Pubblicato il
5 Novembre 2022
in
Storie di fede e Riflessioni
Una madre che teneramente tiene in braccio i suoi due figli e li allatta. Che modo sublime di rappresentare la virtù teologale della carità. Un simbolo antico come il mondo: la madre si dona instancabilmente al figlio che si sente non solo nutrito e accudito ma anche rassicurato perché riconosce nella madre la fonte della vita.
Nella statua del Battistero della cattedrale di Bergamo troviamo questa simbologia arricchita da un particolare “teologicamente” rilevante. Lo sguardo della madre non è rivolto verso i figli, ma è uno sguardo che va oltre, si dilata verso l’orizzonte, uno sguardo che comprende tutta la realtà che ha intorno e soprattutto comprende il cielo, Dio stesso. Questo sguardo sembra dirci che la carità non può essere circoscritta al solo affetto per i propri figli, non può essere confinata per un unico destinatario, ma è universale, perché, come afferma san Paolo, “la carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine”.
La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi per amore di Dio, è il comandamento nuovo, è l’amore senza riserve con il quale Dio ci ama e ci abilita ad amare: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati”.
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