Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

L’alfabeto della Parrocchia 3: F come FARISEI

La parola fariseo significa separato. Il senso fa riferimento ai membri di una setta religiosa e politica ebraica che ritenevano di essere i migliori, separati cioè da tutti gli altri. Predicavano una rigorosa osservanza della legge. Gesù condanna, senza mezzi termini, i farisei per due ragioni fondamentali: il formalismo, che metteva le regole davanti alle persone, e la doppiezza, che li portava ad essere eccessivamente attenti all’apparenza a discapito della verità e della coerenza.

Per questo i farisei hanno avuto un ruolo determinante nella condanna a morte di Gesù.

Gesù attribuisce ai farisei titoli molto pesanti: li chiama, ipocriti, sepolcri imbiancati, vipere… ed esorta i suoi discepoli a guardarsi dal “lievito dei farisei”.

La questione principale è che i farisei si consideravano talmente bravi, per quanto facevano, che ritenevano di salvarsi da soli, rendendo così vana la Grazia di Dio. L’autocelebrazione dei farisei è esattamente agli antipodi rispetto a Gesù, allo stile evangelico, alla proposta di accogliere la salvezza con umiltà, come un dono.

I farisei esistono ancora oggi. Non solo tra gli ebrei. Anche nella chiesa, tra i cristiani, discepoli di Gesù. Per semplificare questo potrebbe essere uno schema di verifica per evidenziare il lievito del fariseismo per potrebbe far fermentare anche le dinamiche all’interno della comunità cristiana.

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L’alfabeto della Parrocchia 3: E come EVANGELIZZAZIONE

La Giornata Mondiale Missionaria ha diversi significati. Il primo è quello di pregare perché ci siano sempre missionari, il secondo di raccogliere fondi per le opere missionarie e il terzo di riflettere sull’evangelizzazione.

Andate in tutto il mondo a proclamare il Vangelo! L’imperativo di Gesù è riproposto ai suoi discepoli in ogni tempo. Ma il mondo non è solo il “mondo”, ma sono anche quei “mondi”, ambienti di vita, situazioni, persone, terre esistenziali che sono lontane dalla fede.

Lo slogan dell’attuale Giornata Missionaria è “Battezzati e inviati”. Due aggettivi tra loro collegati. La missione non è un compito specialistico di qualcuno in particolare, ma è compito di ogni battezzato, ed è compito stesso di tutta la chiesa, dunque di ogni parrocchia e comunità.

Il mandato missionario di evangelizzare ci tocca dunque da vicino.

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L’alfabeto della Parrocchia 3: C come CARITAS PARROCCHIALE

La Caritas parrocchiale è l’organismo pastorale che ha il compito di animare, coordinare e promuovere la testimonianza della carità nella comunità.

La sua funzione è prevalentemente pedagogica, cioè punta a fare in modo che ogni battezzato maturi sempre più la consapevolezza che non c’è fede cristiana se non si testimonia la carità nella concretezza della vita attraverso il servizio, la prossimità e l’ospitalità, il dono di sé, l’attenzione alle necessità di chi ci vive accanto ma anche l’attenzione ai problemi del mondo che affliggono i poveri.

Molti interpretano la Caritas come uno dei tanti gruppi parrocchiali, pensando che siano solo i membri della Caritas a doversi preoccupare della testimonianza della carità. Ovviamente non può essere così. D’altra parte sappiamo bene che molti gesti di carità dei cristiani rimangono per lo più nascosti. Non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra … di evangelica memoria. Fanno dunque parte della Caritas tutti coloro che vivono la carità. È tuttavia necessario che la carità sia organizzata per essere meglio promossa ed abbia la visibilità profetica della testimonianza.

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in La Caritas, Storie di fede e Riflessioni

L’alfabeto della Parrocchia 3: A come ADOLESCENZA

Una bella definizione dice che l’adolescenza è l’età della nascita di se stessi, l’età di quando il proprio io si differenzia e si stacca da quello dei genitori, per incamminarsi verso la propria strada, il proprio destino.  È l’età in cui si crea e si costruisce la propria nuova vita.

