonianze che riceviamo. Il più delle volte queste testimonianze sono casuali, almeno apparentemente.

Sto leggendo in questi giorni la biografia di Thomas Merton. Fu un grande scrittore e monaco dell’ordine dei trappisti dedito ai grandi temi della pace, dei diritti civili, del dialogo interreligioso, della giustizia. Visse un’adolescenza confusa e superficiale, da giovane ha avuto una vita dissoluta segnata sempre dal profondo desiderio di cercare e di far tesoro delle proprie esperienze, dei propri sbagli, delle cadute e delle conquiste. Morì nel 1968 a soli 53 anni durante un viaggio in India, folgorato a causa di un ventilatore difettato. Quando compì 23 anni vive la sua conversione e chiede di essere battezzato. Ma come è avvenuta la sua conversione?

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Gesù è morto o vivo?

Circa duemila anni fa, una notizia clamorosa ha improvvisamente sconvolto gli abitanti di Gerusalemme e tutti i pellegrini raccolti nella città santa per la Pasqua ebraica: un uomo condannato e morto in croce dopo tre giorni è risorto.

La notizia è stata subito circondata da due reazioni opposte: i suoi discepoli dichiararono che giunti al sepolcro lo trovarono vuoto e nelle cronache che ci hanno lasciato, i Vangeli, raccontano di aver compreso che cosa intendesse Gesù quando prima di morire accennava alla Risurrezione. I capi del popolo invece affermarono che si trattava di una menzogna inventata dai discepoli stessi di quell’uomo.

Da allora la notizia della Risurrezione ha sempre diviso l’umanità. Per gli uni Gesù continua ad essere vivo, a parlare, a mostrare segni prodigiosi, a infondere coraggio e speranza a quanti confidano in Lui. Per gli altri Gesù è morto e basta, è un ricordo da archiviare come ogni personaggio storico e non ha nulla a che fare con la vita degli uomini di oggi.

A sostenere la fede dei cristiani non può essere la visione, ma la fiducia in una promessa: “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”. Dal momento poi che la sorte della Pasqua il Signore Gesù l’ha condivisa con tutti coloro che credono in Lui, i cristiani sono persuasi che anche i propri cari non sono morti e basta, ma continuano ad essere vivi e in possibile relazione con chi li ricorda.

Vivere con il pensiero di risorgere non è la stessa cosa che vivere con il pensiero di morire e basta.

La Festa di Pasqua è il momento in cui i discepoli di Gesù fremono per il pensiero di risorgere. Lo fanno radunandosi insieme, ascoltando Gesù che parla, cantando con gioia, e dicendo: Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta. Tutto questo non si può né fare né dire se si pensa che Gesù sia morto e basta.

Non solo la Domenica di Pasqua, ma in ogni Domenica.

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Tu sei ancora qui tra noi

Caro Gesù dopo molti secoli siamo qui di nuovo a ripercorrere i momenti della tua passione.

Tu sei ancora qui tra noi, libero ed ostinato, a lavarci i piedi e a consegnarti nelle mani di chi ti flagella, ti strattona sul monte della croce, ti inchioda e ti uccide, credendo di far piacere all’immagine presunta del loro Dio, o semplicemente ti ignora. Tu sei ancora qui ad emettere il tuo ultimo respiro in nome di un amore folle e senza confini.

Anche tua madre è ancora qui fra noi, silenziosamente piangente, nascosta nei gemiti di ogni madre sostenuta dalla speranza.

I tuoi amici sono ancora tra noi e percorrono ogni angolo del mondo per raccogliere il tuo respiro e lasciar trasparire un po’ della tua luce. I tuoi amici, dispersi e poi ritrovati, cercano ogni giorno di vincere la paura con l’amore. A volte riescono, sostenendosi a vicenda come fratelli, a volte ricadono nelle insidiose trappole del conformismo e tornano a disperdersi.

Ma anche i tuoi nemici sono ancora tra noi, sono i persecutori degli innocenti, i crudeli e i prepotenti che non hanno pietà di nessuno, i giudici implacabili che lanciano sentenze dappertutto, i farisei che pensano di essere superiori a chiunque. Anche Pilato si aggira tra noi, continua ad interrogarti ma non mette mai in gioco se stesso e alla fine ti lascia perdere declinando ogni responsabilità, lavandosene le mani.

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C’è un altro mondo, ma è in questo!

Tra pochi giorni la liturgia della Settimana Santa ci interrogherà sull’Evento centrale della nostra fede cristiana: la risurrezione.

Condivido tre testi che possono aiutarci ad entrare in punta di piedi e con stupore nel mistero della Pasqua.

Il primo è di un grande padre della Chiesa, Isacco il Siro Il solo vero peccato è essere insensibili alla risurrezione e solo colui che conosce il mistero della croce e della tomba, conosce il senso autentico delle cose ed è iniziato all’indicibile potenza della resurrezione; conosce lo scopo secondo il quale Dio in principio ha stabilito tutte le cose”.

