Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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L’alfabeto della Parrocchia 2: P come PICCOLE COSE

Capita spesso, soprattutto d’estate, di contemplare un panorama, di essere ammirati di fronte ad una visione di insieme. Bello, però si vedono solo le cose più grandi, si perde di vista il particolare. Quando poi si scende sulla strada, a valle si gustano le piccole cose, i particolari, gli aspetti più piccoli, ma non per questo meno decisivi.

Già Plinio il Vecchio diceva che la Natura è grande nelle grandi cose, ma è grandissima nelle piccole.

Questo semplice esempio ci può aiutare a comprendere come la modalità con cui noi ci rapportiamo alla vita è per lo meno duplice: la possiamo guardare come un panorama, oppure osservarla negli aspetti particolari.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: O come OMISSIONE

Ho pensato spesso che il più pericoloso attentato che si possa fare all’anima è il peccato di omissione, perché il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza”. (Renzo Zambotti)

Nell’atto penitenziale della Messa normalmente preghiamo il Confesso: …che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni.

Il peccato di omissione è definito come il non adempimento di un precetto quando, per volontaria negligenza o pigrizia, non si compie ciò che si è chiamati a compiere. È il bene che, pur essendo nelle mie possibilità di fare, tralascio di compiere.

Il testo evangelico forse più significativo è il capitolo 25 di Matteo, il brano del Giudizio universale, nel quale si mette in evidenza che i peccati di omissione sono i capi di accusa contro chi è passato oltre, per chi, pur potendo non ha dato da bere, da mangiare, da vestire, non ha visitato, non ha accolto…

A ben pensarci i peccati di omissione sono tantissimi, sono forse più dei peccati in pensieri, parole e opere. Perché di fatto noi in ogni momento potremmo fare del bene.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: N come NOSTALGIA

Per definizione la nostalgia è il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato soggiorno abituale e che ora è lontano. Si prova nostalgia per il proprio paese d’origine, per la famiglia, la patria, gli amici…

La parola viene dal greco e ha un significato che si avvicina a “dolore per il ritorno a casa”. Dice Erri De Luca in un suo libro: Quando viene nostalgia, non è mancanza, è presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti. A differenza della tristezza e della malinconia, la nostalgia è un desiderio struggente di ritornare ad abitare luoghi d’amore, spazi di pace e di benessere.

Noi cristiani abbiamo nostalgia di Dio. C’è una bellissima preghiera, tra le dieci che rivolgiamo al Signore il Venerdì Santo che dice: Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e padre di tutti gli uomini.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: M come MEMORIA

Ma ti ricordi di me? È una delle domande più imbarazzanti che ci possano rivolgere. È brutto dire ad una persona: non mi ricordo chi sei, non mi ricordo come ti chiami. Oppure dimenticarsi di una cosa da fare, di una promessa da mantenere, di una data importante. Magari non è nemmeno che non ci interessino le cose, le persone, i nomi, è solo il fatto che abbiamo la memoria corta.

Eppure gli studiosi ci dicono che la facoltà della memoria noi la esercitiamo pochissimo rispetto a quello che potremmo. Se volessimo noi potremmo ricordare ogni istante di tutti i giorni della nostra vita. Aveva ragione Cicerone quando diceva: memoria minuitur nisi exerceatur, che la memoria diminuisce quando non la si esercita.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: L come LIMITE

Una delle questioni fondamentali dell’educazione è aiutare i ragazzi ad avere il giusto senso del limite. Noi adulti ci sentiamo spesso molto confusi rispetto alla necessità di porre dei limiti.

Stiamo assistendo, per certi versi impotenti, ad una generazione che si illude di vivere senza il senso del limite.

Ogni mare ha le sue sponde, dice un proverbio, per dire come il limite appartiene alla realtà delle cose. Il senso del limite dev’essere sempre relazionato a qualcosa che funge da punto di riferimento, un valore, un principio. Il senso del limite è un’esperienza etica, morale, che è parte integrante della crescita. Nella nostra società è proprio il crollo della moralità a generare il disorientamento e la confusione. Senza limiti infatti non esiste nessun riconoscimento del bene e del male.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: I come INIZIARE

Iniziare per la parrocchia è il verbo che indica l’introduzione delle giovani generazioni alla vita della fede. Più precisamente il termine tecnico che si utilizza è iniziazione cristiana.

