Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Ultimi articoli pubblicati

Anche noi missionari

Celebrare la Giornata Missionaria Mondiale significa riaffermare come la preghiera, la riflessione e l’aiuto materiale delle vostre offerte sono opportunità per partecipare attivamente alla missione di Gesù nella sua Chiesa. La carità espressa nelle Collette delle celebrazioni liturgiche ha lo scopo di sostenere il lavoro missionario svolto a mio nome dalle Pontificie Opere Missionarie, per andare incontro ai bisogni spirituali e materiali dei popoli e delle Chiese in tutto il mondo per la salvezza di tutti.

In questa affermazione di papa Francesco troviamo i diversi significati della Giornata Missionaria che si celebra in tutte le parrocchie del mondo.

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Oh Santa Vergine prega per me

L’origine del Rosario è medievale: indica le rose che i fedeli deponevano come una corona da deporre sul capo della Madonna. Nel tempo le rose sono state sostituite dai grani che compongono la corona del Rosario.

Il Rosario è una preghiera semplice, che appartiene alla fede del popolo, una preghiera contemplativa che ci fa ripercorrere i misteri della vita di Cristo in compagnia di Maria madre sua e nostra.

La nostra parrocchia la celebra insieme a san Giuseppe come patrona. Maria e Giuseppe ci proteggono e ci custodiscono, sono come i due polmoni che danno aria alla nostra comunità.

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Che bella squadra

Anche chi non segue con passione il calcio converrà che la nostra Atalanta sta compiendo meraviglie. Al mister Gasperini vengono ovviamente attribuiti, se non tutti, molti meriti.

A parte il piacere di veder giocare la squadra ciò che fa impressione è la facilità con cui tanti giocatori arrivano a fare gol.

Da cosa dipendono queste straordinarie stagioni bergamasche?

A mio avviso sono principalmente due i punti fermi del mister.

Il primo è la sua intolleranza al protagonismo dei solisti. Infatti non si sente mai che un giocatore dell’Atalanta sia egoista o voglia fare tutto lui o giochi per la sua gloria personale.

Potremmo dire che il dettame del mister sia: prima di tutto la squadra. Quando arriva a Bergamo un giocatore che pensa di venire prima della squadra e di giocare per se stesso, i casi son due: o si sottopone al dettame del mister o a Bergamo non ci rimane, il mister “non lo vede”.

Certo che c’è il fuoriclasse il quale possiede i colpi per risolvere la partita, ma anche lui viene dopo la squadra.

Il secondo merito del mister è di possedere un sistema di gioco e perciò chiede ai giocatori fedeltà agli schemi. Non si improvvisa il calcio di Gasperini, lo si impara. Cambia l’avversario, ma lui non cambia gli schemi. È proprio questa fedeltà ad esaltare i singoli giocatori che entrano con le loro abilità tecniche in una struttura di gioco studiata e provata mille volte in allenamento.

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E la nostra predica?

In queste settimane, nel desiderio di impostare la catechesi per il prossimo anno, stiamo proponendo ai genitori di provare ad assumere un atteggiamento di maggior responsabilità nell’educazione della fede dei propri figli. Si parla di soggettività della famiglia per affermare l’idea che la famiglia non è da considerarsi destinataria, complemento oggetto dell’azione pastorale della parrocchia, ma “soggetto” protagonista della pastorale catechistica. In altre parole i genitori sono i primi catechisti dei propri figli.

Un’obiezione che spesso emerge dai genitori è “ma io non sono adeguato, non mi sento pronto, non conosco le cose del catechismo, ecc..”.

In realtà non possiamo ridurre la testimonianza cristiana alla ripetizione di alcuni concetti come se la fede una volta detta sia anche automaticamente testimoniata.

È la vita con i suoi comportamenti ad essere testimonianza di ciò in cui crediamo.

Ci può essere d’aiuto un aneddoto di san Francesco, che questa Domenica, 4 Ottobre veneriamo patrono d’Italia.

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Chi ci sarà mai dentro?

Viene spesso spontaneo identificare la parrocchia con il parroco. Se per certi aspetti è inevitabile, per altri è dannosamente riduttivo. È inevitabile perché il parroco è il responsabile ultimo della parrocchia per il suo ministero di presidenza ed è disponibile 24 ore su 24 per la sua comunità, che è la sua casa, la sua famiglia, la sua sposa, la sua vita. È tuttavia riduttiva questa identificazione perché non fa percepire l’importanza che ogni battezzato ha per la parrocchia.