L’adolescenza, affermano gli esperti, è un periodo particolarmente problematico dell’esistenza, specie per le risonanze psicologiche del mutato rapporto tra l’adolescente e il proprio corpo. Lo sviluppo dei caratteri sessuali primari e secondari produce, infatti, situazioni nuove.

Non più fanciullo e non ancora adulto, l’adolescente trova generalmente sicurezza nel rapporto di amicizia con un coetaneo dello stesso sesso, o inserendosi in un gruppo. I modelli di riferimento non sono più i genitori, ma persone esterne, amici o compagni di viaggio.

Per questo la gestione dei problemi e dei cambiamenti manda letteralmente in tilt i genitori, che normalmente sperimentano la propria inadeguatezza, perché tutto viene messo in discussione.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: Z come ZELO

Dice san Paolo: non siate pigri nello zelo, siate invece ferventi nello spirito. Lo zelo è un movimento di amore, intenso al punto tale da rendere l’anima capace di trascinare altri nella propria scia. Lo zelo è una passione forte e costante. Papa Francesco afferma che nella chiesa ci sono tanti cristiani “tiepidi”, cristiani da salotto, educati e pacati, ma che non sanno generare figli alla chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico. Lo zelo apostolico, continua il Papa, non deve appartenere solo ai missionari, ma deve essere la forza che muove ogni cristiano.

Tuttavia vi sono anche dei pericoli, come avverte il libro dei Proverbi nell’Antico Testamento: Lo zelo senza riflessione, infatti, non è cosa buona, e chi va a passi frettolosi inciampa. Vi è poi uno zelo amaro e cattivo, ricorda san Benedetto, che separa da Dio e conduce all’inferno. È lo zelo per il male, per i vizi. Vi è invece uno zelo buono che separa dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna.

Se nel servire il Signore mettessimo anche solo metà dello zelo che mettiamo nei nostri traffici e nei nostri tifi, sperimenteremmo la gioia degli apostoli e dei santi.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: V come VOLONTÀ DI DIO

Oggi si parla molto di discernimento, di riuscire a trovare un senso nel vivere quotidiano. Affermano gli autori spirituali più accreditati che il discernimento è la comprensione sicura della volontà di Dio in ogni tempo, luogo e circostanza.

Per noi cristiani è importante possedere quella qualità dell’animo che ci consente di riconoscere la volontà di Dio come voce che ci interpella, ci invita a prendere parte, ci esorta a decidere il bene.

Nella Bibbia la volontà di Dio si manifesta fin dall’inizio nell’opera della creazione. Per l’uomo la volontà di Dio è una benedizione che accompagna ogni creatura, ma è anche limite che segnala con franchezza la rettitudine della strada su cui camminare.

Tutta la storia d`Israele è teatro della volontà di Dio che vuole guidare il suo popolo alla santità e alla felicità. La volontà di Dio è sovrana, onnipotente, sapiente e inscrutabile, benevola e ostinata, come l’amore.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: U come UMANITÀ

“Restate umani” era il ritornello con il quale Vittorio Arrigoni, giornalista brianzolo a lungo impegnato nella cooperazione umanitaria, ucciso in un’abitazione di Gaza nel 2011, terminava ogni suo articolo.

L’umanità è il sentimento di solidarietà umana, di indulgenza e di amore verso gli uomini.

Leggo sul giornale una notizia di alcuni giorni fa che mi lascia senza parole, un fatto emblematico, indice di come davvero è facile trovare persone senza umanità: in provincia di Savona alcuni bambini litigano per chi doveva salire prima sull’altalena in un parco giochi. E fin qui nulla di strano. Senonché alla lite erano presenti i genitori. Il padre di uno è stato letteralmente pestato a sangue dai genitori degli altri tre, riportando varie ferite e un trauma cranico. Una semplice e ordinaria lite tra bambini si è trasformata in un’accesa discussione tra gli adulti e si è conclusa con la rissa ed il pestaggio.

