Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

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L’alfabeto della Parrocchia: Z come ZIZZANIA

Gesù raccontò la parabola della zizzania per affermare come spesso la crescita del buon seme è disturbata dalla presenza di forze negative.

La zizzania è una pianta molto simile al frumento e si confonde con esso. È una pianta cattiva che nuoce al frumento e danneggia la coltivazione. È comunemente definita una “erbaccia”, una pianta non solo inutile ma che guasta e rovina. L’intenzione di Gesù è di confortare i suoi discepoli assicurandoli che non è sradicando al zizzania che si risolve il problema, ma avendo pazienza, fino alla mietitura, si riuscirà a separare il grano buono dalla zizzania.

Quello del Signore è l’atteggiamento giusto e misericordioso che vuole dare a tutti i peccatori il tempo e la possibilità di ravvedersi e di cambiare.

Apportare una giustizia istantanea non è nello stile del Signore e non deve nemmeno essere nel nostro modo di pensare e di agire.

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L’alfabeto della Parrocchia: V come VOLONTARIATO

C’è un dato sorprendente e confortante: in Italia cresce il numero dei volontari. Sono 6,63 milioni di persone che svolgono attività di volontariato, pari al 12,6 per cento della popolazione. Nel 1993 era il 6,9 per cento. I volontari si sono quasi raddoppiati in 25 anni. Questi sono i dati delle ricerche ISTAT.

Il volontariato è un’attività di aiuto gratuito e spontaneo verso persone in condizioni di indigenza che necessitano di assistenza, oppure per fronteggiare emergenze occasionali o prestando servizi per il bene comune. Spesso i volontari offrono la loro opera grazie ad associazioni costituite con finalità specifiche di beneficenza. Sono infatti molteplici le forme del volontariato, le aree del servizio: l’area socio assistenziale, l’area dell’animazione culturale, civile, l’area sportiva, l’area legata ai problemi del terzo mondo…

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L’alfabeto della Parrocchia: U come UMILTÀ

Gesù ci dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Gesù, che è stato umile , ci esorta espressamente ad imitarlo in questa precisa virtù. Nella vita quotidiana della parrocchia molte sono le testimonianze concrete della necessità e della bellezza dell’umiltà. Essa è necessaria perché ci conduce ad avere un rapporto autentico con il Signore, con noi stessi e con i fratelli.

Con Dio innanzitutto, come afferma splendidamente Santa Faustina Kowalska nel suo diario: “il Signore, sebbene sia tanto grande, ha una predilezione per le anime piccole e umili. Quanto più profondamente un’anima si umilia, tanto più amabilmente il Signore le si avvicina e unendosi strettamente a lei, la innalza fino al suo trono”.

L’umiltà inoltre è la via che ci porta a stabilire un rapporto buono e giusto con noi stessi, come leggiamo nell’Imitazione di Cristo: “L’umile gode di una pace continua, mentre nel cuore del superbo ci sono spesso invidia e sdegno”.

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L’alfabeto della Parrocchia: T come TRADIZIONE

La Parrocchia ha il compito di custodire il tesoro del Vangelo e nutrire la fede dei credenti. Per tradizione si intende la trasmissione nel tempo, da una generazione all’altra, della memoria del Signore. Il concetto di tradizione è fondamentale per quanto riguarda l’interpretazione della Sacra Scrittura e l’insegnamento della dottrina della Chiesa.

Il Concilio di Trento definisce la tradizione come “il complesso delle verità rivelate, appartenenti alla fede e alla morale”.

L’origine della tradizione cristiana si colloca nel mandato che Gesù ha affidato agli apostoli di predicare il Vangelo a tutti i popoli fino alla fine del mondo.

Il tema della tradizione è ampiamente dibattuto nel Concilio Vaticano II che mette in rilievo come la tradizione “progredisce con l’assistenza dello Spirito Santo nella continua tensione di tutta la Chiesa verso la pienezza della verità divina”.

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L’alfabeto della Parrocchia: S come SAN GIUSEPPE

Questo è il nome della nostra Parrocchia: “San Giuseppe”, è il nome che la identifica. Noi siamo di “San Giuseppe”. La città di Dalmine è sotto la protezione del padre putativo di Gesù. La chiesa è di san Giuseppe. L’Oratorio nostro è di San Giuseppe, la Casa Accoglienza Anziani è di san Giuseppe. Si è conclusa la settimana della festa patronale di san Giuseppe e molte sono state le proposte e le iniziative. Anche se non sempre la partecipazione è stata massiccia, devo dire che nei diversi ambiti c’è stato un bel movimento.