Una delle tappe fondamentali con cui la parrocchia inizia alla vita cristiana è la Prima comunione.

Sto leggendo in questi giorni un libro scritto da Thomas Frings, un prete tedesco intitolato “Così non posso più fare il parroco”. Mi ha colpito un suo passaggio nel quale provoca questa riflessione: “Per trent’anni ho accompagnato in varie parrocchie la preparazione alla prima comunione e, per oltre venticinque volte come primo responsabile, ho potuto sperimentare in prima persona un’evoluzione in questo campo. I modelli della preparazione e le catechesi sono cambiati, ma sostanzialmente tutto è rimasto identico. Possono passare il cielo e la terra, ma la prima comunione resta sempre la stessa. È rimasta la questione degli abiti da indossare, non influenzata da nessuna moda, sono rimaste le date dell’anno liturgico, è rimasto anche il terzo anno di scuola per fare la prima comunione. Nei corso di questi trent’anni, la costante più affidabile è stata la diminuzione della partecipazione all’eucaristia domenicale già nell’anno successivo alla preparazione della prima comunione”.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: H come HUMOUR

Un proverbio mediorientale dice che l’umorismo e la pazienza sono cammelli che ti guidano attraverso ogni deserto. L’umorismo e l’arte di trasformare l’amarezza della vita in un sorriso.

La vita di molti santi è ampiamente farcita di humour, i santi sanno ridere. Pensiamo a santa Teresa d’Avila, a Francesco di Sales, a Tommaso Moro, a Filippo Neri, a Ignazio di Loyola, a Giovanni Bosco, ma anche a papa Giovanni, a Giorgio La Pira… Il dono dell’umorismo ha reso la vita di molti santi un’avventura piena di fascino. Anche i Padri del deserto sono noti per le loro parole gustose, divertenti, piene di umorismo e insegnamenti sapienti.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: G come GRATITUDINE

Il vangelo racconta che un giorno Gesù guarì dieci lebbrosi ma uno solo ritornò indietro a ringraziare. Ringraziare è perciò una virtù non scontata e la percentuale di chi ringrazia veramente, con il cuore, è bassa, uno su dieci.

La gratitudine, dice il vocabolario, è il sentimento e la disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare.

Ai ragazzi insegniamo che la parola “grazie” è una delle parole magiche, insieme a scusa e a permesso, per favore e ti voglio bene.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: F come FASTIDIO

Devo confessare che sto sempre più diventando intollerante ad una cosa che, come parroco, non riesco a correggere: la mancanza di silenzio in chiesa.

È un fastidio unico.

A volte mi capita di scegliere di non stare in chiesa perché non riesco a trovare il clima giusto, silenzioso, per un adeguato raccoglimento per la preghiera e la meditazione. È il colmo che in un luogo sacro come la chiesa non si riesca a raccogliersi.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: E come ECCOMI

Una mamma mi diceva: sai come chiamiamo il nostro bambino? Lo chiamiamo “un attimo”, perché tutte le volte che lo chiamiamo lui risponde sempre “un attimo”. C’è chi nasce pronto e chi non lo è mai. C’è chi si dispone e si propone sempre e chi si tira sempre indietro, nascondendosi.

Nella Bibbia il primo a dire “Eccomi” è Abramo, il padre di tutti i credenti. E questa parola la pronuncia più volte. Ma la prima volta che la pronuncia è impressionante perché la dice quando Dio lo chiama per mandarlo a sacrificare suo figlio Isacco sul monte Moria. Dice “Eccomi” di fronte ad una chiamata impegnativa, drammatica. Ma lo dice fidandosi.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: D come DALMINEDICIOTTOMAGGIO1949

Con la celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo Francesco si conclude solennemente l’anno del 70° Anniversario di fondazione del nostro Oratorio. Abbiamo insistentemente proposto alla comunità parrocchiale diversi itinerari per aiutarci a vivere questo evento con un obiettivo: guardare al passato per ringraziare del presente e aprirci con speranza al futuro.