Una bella canzone dei Gen Rosso, intitolata “Un’altra umanità”, così recita: Continua violenza, scandali, imbrogli e mali: dove sono finiti i veri, grandi ideali? E’ vero, il mondo oggi si dipinge a tinte scure, si esaltano gli equivoci, le scene crude e dure, soldi e facili successi col piglia, usa e getta. Conosco un’altra umanità quella che spesso incontro per la strada; quella che non grida, quella che non schiaccia per emergere sull’altra gente. Credo, credo in questa umanità che vive nel silenzio, che ancora sa arrossire sa abbassare gli occhi e sa scusare. Questa è l’umanità che mi fa sperare. Credo, credo in questa umanità  che paga di persona, che non usa armi, ma sa usare il cuore. questa è l’umanità che crede nell’amore.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: T come TURIBOLO

È da sempre l’oggetto del contendere tra i chierichetti che a volte si azzuffano per accaparrarsi lo strumento del potere. Tra i chierichetti veterani il turibolo è il segno che conferma l’abilità di chi serve la messa con più esperienza.

Turibolo è una parola che deriva dal latino tus, turis che vuol proprio dire incenso. Il turibolo è il contenitore del carbone che brucia e sul quale viene deposto l’incenso profumato che si espande nella liturgia.

L’incenso ha origini antichissime: nella Bibbia molte sono le citazioni del suo uso liturgico. Il fumo emanato dall’incenso bruciato salendo verso il cielo simboleggiava la preghiera e il raccoglimento del popolo di Dio, come afferma il salmo 140: Come incenso salga a te la mia preghiera.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: S come SUPERSTIZIONE

Il vocabolario dice che per superstizione si intende l’insieme di credenze o di pratiche rituali dettate da ignoranza, frutto di errore, di convinzioni sorpassate, di atteggiamenti irrazionali.

Il canto della civetta, il gatto nero che attraversa la strada, lo specchio rotto, il passare sotto una scala, lo spargere sale, aprire l’ombrello il casa, prendere l’aereo il 13 o il 17… Ogni cosa, essere o evento, per l’irrazionale della nostra mente, può portare fortuna o sfortuna, può avere effetti positivi o negativi.

Le superstizioni affondano le radici nell’irrazionale. Con l’avvento della scienza e della tecnica avrebbero dovuto scomparire. Invece continuano ad accompagnare i pensieri e le scelte di molte persone.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: R come RISPETTO UMANO

Cosa diranno gli altri? Il rispetto umano è considerare così importante il parere degli altri da non essere liberi di esprimere serenamente le proprie convinzioni ed essere dipendente dalla convenienza.

Dal punto di vista della nostra fede cristiana è triste vedere i discepoli di Gesù estremamente attenti a cosa fanno e dicono gli altri per risultare graditi alle persone che hanno davanti. È triste vedere i cristiani che evitano meticolosamente ogni elemento per non passare come antipatici, retrogradi o scomodi. Il problema in fondo è che, mentre stanno attenti al giudizio degli uomini, mettono bellamente da parte il giudizio del Signore e quindi lo sforzo di essere graditi a Lui e a Lui solo. Gesù nel Vangelo ha invece affermato che l’essere controcorrente è addirittura un sintomo, un termometro sicuro per sapere che stiamo agendo per Lui.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: Q come QUOTIDIANO

Quotidiano è un aggettivo che si riferisce a qualcosa che avviene ogni giorno, come un giornale che ogni giorno troviamo in edicola, come il lavoro, il mangiare, il dormire…

Quotidiano è qualcosa che ci è necessario per vivere. Nel Vangelo, quando Gesù insegna ai suoi discepoli a pregare, c’è l’invocazione “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, che indica appunto che il pane è indispensabile per il nostro sostentamento. Nella preghiera il pane “quotidiano” diventa simbolo di tutto ciò che ci è necessario: il cibo, certo, ma anche l’amore e anche le condizioni per una vita felice.

