Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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Uno con i piedi per terra

In questi giorni mi capita spesso di chiudere gli occhi e di rivedere col cuore la Terra Santa. Penso al Natale di Gesù. Stranamente la prima immagine non è la Grotta di Betlemme e la stella d’argento con l’iscrizione “Qui dalla Vergine Maria è nato Gesù Cristo”. Non è nemmeno la magnifica facciata della Basilica crociata di Betlemme, né il panorama delle grotte dei pastori.

Penso al Natale e mi viene in mente un luogo che è poco natalizio. A Gerusalemme, in cima al monte degli Ulivi, c’è la cappella dell’Ascensione. Dentro la piccola chiesa c’è un piccolo recinto nel quale è custodita una pietra, isolata dal pavimento. Si tratta della reliquia nella quale la tradizione riconosce l’impronta del piede sinistro di Gesù: è il punto della terra dal quale il Signore è salito al cielo. L’orma di Gesù mi ha fatto pensare  che Lui è stato … uno con i piedi per terra.

Si, in Gesù Cristo, Dio è uno con i piedi per terra.

Dire a qualcuno che ha i piedi per terra significa fargli un bel complimento perché vuol dire che è uno che ha una profonda aderenza alla realtà, che non vive sulle nuvole, che è concreto.

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Il fiume di Dio

Il fiume di Dio è gonfio di acque, dice il salmo 64, coroni l’anno con i tuoi benefici,  al tuo passaggio stilla l’abbondanza. Stillano i pascoli del deserto  le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, di frumento si ammantano le valli;  tutto canta e grida di gioia.

Potendo, in queste settimane, riprendere in mano vecchi libri, ho riletto un libretto intitolato “Siddartha” pubblicato nel 1922 dal grande scrittore tedesco  Hermann Hesse.

È la storia di un ragazzo indiano che cerca il senso della vita. Inizia il percorso della sua ricerca e fa tanti incontri, tante esperienze, belle e brutte, di gioia e di dolore, di successo e di peccato. Alla fine è disperato perché teme di non aver trovato il senso della sua vita. La messa in discussione e l’analisi della propria vita, portano come conseguenza in Siddartha, la voglia di lasciare tutto di farla finita.  Ma fortunatamente  ha un incontro che gli cambia la vita. Un incontro speciale, grazie al quale capisce tutto, impara molte cose, e la sua vita si riempie finalmente di ogni significato.

È un incontro che gli apre una prospettiva radicalmente nuova.

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Quali domande?

Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, al numero 155, Papa Francesco afferma: “ricordiamo che non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone”.

Questa Esortazione è del 2013 ed è la magna charta del suo pontificato: vi troviamo infatti le linee guida del suo pensiero e del suo programma pastorale.

Parlando della predicazione il Papa si rivolge soprattutto ai preti invitandoli a non “rispondere a domande che nessuno si pone”. Non solo l’invito è esplicito per coloro che hanno il compito della predicazione, ma alla chiesa stessa e alla sua struttura evangelizzatrice.

Cosa vuol dire il Papa?

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Ciao don Antonio

 

Mi rivolgo a te anche se non sei più qui, ma ho la certezza che tu sei più vivo di noi perché ora partecipi in pienezza alla Vita del Risorto.

La prima volta che ti ho visto ero studente di teologia, credo nel 1983 e tu fosti invitato a parlare dei preti del Paradiso per testimoniare con la tua esperienza la passione missionaria del tuo ministero.

Già mi aveva colpito la tua severità e la tua dolcezza insieme.

Ti ho ritrovato a Dalmine come parroco emerito e residente tra noi.

I nostri incontri sono stati frequenti ed intensi. La gestione della Casa Accoglienza Anziani, l’ampliamento di alcuni anni fa, i nuovi progetti.

Ogni volta confesso di essermi ritrovato ad ammirare soprattutto la tua pertinenza nelle analisi, la tua libertà nelle critiche e la tua fermezza nelle cose essenziali.

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Credo in Gesù e desidero incontrarlo

Nel mese di novembre stiamo svolgendo con le famiglie il tema catechistico “Credo on Gesù Cristo”. Gli obiettivi catechistici sono fondamentalmente due: conoscere Gesù come colui che risponde con obbedienza e fedeltà al progetto del Padre e scoprire come l’incontro personale con Gesù nella mia vita mi fa essere più uomo.

In queste lunghe giornate, nelle quali la mia agenda si è nuovamente svuotata di incombenze, mi sono letteralmente divorato due libri che mi hanno davvero aiutato a rimettermi davanti a Gesù Cristo.

