Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

Faccio finta

Dalla fine del mese di Febbraio le acquasantiere della chiesa sono vuote. Da allora chi entra in chiesa non può più compiere quel meraviglioso gesto di intingere la mano nell’acqua santa e fare la memoria del proprio Battesimo, segnando in nostro corpo, cioè la nostra vita con il segno della croce.

Tutto è diventato intenzionale e la soppressione dei gesti, se ci ha obbligato a riscoprire l’essenziale, ci ha anche costretti a fare a meno dei segni che per noi cristiani costituiscono la manifestazione della fede.

Certo che andiamo in paradiso ugualmente anche senza segnarci con l’acqua benedetta, ci mancherebbe altro, ma senza la cura e la proprietà dei gesti sacri, il nostro atteggiamento in chiesa rischia di diventare sciatto, meno consapevole.

Uno di questi giorni di queste mi ha colpito un episodio. Mentre mi trovavo in fondo alla chiesa, a fianco dell’acquasantiera (vuota!) una persona entra dalla porta centrale della chiesa e si avvicina all’acquasantiera (vuota!) vi tende la mano e incrociando il mio sguardo sorpreso sussurra: “Faccio finta”. Poi con molta compunzione genuflette e si posiziona nel banco, come ogni giorno, per pregare.

Lì per lì non ho dato molta importanza a quel fatterello, ma lungo la giornata quel “faccio finta” ha fatto scaturire in me mille domande.

La finta è una simulazione per sostituire la realtà con qualcosa che assomiglia alla realtà ma è vuota di contenuto. Oppure la finta è un movimento che serve per disorientare l’avversario, soprattutto nello sport. Ho anche scoperto che la finta è un termine usato nel contesto della sartoria: è una striscia di stoffa che simula una tasca o che maschera gli occhielli di un abito.

Fare finta è fare come se fosse vero, in realtà è una simulazione.

I bambini quando giocano spesso si immaginano diversi da quello che sono e fanno finta di essere super eroi o campioni. È una simulazione, un gioco appunto, un modo per sviluppare la fantasia.

Anche nelle relazioni tra le persone può succedere di frequente di fare finta, si maschera con atteggiamenti formali i propri sentimenti.

Addirittura si può far finta di essere amico o addirittura di amare.

In particolare nella liturgia ci sono tanti gesti che noi rischiamo di fare per finta. Facciamo la genuflessione, ma spesso facciamo solo finta di farla. Diamo il segno della pace, ma a volte è solo una finta. Anche il sacerdote durante l’offertorio fa finta di lavarsi le mani, ma non le lava davvero. Spesso facciamo finta di cantare ma non cantiamo o di rispondere alle acclamazioni ma facciamo finta.

Il contrario della finta è un gesto autentico. Un ambito nel quale il dibattito finta-autentico è quello dell’arte, che per altro è molto simile alla liturgia dei cristiani. Un quadro ha sempre bisogno di un certificato per attestarne l’autenticità. Non sempre è facile distinguere un opera autentica dalle sue contraffazioni.

Anche nella liturgia il valore di un gesto sta nella sua autenticità. Si può anche fare finta ma non si raggiunge la verità dei gesti e delle parole.

Sappiamo come Gesù se l’è presa con foga nei confronti dei farisei, che presumevano  di avere una vita religiosa superiore agli altri ma venivano immancabilmente smascherati da Colui che vede le intenzioni del cuore.

I farisei facevano finta con un preciso obiettivo: essere ammirati dalla gente, perché la gente vede solo l’apparenza e non può vedere le intenzioni del cuore. Stavano ritti quando pregavano, compivano gesti clamorosi quando facevano l’elemosina, si coprivano di cenere per mostrare con risalto la loro penitenza, ecc… e Gesù li ha battezzati con appellativi inequivocabili: ipocriti, falsi, sepolcri imbiancati…

Con il Signore insomma non si può fare finta. Il nostro sforzo di essere moralmente autentici ci conduca davvero ad essere innamorati dall’essenzialità perché i nostri gesti siano genuini e veri.

Don Roberto



in Storie di fede e Riflessioni