Da cosa dipende la vivacità di una parrocchia? Dall’abilità del parroco o dall’amore dei parrocchiani per la propria parrocchia?

Da che cosa dipende l’inerzia di una parrocchia? Dalla negligenza del parroco o dal disamore dei parrocchiani per la propria parrocchia?

Ovviamente da entrambi le cose.

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Cercherò di portare più acqua

C’è una bellissima storia, la leggenda del colibrì, che ci mostra l’importanza di collaborare. Molte volte c’è bisogno di cambiare prospettiva e questo spesso fa la differenza.

In una grande e antica foresta vivevano molte specie di animali. Con l’arrivo dell’estate sopraggiunse un periodo di forte siccità che inizio a provocare diversi incendi. Mentre il fuoco si propagava, gli animali terrorizzati cercavano di mettersi in salvo. Un colibrì pero attirò l’attenzione perché volava nella direzione opposta agli altri, fino a raggiungere un piccolo lago dove riempiva il becco con alcune gocce d`acqua che poi lasciava cadere sulle fiamme. Il minuscolo e grazioso uccello ripeteva instancabilmente il suo viaggio e, sebbene lo sforzo fosse impari rispetto alla vastità dell’incendio, non si perdeva d’animo.

Gli altri animali, leoni, giraffe, gazzelle, elefanti, erano sbalorditi da tanta tenacia, quando l’unica soluzione sembrava essere quella di andarsene a vivere altrove. Dopo un po’, qualcuno comincio a chiedere al colibrì: Che stai facendo? Perché non cerchi di salvarti la vita?

Guardando i compagni che abbandonavano i loro abitacoli, il piccolo uccello disse: La mia vita è in questa foresta, nel mio nido e in ciò che ho costruito. Non voglio che tutto vada distrutto. Sto facendo il possibile per salvare ciò che è importante per me.

I fuggitivi gli fecero notare che, versando poche gocce d’acqua, da solo non avrebbe mai potuto estinguere il fuoco; al che il colibrì ribatté candidamente: Forse avete ragione, cercherò di portare più acqua.

La determinazione del piccolo uccello nel salvare il proprio nido colpi gli altri animali, i quali si resero conto che se avessero collaborato, forse avrebbero salvato anche l’intera foresta. Presero

allora a dirigersi tutti verso il lago iniziando, ciascuno come meglio poteva, ad attingere acqua e a gettarla sulle fiamme. Dopo molto tempo e un duro lavoro, il fuoco fu estinto.

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Una chiesa che vibra

Mi è stato regalato un bellissimo libretto intitolato “La chiesa della tenerezza” scritto da don Luigi Verdi della Fraternità di Romena. Nell’introduzione c’è la riproduzione di un dipinto di Van Gogh, “La chiesa di Auvers”. Don Luigi dice: la chiesa che vorrei assomiglia a quella di Auvers: una chiesa che danza, che vibra, precaria, come se un grido, dal profondo della terra, la scuotesse continuamente. Come una barca in viaggio tra le onde.

Nei giorni scorsi il Vescovo Francesco ha convocato i sacerdoti della Diocesi per l’assemblea di inizio anno pastorale. Ai numerosi preti accorsi il Vescovo ha presentato la lettera pastorale. Il titolo della lettera “Servire la vita dove la vita accade” è quanto mai pertinente data l’attuale situazione del mondo e della chiesa.

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Qualche battuta al pianoforte

In questo anno anomalo le celebrazioni dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana dei nostri figli sono state posticipate e le vivremo nel mese di Settembre. Sono forse le feste più belle della parrocchia perché coinvolgono l’intera comunità e perché avvicinano tantissimo la liturgia alla vita.

La preparazione delle feste dei Sacramenti può essere una buona occasione per riflettere sul modo con cui i cristiani di oggi vivono la fede e la frequentazione della liturgia.

Tra le diverse tipologie di cristiani potremmo individuare i credenti praticanti, i credenti non praticanti e possono esserci anche i praticanti non credenti.