Così prega questo versetto del Vangelo Ernesto Olivero, fondatore del Sermig: “Dammi oggi, il pane quotidiano… Il pane della speranza, per dare speranza. Il pane della gioia, da poter spartire. Il pane dell’intelligenza, per varcare l’impossibile. Il pane del sorriso, da trasmettere agli altri. Il pane della misericordia, perché possa ricevere e dare perdono. Il pane del dolore, da condividere. Il pane della grazia, per non attaccarmi al male. Il pane della fraternità, per diventare una cosa sola con i miei fratelli. Il pane del tempo, per conoscerti. Il pane del silenzio, per amarti”.

Pregare per il pane di tutti i giorni presuppone che noi riconosciamo che esso è un dono, oltre che il frutto della nostra fatica quotidiana.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: P come PICCOLE COSE

Capita spesso, soprattutto d’estate, di contemplare un panorama, di essere ammirati di fronte ad una visione di insieme. Bello, però si vedono solo le cose più grandi, si perde di vista il particolare. Quando poi si scende sulla strada, a valle si gustano le piccole cose, i particolari, gli aspetti più piccoli, ma non per questo meno decisivi.

Già Plinio il Vecchio diceva che la Natura è grande nelle grandi cose, ma è grandissima nelle piccole.

Questo semplice esempio ci può aiutare a comprendere come la modalità con cui noi ci rapportiamo alla vita è per lo meno duplice: la possiamo guardare come un panorama, oppure osservarla negli aspetti particolari.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: O come OMISSIONE

“Ho pensato spesso che il più pericoloso attentato che si possa fare all’anima è il peccato di omissione, perché il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza”. (Renzo Zambotti)

Nell’atto penitenziale della Messa normalmente preghiamo il Confesso: …che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni.

Il peccato di omissione è definito come il non adempimento di un precetto quando, per volontaria negligenza o pigrizia, non si compie ciò che si è chiamati a compiere. È il bene che, pur essendo nelle mie possibilità di fare, tralascio di compiere.

Il testo evangelico forse più significativo è il capitolo 25 di Matteo, il brano del Giudizio universale, nel quale si mette in evidenza che i peccati di omissione sono i capi di accusa contro chi è passato oltre, per chi, pur potendo non ha dato da bere, da mangiare, da vestire, non ha visitato, non ha accolto…

A ben pensarci i peccati di omissione sono tantissimi, sono forse più dei peccati in pensieri, parole e opere. Perché di fatto noi in ogni momento potremmo fare del bene.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: N come NOSTALGIA

Per definizione la nostalgia è il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato soggiorno abituale e che ora è lontano. Si prova nostalgia per il proprio paese d’origine, per la famiglia, la patria, gli amici…

La parola viene dal greco e ha un significato che si avvicina a “dolore per il ritorno a casa”. Dice Erri De Luca in un suo libro: Quando viene nostalgia, non è mancanza, è presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti. A differenza della tristezza e della malinconia, la nostalgia è un desiderio struggente di ritornare ad abitare luoghi d’amore, spazi di pace e di benessere.

Noi cristiani abbiamo nostalgia di Dio. C’è una bellissima preghiera, tra le dieci che rivolgiamo al Signore il Venerdì Santo che dice: Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e padre di tutti gli uomini.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: M come MEMORIA

Ma ti ricordi di me? È una delle domande più imbarazzanti che ci possano rivolgere. È brutto dire ad una persona: non mi ricordo chi sei, non mi ricordo come ti chiami. Oppure dimenticarsi di una cosa da fare, di una promessa da mantenere, di una data importante. Magari non è nemmeno che non ci interessino le cose, le persone, i nomi, è solo il fatto che abbiamo la memoria corta.