Condivido in questo breve spazio una semplice riflessione sul nostro patrono. Quando Dio ha voluto affidare i suoi tesori più preziosi, il Figlio e la Madre, all’umanità, ha scelto un uomo “affidabile”, Giuseppe appunto, uomo giusto, serio, responsabile. E quando Giuseppe è chiamato a sua volta a fidarsi riconosce che Dio è affidabile. Giuseppe ci insegna che per fidarci di Dio dobbiamo prima riconoscere che Dio si è fidato di noi, donandoci la vita, i figli, la fede, la terra, la vocazione. Inoltre succede sempre che quando Dio affida un dono ad una persona, quel dono è anche un compito. Perciò Dio gli dona anche quelle virtù necessarie per portare fino in fondo il compito assegnato. Quali sono le virtù di Giuseppe?

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L’alfabeto della Parrocchia: R come RIUNIONE

La riunione è l’incontro di più persone nello stesso luogo convocate per ritrovarsi per assistere ad un evento, per preparare, per discutere, per scegliere…

La vita di una parrocchia è scandita da un calendario generalmente colmo di riunioni, di convocazioni che fanno incontrare le persone. Si viaggia al ritmo di molte riunioni al giorno, tanto che a volte diventa perfino difficile trovare lo spazio per inserirne di nuove. Ci si trova periodicamente per diversi motivi e in diversi ambiti. La tipologia delle riunioni è definita dagli obiettivi.

La prima riunione della parrocchia, la più importante, è l’assemblea della domenica quando siamo convocati per celebrare il Signore e per lasciarci nutrire dalla sua Parola e dal suo Corpo.

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L’alfabeto della Parrocchia: Q come QUARESIMA

Quaranta sono i giorni di questo tempo forte che la chiesa ci esorta a vivere con coraggio e determinazione. Nella bibbia il numero 40 indica un tempo sufficientemente lungo offerto in vista di un cambiamento, in vista della conversione.

In uno dei prefazi della Quaresima la chiesa chiede al Signore di “donare ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo”.

Nelle parole di questa preghiera troviamo alcuni spunti di riflessione importanti per il nostro percorso personale e comunitario.

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L’alfabeto della Parrocchia: P come PROVVIDENZA

“La c’è la Provvidenza! – disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca, la votò di que’ pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada”. Quando Renzo dona gli ultimi denari ai mendicanti ha il coraggio e la fede per dire queste parole: “La c’è la Provvidenza”!

E quando Renzo si domanda come sarà il suo futuro in questo periodo di crisi, si risponde -“E poi, la Provvidenza m’ha aiutato finora; m’aiuterà anche per l’avvenire“. I Promessi Sposi di Manzoni è sicuramente il testo che ci viene al volo in mente quando cerchiamo di capire il mistero della provvidenza.

Quanti santi, famosi o no, hanno fatto della fede nella Provvidenza la colonna sonora della loro biografia. Penso soprattutto a san Giovanni Bosco e ai suoi ragazzi, oppure a Madre Teresa di Calcutta, o a Giovanni XXIII…

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L’alfabeto della Parrocchia: O come OMELIA

Un mio professore di teologia diceva che una delle prove della divinità del Vangelo è data dalle prediche alle quali è sopravvissuto. E il mio vecchio parroco quando sono diventato prete mi diceva: “Ricordati sempre che una buona omelia deve avere un’introduzione accattivante e una conclusione sensata. E l’introduzione e la conclusione devono essere vicinissime”.

L’omelia è da un lato il momento più atteso dai fedeli e dall’altro è il compito più pesante per il sacerdote. Paolo VI diceva che i fedeli si attendono molto dalla predicazione, e ne ricavano frutto purché essa sia semplice, chiara, diretta, adatta.

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L’alfabeto della Parrocchia: L come LITURGIA

La parola liturgia è composta da due vocaboli greci: popolo azione. Può avere un senso laico, civile ma assume un significato teologico e pastorale all’interno della chiesa. Per il Nuovo testamento il Liturgo per eccellenza è Gesù che offre ininterrottamente il culto della sua vita al Padre, come Intercessore per l’umanità.

La costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II afferma: “La liturgia è ritenuta come l`esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, con segni sensibili viene significata, e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo il culto pubblico integrale”.

La liturgia è dunque la partecipazione dei fedeli alla vita di Dio e per sua natura si realizza nella chiesa, nel popolo dei credenti. Nella sua esperienza concreta il fedele è chiamato in assemblea ad una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa alla celebrazione, come afferma il Concilio: “Si tratta di esprimere in maniera rinnovata la perenne vitalità della Chiesa in preghiera, avendo premura affinché i fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente, attivamente.