Con le molteplici proposte condivise nei mesi scorsi, il Consiglio Pastorale della Comunità e l’Equipe Educativa dell’Oratorio, hanno voluto mantenere alta l’attenzione di tutti perché l’Oratorio possa continuare ad essere ciò per cui è stato voluto: una casa per tutti, una casa accogliente, educante alla vita bella, buona e felice, la vita del Vangelo.

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in 70 anni OSG, Storie di fede e Riflessioni

L’alfabeto della Parrocchia 2: C come CARISMI

Anche se nel linguaggio popolare per carisma si intende il dono naturale che molte persone hanno per svolgere le diverse attività umane, il termine carisma appartiene al linguaggio religioso e indica un dono spirituale, è un dono dello Spirito. Carisma deriva dalla parola greca charis, che significa grazia. Nel catechismo tutti i cristiani sono carismatici perché il carisma è la grazia santificante infusa a tutti i credenti con il Battesimo. Da questo punto di vista dobbiamo ammettere che normalmente noi cristiani siamo piuttosto ignoranti nel riconoscere che cosa ci è accaduto nel Battesimo e che cosa ci accade quando celebriamo i Sacramenti. Siamo ignoranti nel senso che non siamo consapevoli di tutto ciò che riceviamo costantemente e gratuitamente da Dio. Con il dono dello Spirito Santo, ricevuto in germe nel Battesimo e confermato in pienezza nella Cresima, noi abbiamo ricevuto i suoi sette doni: la sapienza, il consiglio, l’intelletto, la fortezza, la scienza, la pietà e il timor di Dio. Questi doni ricevuti in forma ordinaria e permanente ci rendono carismatici.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: B come BENEDIRE

Tra i tanti libri della chiesa ce n’è uno che è stato pubblicato recentemente e si intitola “Benedizionale”. È il libro che raccoglie tutte le formule e le preghiere per ogni sorta di benedizione da impartire sulle persone, sul popolo, sui luoghi, sulle cose, in tutte le diverse situazioni e avvenimenti della vita.

I gesti più usuali per benedire sono quelli di estendere, innalzare, congiungere e imporre le mani, il segno della croce, l’aspersione dell’acqua benedetta, l’incensazione.

Benedire significa invocare da Dio il bene e la protezione, significa rendere grazie, esprimere riconoscenza. Nella liturgia cristiana la conclusione è sempre corrispondente al gesto del sacerdote che, alzando la mano destra e compiendo il segno della croce, impartisce la benedizione in nome di Dio.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: A come ADORARE

Io adoro questo cibo, questo vestito, questo posto, questa macchina…

Siano confusi tutti gli adoratori di statue e chi si gloria dei propri idoli, recita un salmo della bibbia. Adorare è il verbo che esprime tutta la nostra devozione e il nostro affetto a Colui che riconosciamo come unico Dio.

Se adoriamo le cose siamo idolatri.

I nostri genitori ci hanno insegnato la preghiera del mattino e della sera. Preghiere bellissime che non so se i nostri figli oggi conoscono.

Al mattino si inizia il nuovo giorno con questa preghiera: Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata…  Alla sera si va a dormire con questa preghiera: Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno.  Perdonami il male, oggi commesso e, se qualche bene compiuto, accettalo. Custodiscimi nel riposo e liberami dai pericoli. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari.

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L’alfabeto della Parrocchia: Z come ZIZZANIA

Gesù raccontò la parabola della zizzania per affermare come spesso la crescita del buon seme è disturbata dalla presenza di forze negative.

La zizzania è una pianta molto simile al frumento e si confonde con esso. È una pianta cattiva che nuoce al frumento e danneggia la coltivazione. È comunemente definita una “erbaccia”, una pianta non solo inutile ma che guasta e rovina. L’intenzione di Gesù è di confortare i suoi discepoli assicurandoli che non è sradicando al zizzania che si risolve il problema, ma avendo pazienza, fino alla mietitura, si riuscirà a separare il grano buono dalla zizzania.

Quello del Signore è l’atteggiamento giusto e misericordioso che vuole dare a tutti i peccatori il tempo e la possibilità di ravvedersi e di cambiare.

Apportare una giustizia istantanea non è nello stile del Signore e non deve nemmeno essere nel nostro modo di pensare e di agire.