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Tre preti

Con tanta gioia la nostra Diocesi di Bergamo accoglie il dono di tre nuove ordinazioni sacerdotali. Ma anche con un po’ di tristezza, perché tre sono davvero pochi, considerando le necessità delle parrocchie.

Tuttavia tre preti sono un grande dono, sono una piccola fiamma tremolante che può illuminare la notte del calo numerico delle vocazioni.

Un bellissimo racconto immaginario dice che durante l’Ascensione, Gesù gettò un’occhiata verso la terra che stava piombando nell’oscurità. Soltanto alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L’Arcangelo Gabriele, che era venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: «Signore, che cosa sono quelle piccole luci?».

«Sono i miei discepoli in preghiera, radunati intorno a mia madre. E il mio piano, appena rientrato in cielo, è di inviare loro il mio Spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un incendio sempre vivo che infiammi d’amore, poco a poco, tutti i popoli della terra!».

L’Arcangelo Gabriele osò replicare: «E che farai, Signore, se questo piano non riesce?». Dopo un istante di silenzio, il Signore gli rispose dolcemente: «Ma io non ho un altro piano…».

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Riflessioni di metà agosto

In Maria vediamo la nostra meta

La festa dell’Assunzione di Maria è la celebrazione di un grande mistero di speranza e di gioia perché in Maria vediamo la meta verso cui camminiamo. È una festa che parla del nostro futuro e che ci conferma che anche noi saremo accanto a Gesù nella gioia di Dio. Contemplare Maria Assunta è un solenne invito a vivere con coraggio e con fiducia nella potenza della Risurrezione di Cristo che opera in noi ciò che ha operato in Maria. Dalla contemplazione di Maria nasce l’impegno per cercare di vivere, già da oggi, da risorti, portando la luce del bene nell’oscurità del male che c’è nel mondo.

 

Grazie al cielo

L’Assunta ci conduce a guardare al cielo. Quando diciamo cielo intendiamo “il luogo” che è la sede di Dio e dei santi. Gesù ha molto parlato del cielo: il regno dei cieli è simile… Padre nostro che sei nei cieli… Quando pregava alzava gli occhi al cielo. Il cielo è entrato anche nel nostro modo di parlare per esprimere Dio stesso. Come stai? Bene grazie al cielo, cioè grazie a Dio. Spesso quando vogliamo esclamare la nostra gioia guardiamo l’azzurro di lassù e diciamo: grazie al cielo!

Scriveva Manzoni: Quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello!

Che bello pensare che se il cielo è irraggiungibile di fatto è molto vicino a me perché il cielo è l’aria che respiriamo. Come cantava Renato Zero: Quante volte ho guardato il cielo … ma che uomo sei se non hai il cielo?!

 

Ferragosto

Nell’antica Roma la “Feria Augusti” è la pausa di Agosto. Era un giorno di assoluto riposo decretato dall’imperatore Augusto, che addirittura per celebrare il suo nome chiamò così il mese dell’estate. Un mese ricco di feste soprattutto legate al raccolto. Un mese di sagre popolari e di grandi celebrazioni. Augusto decise di istituire a metà agosto una giornata di assoluto riposo per poi ripartire con energie nuove per la vendemmia d’autunno.

Nella cultura contemporanea le cose sono un po’ cambiate. Proprio perché abbiamo più possibilità il tema del riposo è diventato più un problema che una risorsa tanto che rischiamo sempre di tornare più stanchi di prima alle nostre occupazioni.

Venite in disparte e riposatevi un po’, diceva Gesù ai suoi discepoli stremati dalle fatiche pastorali. Perché il riposo non scada nella noia del dolce far niente è necessario che l’interruzione del lavoro sia una pausa, più o meno lunga, nella quale si riesca a nutrire l’anima e il corpo di bellezza e di cielo.

Don Roberto

 



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Trovare Dio in ogni cosa

Il Covid ha portato a galla, tra le tante altre cose, la natura fragile della fede degli uomini e il “senso di Dio” che sempre più pare svanirsi.

Nei dibattiti degli addetti ai lavori ma anche nelle conversazioni abituali della gente sembra ormai assodato che siamo di fronte al fallimento della catechesi tradizionale e che la trasmissione della fede alle nuove generazioni sia definitivamente in stallo. Come fare dunque?