Il secondo testo è uno stralcio di un libro di Paolo Rumiz. Nel suo libro “Gerusalemme perduta” il giornalista viaggiatore racconta questa efficace testimonianza vissuta proprio vicino al Santo Sepolcro di Cristo.

“Ciondolano davanti alla tomba di Cristo con la minerale in una mano e il cellulare nell’altra. Rasati a zero, spalle fuori e bermuda al limite della decenza. Un branco di ebeti, ecco l’Occidente, i difensori della cristianità, in coda davanti alla cripta ubi corpus Eius positum fuit (la cripta dove il Suo corpo fu posto). L’occhio del monaco che li smista è colmo di disgusto, se potesse li caccerebbe a bastonate, ma loro non se ne accorgono. Guardano nel nulla. Uno si infila un dito nel naso. Un altro quasi grida: “Oh, that’s beautiful”, è meraviglioso!

“Ma la tomba è vuota!” sussurra un inglese a un amico, poco dopo essere uscito a testa bassa dal buio quadrilatero. Non capisce che il senso del sepolcro è proprio in quello spazio vuoto, sta tutto in quel corpo che non c’è.

“La vita è nella tomba” sussurra ghignando il vescovo greco Theofilos per spiegare a me, misero cristiano d’Occidente, che il mistero è tutto in quelle reliquie”.

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Il Vangelo secondo Rembrandt

La quarta domenica di quaresima ci presenta la parabola notissima del ritorno del figliol prodigo nella casa del Padre. È il capitolo 15 di Luca, considerato il Vangelo nel Vangelo. Non è possibile, scriveva sant’Agostino, ascoltare questo racconto senza avvertire nel cuore un movimento di emozione. Questa parabola, considerata universalmente uno dei vertici di tutta la letteratura, è stata rappresentata da molti artisti. Forse l’opera più suggestiva l’ha dipinta  il pittore olandese Rembrandt (1606- 1663)

All’indomani della morte di Rembrandt, avvenuta in condizioni di estrema povertà, viene trovato nella sua casa questo dipinto che ora si trova a San Pietroburgo.

Tra i tanti elementi affascinanti di questo dipinto ne metto in evidenza due che mi sembrano i più importanti rispetto al brano di Vangelo.

Il primo è la testa rasata del figlio che ritorna a casa. È dipinto come uno schiavo, prigioniero della vita vuota che ha vissuto lontano dal padre. Schiavo di una vita rovinata dal male, sciupata dal vizio. Ma quella testa rasata è anche il segno della penitenza, del desiderio di purificarsi e di ricominciare. Il cammino di questo figlio è stato molto faticoso: ha conosciuto l’abisso del peccato, lo struggimento del pentimento e la gioia della riconciliazione. Finalmente è ritornato tra le braccia del padre.

C’è un secondo particolare che colpisce: in molti si sono chiesti come mai in questa storia familiare c’è un’assenza così evidente, quella della madre.

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Auguri papà!

Ma tu vuoi più bene alla mamma o al papà? Ancora recentemente mi è capitato di sentir porre ad un bambino questa domanda sciocca. Ma quel bambino fortunatamente ha soffocato in un candido sorriso la risposta e tacendo ha mostrato grande sapienza. Papà e mamma non possono che avere pari importanza per la crescita e la serenità dei figli.

La festa del papà mette in evidenza l’inesprimibile gioia di generare la vita e il dono inestimabile della famiglia.

Una volta chiesero ad un bambino: qual è la cosa più bella della tua mamma? Sapete cosa ha risposto? La cosa più bella della mia mamma è il papà! Ecco allora alcuni auguri ai papà.

Il primo augurio al papà è che sia sempre felice di donarsi ai propri figli. Scrive Papa Francesco nella lettera su san Giuseppe: La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma nel dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. La paternità è una vocazione e come ogni vocazione nasce dal dono di sé. Continua i Papa: Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione. Auguri papà: sii felice di donarti alla tua famiglia!

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Giornalino: LA NOSTRA CASA DI RIPOSO SAN GIUSEPPE: ASCOLTO, FIDUCIA, PASSIONE E CURA

PREMESSA.
Pensando alla festa di S. Giuseppe non possiamo fare a meno di collegarci alla figura del padre di Gesù, che ha passato la sua intera vita a prendersi cura della famiglia, accudire il figlio ed educarlo con i suoi insegnamenti. Giuseppe viene presentato come una figura avanti con gli anni, spesso sorretto da un bastone, un lavoratore giusto, rispettoso delle leggi e che è stato costretto a spostarsi dalla sua casa natale a Betlemme a causa del censimento. Giuseppe è una figura silenziosa e umile, è custode della Vita, sa ascoltare e aiutare le persone a lui vicino.
Ed è per questo motivo che è stata scelta la figura di San Giuseppe come patrono della casa di riposo di Dalmine, un punto di incontro tra anziani dove si presta un aiuto concreto a chi ha bisogno e dove i protagonisti non sono solo gli anziani, ma anche le loro famiglie. La casa di riposo è un luogo dove le parole d’ordine sono “servizio” e “accoglienza” come missione, dove tristezza e solitudine vengono combattute con momenti di svago e comunione. Purtroppo, il periodo di covid ha reso più complesso il contatto umano con questa realtà, rendendoci a volte impotenti, ma speranzosi e comunque guidati dalla voglia di stare insieme.