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L’alfabeto della Parrocchia: V come VOLONTARIATO

C’è un dato sorprendente e confortante: in Italia cresce il numero dei volontari. Sono 6,63 milioni di persone che svolgono attività di volontariato, pari al 12,6 per cento della popolazione. Nel 1993 era il 6,9 per cento. I volontari si sono quasi raddoppiati in 25 anni. Questi sono i dati delle ricerche ISTAT.

Il volontariato è un’attività di aiuto gratuito e spontaneo verso persone in condizioni di indigenza che necessitano di assistenza, oppure per fronteggiare emergenze occasionali o prestando servizi per il bene comune. Spesso i volontari offrono la loro opera grazie ad associazioni costituite con finalità specifiche di beneficenza. Sono infatti molteplici le forme del volontariato, le aree del servizio: l’area socio assistenziale, l’area dell’animazione culturale, civile, l’area sportiva, l’area legata ai problemi del terzo mondo…

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L’alfabeto della Parrocchia: U come UMILTÀ

Gesù ci dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Gesù, che è stato umile , ci esorta espressamente ad imitarlo in questa precisa virtù. Nella vita quotidiana della parrocchia molte sono le testimonianze concrete della necessità e della bellezza dell’umiltà. Essa è necessaria perché ci conduce ad avere un rapporto autentico con il Signore, con noi stessi e con i fratelli.

Con Dio innanzitutto, come afferma splendidamente Santa Faustina Kowalska nel suo diario: “il Signore, sebbene sia tanto grande, ha una predilezione per le anime piccole e umili. Quanto più profondamente un’anima si umilia, tanto più amabilmente il Signore le si avvicina e unendosi strettamente a lei, la innalza fino al suo trono”.

L’umiltà inoltre è la via che ci porta a stabilire un rapporto buono e giusto con noi stessi, come leggiamo nell’Imitazione di Cristo: “L’umile gode di una pace continua, mentre nel cuore del superbo ci sono spesso invidia e sdegno”.

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L’alfabeto della Parrocchia: T come TRADIZIONE

La Parrocchia ha il compito di custodire il tesoro del Vangelo e nutrire la fede dei credenti. Per tradizione si intende la trasmissione nel tempo, da una generazione all’altra, della memoria del Signore. Il concetto di tradizione è fondamentale per quanto riguarda l’interpretazione della Sacra Scrittura e l’insegnamento della dottrina della Chiesa.

Il Concilio di Trento definisce la tradizione come “il complesso delle verità rivelate, appartenenti alla fede e alla morale”.

L’origine della tradizione cristiana si colloca nel mandato che Gesù ha affidato agli apostoli di predicare il Vangelo a tutti i popoli fino alla fine del mondo.

Il tema della tradizione è ampiamente dibattuto nel Concilio Vaticano II che mette in rilievo come la tradizione “progredisce con l’assistenza dello Spirito Santo nella continua tensione di tutta la Chiesa verso la pienezza della verità divina”.

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L’alfabeto della Parrocchia: S come SAN GIUSEPPE

Questo è il nome della nostra Parrocchia: “San Giuseppe”, è il nome che la identifica. Noi siamo di “San Giuseppe”. La città di Dalmine è sotto la protezione del padre putativo di Gesù. La chiesa è di san Giuseppe. L’Oratorio nostro è di San Giuseppe, la Casa Accoglienza Anziani è di san Giuseppe. Si è conclusa la settimana della festa patronale di san Giuseppe e molte sono state le proposte e le iniziative. Anche se non sempre la partecipazione è stata massiccia, devo dire che nei diversi ambiti c’è stato un bel movimento.

Condivido in questo breve spazio una semplice riflessione sul nostro patrono. Quando Dio ha voluto affidare i suoi tesori più preziosi, il Figlio e la Madre, all’umanità, ha scelto un uomo “affidabile”, Giuseppe appunto, uomo giusto, serio, responsabile. E quando Giuseppe è chiamato a sua volta a fidarsi riconosce che Dio è affidabile. Giuseppe ci insegna che per fidarci di Dio dobbiamo prima riconoscere che Dio si è fidato di noi, donandoci la vita, i figli, la fede, la terra, la vocazione. Inoltre succede sempre che quando Dio affida un dono ad una persona, quel dono è anche un compito. Perciò Dio gli dona anche quelle virtù necessarie per portare fino in fondo il compito assegnato. Quali sono le virtù di Giuseppe?

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