La questione che sorge è di sapere se si possa proporre un’altra via, specialmente ai ragazzi e ai giovani, per aiutarli a percepire la presenza dell`Altissimo, sia nella loro vita, sia nel mondo nel quale sono necessariamente inseriti. Come aiutare i nostri figli ad avere il senso di Dio?

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Mi fa male il mondo

È soprattutto in macchina che mi piace ascoltare un po’ di musica e generalmente prediligo i cantautori italiani. “Mi fa male il mondo” è il titolo di una canzone di Giorgio Gaber, tratta dall’album del 1995 “E pensare che c’era il pensiero”.

Con la sua immensa produzione teatrale e musicale Gaber è stato uno degli interpreti più lucidi del secondo dopoguerra.

Musicista geniale grazie alla sua acuta ironia, persona gentile, profonda e poeta romantico ed efficace.  Molte sue canzoni sono orecchiabili e molto conosciute, altre, non di minore importanza, sono meno note ma rimangono icone interessanti soprattutto per la capacità di Gaber di analizzare la società e i comportamenti contraddittori degli uomini. Cantautore che sa alternare il tono della denuncia con quello della comicità.

“Mi fa male il mondo” appartiene all’esperienza denominata “canzone teatro” nella quale Gaber si prodiga in bellissimi monologhi intervallati dalle sue memorabili canzoni.

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Faccio finta

Dalla fine del mese di Febbraio le acquasantiere della chiesa sono vuote. Da allora chi entra in chiesa non può più compiere quel meraviglioso gesto di intingere la mano nell’acqua santa e fare la memoria del proprio Battesimo, segnando in nostro corpo, cioè la nostra vita con il segno della croce.

Tutto è diventato intenzionale e la soppressione dei gesti, se ci ha obbligato a riscoprire l’essenziale, ci ha anche costretti a fare a meno dei segni che per noi cristiani costituiscono la manifestazione della fede.

Certo che andiamo in paradiso ugualmente anche senza segnarci con l’acqua benedetta, ci mancherebbe altro, ma senza la cura e la proprietà dei gesti sacri, il nostro atteggiamento in chiesa rischia di diventare sciatto, meno consapevole.

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Dico ancora le preghiere

Un adolescente, protagonista di un bel racconto di Erri De Luca intitolato “Montedidio” fa una riflessione sulla fede. Tenendo conto che il poeta scrittore De Luca non si professa cristiano pur essendo un profondo conoscitore della sacra Scrittura, queste parole suonano per noi come una sfida, una provocazione attuale per la vita spirituale nostra e dei nostri figli.

Montedidio” è un racconto surreale ambientato a Napoli. Il protagonista è un tredicenne che impara la vita, il lavoro e l’amore. Nel negozio del calzolaio, dove ogni giorno si applica per imparare un mestiere, incontra un misterioso anziano ebreo che lo accompagna nell’apertura alla vita. Dice quel ragazzino: “Dico ancora le preghiere. Dentro il ripostiglio dove dormo non c’è finestra e mentre mi dico l’Angelo Custode mi pare di stare sui lavatoi con tanto di cielo aperto al posto del soffitto. Non credo che questa è una fede, lo faccio per abitudine, per non togliere le ultime parole della sera. Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso. Come il bumerang, penso: a forza di esercizio si prepara il lancio, ma la fede può uscire da un allenamento? Ripeto le sue parole per iscritto, più avanti forse le capirò”.

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Alla prossima

È la forma di saluto forse più bella. Si sottintende: alla prossima volta: è un bel modo di dire ci rivedremo. Si dice quando ho vissuto un bel momento di festa e di ritrovo con gli amici o i familiari: alla prossima… avremo ancora momenti belli! Si dice quando un’occasione è andata persa: alla prossima ci riproveremo, avremo un’altra chance. Si dice quando non posso presenziare ad un evento, acconsentire ad un invito: questa volta non riesco proprio, ma alla prossima farò il possibile.

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Il “Cristo di San Juan de la Cruz” di Salvador Dalì: un’opera per entrare nel mondo di Dio

Pur essendo probabilmente il più spettacolare dipinto a carattere religioso di Dalì, l’idea di dipingere il Crocifisso “dal punto di vista di Dio” proviene da un piccolo disegno di uno dei più grandi mistici del cristianesimo, san Giovanni della Croce, autore dell’opera: “la salita del Monte Carmelo”.