Clicca sul’ immagine per vedere e scaricare il giornalino.



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Perché amo san Giuseppe

Devo ammettere che quando arriva la festa patronale di san Giuseppe mi sento invadere il cuore di un’intima gioia. Amo Giuseppe e lo sento vicino come amico, padre, modello, intercessore.

Parte della mia contentezza dipende dal fatto che a Dalmine sono molteplici le realtà a lui intitolate e il suo patronato si estende non solo sulla Parrocchia ma anche sull’intera città, sui bambini e i giovani dell’Oratorio e sui nonni della Casa Accoglienza Anziani, sulle donne e gli uomini che lavorano e su tutte le famiglie che guardano con fiducia alla Sacra Famiglia.

Amo Giuseppe prima di tutto perché ha le mani incallite, perché è un uomo concreto, con i piedi per terra, è un uomo che possiede la sapienza del fare, è operativo e pragmatico.

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Il genio

Quando per qualunque motivo ti avvicini ad Albert Einstein hai la sensazione che provi quando apri un ventaglio: ti trovi di fronte a molteplici aspetti della sua persona. È il più famoso dei fisici, è un raffinato filosofo, è un pensatore politico, umanista, pacifista, è un religioso ebreo che ammirava molto la figura di Gesù… è considerato un genio a tutto tondo.

La scia luminosa della sua genialità raggiunge anche noi oggi e le sue perle sono punti di riferimento per ogni uomo e donna che si sentono alla ricerca.

Raccolgo alcune sue affermazioni perché credo possano essere un prezioso contributo per la nostra riflessione.

“C’è una forza motrice più forte del vapore, dell’elettricità e dell’energia atomica: la volontà…”.

In un’intervista dichiarò che il segreto dell’immortalità delle sue scoperte rivoluzionarie è la volontà. La determinazione e la perseveranza sono le condizioni grazie alle quali riusciamo a raggiungere gli obiettivi che ci poniamo.

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido…”.

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Ossignore arriva ancora la Quaresima!

Digiuno, Via Crucis, penitenza, elemosina. Ossignore arriva ancora la Quaresima! E chi ha voglia di entrare in questo tempo con tutto quello che mi vien chiesto di fare? E poi: che tempo triste! Possibile che la chiesa non mi riesca a fare una proposta più allegra che non la Quaresima? Come faranno i giovani e i ragazzi di oggi a prendere un po’ di passione per le cose del Signore se gli proponiamo di fare penitenza?

Io quando inizia la Quaresima ho nel cuore due sentimenti che fanno a botte. Da un lato sento impetuoso il desiderio di essere purificato da tutte le scorie che incrostano la mia mente, da tutti i surrogati con cui nutro la mia coscienza, da quelle pieghe che mi rendono malvagio e dall’altro sento la pesantezza del mettermi in cammino, la pigrizia, la non voglia nell’intraprendere un tempo “forte” come quello della Quaresima.

E poi siamo onesti: la domanda “che proposito fai in Quaresima?” è un po’ infantile perché dopo tanti anni ormai so che i propositi sembrano fatti apposta per essere disattesi. Poi proposti per cosa? Non mangio il cioccolato. Faccio un po’ di elemosina. Non guardo la televisione … ma cosa centra il Signore con tutti i miei propositi?

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Il piccolo Leone

Nel mese di febbraio i catechisti delle parrocchie di Dalmine stanno partecipando ad un percorso formativo accompagnati dall’Ufficio Diocesano della catechesi. Il tema è una scommessa: coinvolgere i genitori nel cammino della catechesi dei ragazzi. Ormai abbiamo tutti compreso che la trasmissione della fede non funziona più quando essa viene esclusivamente delegata ai catechisti, ma che è indispensabile che i ragazzi respirino la fede in famiglia. Ma averlo compreso non significa aver risolto la questione. Ci stiamo interrogando su quali possono essere le opportunità reali affinché i genitori siano davvero coinvolti non marginalmente, ma, come dev’essere, da protagonisti.

Paola Mastrocola ha scritto un piccolo romanzo intitolato “Leone”. Ci sono libri al termine dei quali ti dispiace di essere arrivato in fondo. “Leone” è uno di questi.  Leone è un bambino come tanti, ha 6 anni, è figlio di genitori separati, deve imparare a gestire le sue emozioni e le sue paure. A scuola è nella media. Tutto sommato è sereno. Molto lo deve alla nonna. Soprattutto da lei eredita l’inestimabile esperienza della vita spirituale e del senso della preghiera. È lei la nonna che trasmette a Leone la fede che si rivela come una forza capace di reggere gli urti della vita e di vivere con fiducia e serenità. Condivido un passaggio del romanzo.

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