Il primo volume è intitolato “Il cristianesimo non esiste ancora” di D. Collin. La sua tesi di fondo si riferisce al pensiero provocante del filosofo e teologo Kierkegaard, secondo il quale nella storia sarebbe esistito solo un cristianesimo senza Vangelo, una specie di simulacro, inventato dai cristiani stessi per “non dover conformare la loro vita alla parola di Cristo”. Ci sarebbe dunque un cristianesimo di appartenenza, ma non un cristianesimo di esperienza.

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Lo racconterete ai vostri figli

Diceva il missionario laico Beato Giuseppe Tovini: “I nostri figli senza la fede non saranno mai ricchi, con la fede non saranno mai poveri”.

Per il catechismo dei nostri figli stiamo navigando a vista e le proposte possibili sono continuamente soggette a svariate mutazioni. In queste settimane abbiamo fatto e disfatto mille programmi. Ad oggi il catechismo non si può fare se non on line. Le nuove restrizioni ci impongono di sospendere ogni forma di riunione in presenza.

Una cosa comunque rimane invariata: il profondo desiderio che i nostri figli possano conoscere e amare il Signore.

Quando il popolo d’Israele fu liberato dalla schiavitù degli egiziani il Signore Dio riassume in un’esortazione tutto il compito della memoria e della fede. Dice ai capi delle famiglie: “Lo racconterete ai vostri figli”.

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Il segreto della morte

Iniziamo il mese di Novembre. È il mese che ogni anno ci fa sentire vicini i nostri cari e nello stesso tempo ci provoca sulla visione cristiana della morte e … della vita.

Quest’anno il mese di Novembre ci obbliga ancor più a considerare il dolore per i tantissimi fratelli e sorelle da cui ci siamo congedati nei mesi scorsi senza la cura del conforto, ma anche a rinnovare la nostra fede nella vittoria di Cristo Signore sulla morte sua e nostra.

C’è una bellissima poesia di Kahlil Gibran nel libro intitolato “Il profeta” che ci può aiutare a cogliere uno spunto di speranza. Gibran è un poeta libanese del secolo scorso, cristiano maronita che ha scandagliato da vero mistico ogni ambito dell’esistenza.

Parlaci della morte, chiesero al Profeta e lui rispose: Voi vorreste conoscere il segreto della morte, ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita? Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita, poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare. Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita; e come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.

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Anche noi missionari

Celebrare la Giornata Missionaria Mondiale significa riaffermare come la preghiera, la riflessione e l’aiuto materiale delle vostre offerte sono opportunità per partecipare attivamente alla missione di Gesù nella sua Chiesa. La carità espressa nelle Collette delle celebrazioni liturgiche ha lo scopo di sostenere il lavoro missionario svolto a mio nome dalle Pontificie Opere Missionarie, per andare incontro ai bisogni spirituali e materiali dei popoli e delle Chiese in tutto il mondo per la salvezza di tutti.

In questa affermazione di papa Francesco troviamo i diversi significati della Giornata Missionaria che si celebra in tutte le parrocchie del mondo.

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Oh Santa Vergine prega per me

L’origine del Rosario è medievale: indica le rose che i fedeli deponevano come una corona da deporre sul capo della Madonna. Nel tempo le rose sono state sostituite dai grani che compongono la corona del Rosario.

Il Rosario è una preghiera semplice, che appartiene alla fede del popolo, una preghiera contemplativa che ci fa ripercorrere i misteri della vita di Cristo in compagnia di Maria madre sua e nostra.

La nostra parrocchia la celebra insieme a san Giuseppe come patrona. Maria e Giuseppe ci proteggono e ci custodiscono, sono come i due polmoni che danno aria alla nostra comunità.

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Che bella squadra

Anche chi non segue con passione il calcio converrà che la nostra Atalanta sta compiendo meraviglie. Al mister Gasperini vengono ovviamente attribuiti, se non tutti, molti meriti.

A parte il piacere di veder giocare la squadra ciò che fa impressione è la facilità con cui tanti giocatori arrivano a fare gol.

Da cosa dipendono queste straordinarie stagioni bergamasche?

A mio avviso sono principalmente due i punti fermi del mister.

Il primo è la sua intolleranza al protagonismo dei solisti. Infatti non si sente mai che un giocatore dell’Atalanta sia egoista o voglia fare tutto lui o giochi per la sua gloria personale.

Potremmo dire che il dettame del mister sia: prima di tutto la squadra. Quando arriva a Bergamo un giocatore che pensa di venire prima della squadra e di giocare per se stesso, i casi son due: o si sottopone al dettame del mister o a Bergamo non ci rimane, il mister “non lo vede”.