Eppure gli studiosi ci dicono che la facoltà della memoria noi la esercitiamo pochissimo rispetto a quello che potremmo. Se volessimo noi potremmo ricordare ogni istante di tutti i giorni della nostra vita. Aveva ragione Cicerone quando diceva: memoria minuitur nisi exerceatur, che la memoria diminuisce quando non la si esercita.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: L come LIMITE

Una delle questioni fondamentali dell’educazione è aiutare i ragazzi ad avere il giusto senso del limite. Noi adulti ci sentiamo spesso molto confusi rispetto alla necessità di porre dei limiti.

Stiamo assistendo, per certi versi impotenti, ad una generazione che si illude di vivere senza il senso del limite.

Ogni mare ha le sue sponde, dice un proverbio, per dire come il limite appartiene alla realtà delle cose. Il senso del limite dev’essere sempre relazionato a qualcosa che funge da punto di riferimento, un valore, un principio. Il senso del limite è un’esperienza etica, morale, che è parte integrante della crescita. Nella nostra società è proprio il crollo della moralità a generare il disorientamento e la confusione. Senza limiti infatti non esiste nessun riconoscimento del bene e del male.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: I come INIZIARE

Iniziare per la parrocchia è il verbo che indica l’introduzione delle giovani generazioni alla vita della fede. Più precisamente il termine tecnico che si utilizza è iniziazione cristiana.

Una delle tappe fondamentali con cui la parrocchia inizia alla vita cristiana è la Prima comunione.

Sto leggendo in questi giorni un libro scritto da Thomas Frings, un prete tedesco intitolato “Così non posso più fare il parroco”. Mi ha colpito un suo passaggio nel quale provoca questa riflessione: “Per trent’anni ho accompagnato in varie parrocchie la preparazione alla prima comunione e, per oltre venticinque volte come primo responsabile, ho potuto sperimentare in prima persona un’evoluzione in questo campo. I modelli della preparazione e le catechesi sono cambiati, ma sostanzialmente tutto è rimasto identico. Possono passare il cielo e la terra, ma la prima comunione resta sempre la stessa. È rimasta la questione degli abiti da indossare, non influenzata da nessuna moda, sono rimaste le date dell’anno liturgico, è rimasto anche il terzo anno di scuola per fare la prima comunione. Nei corso di questi trent’anni, la costante più affidabile è stata la diminuzione della partecipazione all’eucaristia domenicale già nell’anno successivo alla preparazione della prima comunione”.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: H come HUMOUR

Un proverbio mediorientale dice che l’umorismo e la pazienza sono cammelli che ti guidano attraverso ogni deserto. L’umorismo e l’arte di trasformare l’amarezza della vita in un sorriso.

La vita di molti santi è ampiamente farcita di humour, i santi sanno ridere. Pensiamo a santa Teresa d’Avila, a Francesco di Sales, a Tommaso Moro, a Filippo Neri, a Ignazio di Loyola, a Giovanni Bosco, ma anche a papa Giovanni, a Giorgio La Pira… Il dono dell’umorismo ha reso la vita di molti santi un’avventura piena di fascino. Anche i Padri del deserto sono noti per le loro parole gustose, divertenti, piene di umorismo e insegnamenti sapienti.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: G come GRATITUDINE

Il vangelo racconta che un giorno Gesù guarì dieci lebbrosi ma uno solo ritornò indietro a ringraziare. Ringraziare è perciò una virtù non scontata e la percentuale di chi ringrazia veramente, con il cuore, è bassa, uno su dieci.

La gratitudine, dice il vocabolario, è il sentimento e la disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare.

Ai ragazzi insegniamo che la parola “grazie” è una delle parole magiche, insieme a scusa e a permesso, per favore e ti voglio bene.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: F come FASTIDIO

Devo confessare che sto sempre più diventando intollerante ad una cosa che, come parroco, non riesco a correggere: la mancanza di silenzio in chiesa.

È un fastidio unico.

A volte mi capita di scegliere di non stare in chiesa perché non riesco a trovare il clima giusto, silenzioso, per un adeguato raccoglimento per la preghiera e la meditazione. È il colmo che in un luogo sacro come la chiesa non si riesca a raccogliersi.

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