Pubblicato il
31 Dicembre 2022
in
Storie di fede e Riflessioni
Siamo alla fine del 2022 e incominceremo il nuovo anno.
Dove andrai a far festa? – chiedo ad un amico che da pochi mesi si è separato dalla moglie. E chi ha voglia di far festa? Soprattutto se penso che mia moglie sarà tra le braccia di un altro uomo? Starò con i miei bambini, non credo nemmeno di arrivare a mezzanotte e andrò a letto a dormire sperando che i botti non mi tolgano il sonno.
Chissà quante persone vivranno il capodanno nella solitudine e nel dolore. Quanta amarezza provoca ogni festa, e in particolare il capodanno, in chi è solo e in chi ha una storia di sofferenza da gestire.
Mi è capitato di leggere in questi giorni un testo. Il 1° Gennaio del 1916 Antonio Gramsci scrisse un articolo intitolato “Odio il capodanno”. Ecco un passaggio di quell’articolo: “Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. (…) Perciò odio il capodanno.
Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.
L’autore poi sostiene che ci sia una specie di violenza nella festa del capodanno, una violenza che obbliga tutti a sottostare agli stessi riti: “Il capodanno ti obbliga ad avere quella faccia da ebete: tutto va bene, tutto andrà bene. Ma perché tutti debbono fingere di essere felici a capodanno?”.
Io non odio il capodanno come faceva Gramsci. Anzi lo amo.
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