Certo che c’è il fuoriclasse il quale possiede i colpi per risolvere la partita, ma anche lui viene dopo la squadra.

Il secondo merito del mister è di possedere un sistema di gioco e perciò chiede ai giocatori fedeltà agli schemi. Non si improvvisa il calcio di Gasperini, lo si impara. Cambia l’avversario, ma lui non cambia gli schemi. È proprio questa fedeltà ad esaltare i singoli giocatori che entrano con le loro abilità tecniche in una struttura di gioco studiata e provata mille volte in allenamento.

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E la nostra predica?

In queste settimane, nel desiderio di impostare la catechesi per il prossimo anno, stiamo proponendo ai genitori di provare ad assumere un atteggiamento di maggior responsabilità nell’educazione della fede dei propri figli. Si parla di soggettività della famiglia per affermare l’idea che la famiglia non è da considerarsi destinataria, complemento oggetto dell’azione pastorale della parrocchia, ma “soggetto” protagonista della pastorale catechistica. In altre parole i genitori sono i primi catechisti dei propri figli.

Un’obiezione che spesso emerge dai genitori è “ma io non sono adeguato, non mi sento pronto, non conosco le cose del catechismo, ecc..”.

In realtà non possiamo ridurre la testimonianza cristiana alla ripetizione di alcuni concetti come se la fede una volta detta sia anche automaticamente testimoniata.

È la vita con i suoi comportamenti ad essere testimonianza di ciò in cui crediamo.

Ci può essere d’aiuto un aneddoto di san Francesco, che questa Domenica, 4 Ottobre veneriamo patrono d’Italia.

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Chi ci sarà mai dentro?

Viene spesso spontaneo identificare la parrocchia con il parroco. Se per certi aspetti è inevitabile, per altri è dannosamente riduttivo. È inevitabile perché il parroco è il responsabile ultimo della parrocchia per il suo ministero di presidenza ed è disponibile 24 ore su 24 per la sua comunità, che è la sua casa, la sua famiglia, la sua sposa, la sua vita. È tuttavia riduttiva questa identificazione perché non fa percepire l’importanza che ogni battezzato ha per la parrocchia.

Da cosa dipende la vivacità di una parrocchia? Dall’abilità del parroco o dall’amore dei parrocchiani per la propria parrocchia?

Da che cosa dipende l’inerzia di una parrocchia? Dalla negligenza del parroco o dal disamore dei parrocchiani per la propria parrocchia?

Ovviamente da entrambi le cose.

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Cercherò di portare più acqua

C’è una bellissima storia, la leggenda del colibrì, che ci mostra l’importanza di collaborare. Molte volte c’è bisogno di cambiare prospettiva e questo spesso fa la differenza.

In una grande e antica foresta vivevano molte specie di animali. Con l’arrivo dell’estate sopraggiunse un periodo di forte siccità che inizio a provocare diversi incendi. Mentre il fuoco si propagava, gli animali terrorizzati cercavano di mettersi in salvo. Un colibrì pero attirò l’attenzione perché volava nella direzione opposta agli altri, fino a raggiungere un piccolo lago dove riempiva il becco con alcune gocce d`acqua che poi lasciava cadere sulle fiamme. Il minuscolo e grazioso uccello ripeteva instancabilmente il suo viaggio e, sebbene lo sforzo fosse impari rispetto alla vastità dell’incendio, non si perdeva d’animo.

Gli altri animali, leoni, giraffe, gazzelle, elefanti, erano sbalorditi da tanta tenacia, quando l’unica soluzione sembrava essere quella di andarsene a vivere altrove. Dopo un po’, qualcuno comincio a chiedere al colibrì: Che stai facendo? Perché non cerchi di salvarti la vita?

Guardando i compagni che abbandonavano i loro abitacoli, il piccolo uccello disse: La mia vita è in questa foresta, nel mio nido e in ciò che ho costruito. Non voglio che tutto vada distrutto. Sto facendo il possibile per salvare ciò che è importante per me.

I fuggitivi gli fecero notare che, versando poche gocce d’acqua, da solo non avrebbe mai potuto estinguere il fuoco; al che il colibrì ribatté candidamente: Forse avete ragione, cercherò di portare più acqua.

La determinazione del piccolo uccello nel salvare il proprio nido colpi gli altri animali, i quali si resero conto che se avessero collaborato, forse avrebbero salvato anche l’intera foresta. Presero

allora a dirigersi tutti verso il lago iniziando, ciascuno come meglio poteva, ad attingere acqua e a gettarla sulle fiamme. Dopo molto tempo e un duro lavoro, il fuoco fu estinto.

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