La grandezza mistica e artistica del disegno di San Giovanni della Croce ha colpito Salvador Dalí, che nel 1951 ha dipinto il quadro, noto a livello mondiale, che Dalì ha voluto proprio intitolare: Cristo di San Giovanni della Croce.

Il disegno di Dalì è ovviamente più famoso di quello di san Giovanni della Croce, ma la genialità del mistico spagnolo del 1500 nasce dalla meditazione e dalla preghiera.

Nel suo libro mette in bocca a Dio la risposta a coloro che cercano sempre segni e rivelazioni mistiche: Dio Padre dice: “Ho già detto tutto nella mia Parola, Gesù. Cosa ti posso rispondere o rivelare ora che sia più di questo? Poni gli occhi solo in Lui, perché in Lui ti ho detto e rivelato tutto, e troverai in Lui ancor più di quello che chiedi e desideri… Se volessi che ti dicessi qualche parola di consolazione, guarda mio Figlio, soggetto a me, assoggettato al mio amore e afflitto, e vedrai quante te ne dirà” (Salita al Monte Carmelo 22, 5-6).

Dalì non era un uomo religioso, ma “Il Cristo crocifisso” suscita in chi osserva questo dipinto una profonda emozione.

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Il cimitero delle utopie

Il termine “utopia” mi ha sempre molto intrigato. È un termine che viene plasmato in lingua greca e più o meno significa: “luogo che non esiste”. È un termine che lungo la storia si sviluppa in particolare nella riflessione politica e sociale. In particolare c’è un autore, san Tommaso Moro, che nel 1516 pubblica il romanzo intitolato “Utopia”. Il romanzo fantastico si ambienta su un’isola, chiamata appunto Utopia, che fu conquistata da Utopo che le diede il nome. L’isola comprende 54 città collocate tutte alla stessa distanza tra loro e sono uguali tra loro per lingua, usanze, istituzioni e leggi. Tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi privilegi. Non esiste proprietà privata e tutto viene messo in comune. Sull’isola non esistono le due opposte minacce che solitamente inquinano la vita degli uomini: il lusso e la miseria.

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La preghiera della serenità

In questi giorni mi hanno lautamente nutrito l’anima due espressioni nelle quali mi sono felicemente imbattuto.

La prima è: “Nella pienezza dell’io Dio attende, nel vuoto dell’io Dio agisce”. Federico De Rosa, giovane scrittore disturbato dall’autismo, ragazzo profondo e di squisita fede, ci comunica questa frase in un videochiamata con i giovani dell’Oratorio. Avevamo avuto, anni fa, la gioia di incontrarlo qui a Dalmine con il suo fantastico papà Oreste. Questa frase l’ha suggerita al suo parroco a Roma ed è stata scelta come cammino della Quaresima appena passata.

Togliere le frasi dal loro contesto può essere deleterio per la frase stessa, ascoltare una testimonianza ed estrapolare alcune parole non ha lo stesso effetto che produce nel contesto di un incontro.

Ma questa frase, anche da sola, la ritengo davvero straripante di saggezza e di fede.

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La solennità del Corpus Domini “Non ci posso credere”

Ma dai, sinceramente, come fai a pensare che in un po’ di pane e in un sorso di vino sia presente il Signore? Non ci posso credere!

Eppure ha fatto tutto il percorso del catechismo e il gruppo con gli adolescenti. Per alcuni anni aveva anche accompagnato i bambini del catechismo e si impegnava davvero all’oratorio appena c’era bisogno di una mano.

Quella sera al telefono, durante la pandemia, appena prima di Pasqua, Marta, figlia di un mio carissimo amico d’infanzia, mi dice con aria di sufficienza e con il tono di chi finalmente si è liberato di una pesante zavorra: non ci posso credere! Alcuni mesi prima durante una cena Marta, 22 anni, aveva fatto scivolare il discorso sull’Eucarestia, come risposta alle rassegnate parole dei suoi genitori. Io credo in Dio, diceva, e mi impegno anche molto per aiutare chi ha bisogno. Ma non chiedermi di andare a Messa, non riesco ad incontrare il Signore in un rito freddo, sempre uguale e rigido. E poi non so cogliere la gioia di un’assemblea riunita passivamente, che non canta, non sorride, non si saluta.

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