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L’alfabeto della Parrocchia: I come INFORMAZIONE

Non lo sapevo che c’era quell’incontro. Non sapevo che si era organizzato quell’evento. Nessuno più ci crede a queste considerazioni. Nessuno più crede che la non partecipazione possa oggi dipendere dalla disinformazione. Altre evidentemente sono le cause: la non voglia, il disinteresse, la sottovalutazione…

L’informazione nella vita di una parrocchia occupa un grande spazio e molti sono gli strumenti con cui ci si è attrezzati per fare in modo che i fedeli conoscano, almeno, le iniziative e gli appuntamenti.

L’obiettivo dell’informazione è la formazione. Si fanno conoscere le cose affinché, favorita la partecipazione, si possa insieme assumere la forma della vita secondo Gesù, che si può riassumere in due parole: la figliolanza e la fraternità.

Volantini, foglio degli avvisi domenicali, poster, bollettino, sito internet, facebook, gruppi whatsapp, e chi più ne ha più ne metta per comunicare calendari di celebrazioni, di iniziative, di proposte… ma anche per comunicare riflessioni, testimonianze, pagine di spiritualità e commenti di vario tipo.

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L’alfabeto della Parrocchia: G come GIOVANI

Non ci sono più i giovani di una volta, si dice spesso per criticare questa generazione di giovani e di adolescenti. Purtroppo e per fortuna non ci sono più i giovani di una volta, nel senso che ogni generazione, insieme ai suoi aspetti negativi, ha anche dei caratteri e delle potenzialità che la rendono unica.

Certo un tempo era molto più facile descrivere i giovani. Oggi è difficile tracciare un identikit di questa generazione, perché come dice un esperto, oggi più che mai le loro identità sono multiple, plurime, complesse e fortemente dinamiche. Che in parole povere significa che non esistono giovani in generale ma ogni giovane è un mondo a sé.

Prima un giovane, quando finiva gli studi, iniziava a lavorare e questo spesso coincideva con la formazione di una nuova famiglia. Questi erano passaggi chiari e obbligati per tutti.

Oggi si fanno figli molto più tardi (l’età del primo figlio è ben oltre i 30 anni in Italia), spesso fuori dal vincolo del matrimonio e in un contesto di crescente precarietà esistenziale. Le statistiche affermano inoltre che prima dei quarant’anni in media si è cambiato lavoro almeno una decina di volte, a scapito della sicurezza di vita e della prospettiva del futuro.

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L’alfabeto della Parrocchia: F COME FESTA

Se guardo un calendario mi rendo conto che la parola Festa è una delle più ricorrenti. È un tema caro quello della festa perché mette in movimento tanti pensieri, tante emozioni. Feste di ogni tipo, religiose, civili, familiari, in occasione di giornate mondiali a tema, sagre…

Chi ha inventato la festa è sicuramente il Signore quando dopo i giorni della creazione ha pensato di dedicare un giorno al riposo, alla contemplazione, alla gioia.

Da sempre gli uomini organizzano e celebrano la festa o per un avvenimento naturale come per esempio l’avvicendarsi ciclico delle stagioni e degli anni o per un avvenimento storico come anniversari di persone care o di fatti memorabili.

E la festa si fa cercando di osservare dei riti. Il rito è un segno, riconosciuto da tutti, una consuetudine nella quale tutti si riconoscono. I riti della festa hanno la funzione di creare comunione di vita, hanno l’effetto di rompere il ritmo feriale del lavoro e favoriscono esperienze di gratuità e spontaneità.

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L’alfabeto della Parrocchia: E COME ENTUSIASMO

Mi è sempre piaciuta questa parola e più ancora il suo significato. Penso che non esista una parola più “religiosa” di questa. È un termine che deriva dal greco e letteralmente significa “essere in Dio”.

Negli Atti degli Apostoli con questo termine si rappresenta il sentimento di intensa gioia degli apostoli dopo la Pentecoste, il dono dello Spirito Santo.

Entusiasmo è l’incontenibile spinta ad agire e operare dando tutto sé stesso, in forza del dono di Dio dentro di se. In questo senso non è solo un attributo della propria buona volontà, ma è un dono che viene dall’alto e che agisce attraverso di noi. Insomma non si può essere entusiasti solo perché lo si desidera, ma perché si è inondati da un dono.

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L’alfabeto della Parrocchia: D COME DISCERNIMENTO

Il tema del discernimento è stato riportato all’attenzione della chiesa grazie alle esortazioni apostoliche di papa Francesco.
Nel Nuovo Testamento ci sono alcuni passaggi che fanno risaltare la necessità del discernimento. Penso a quando Gesù afferma: “come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio”.
San Paolo così sintetizza il tema del discernimento: “esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”. E San Giovanni afferma: “Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio”.
La parola discernere deriva dal latino: dis (separare) e cernere (scegliere). Si tratta di considerare tutti i termini di una questione, per operare serenamente e liberamente una scelta giusta. L’obiettivo del discernimento è condurre le persone ad una autentica e matura comprensione della propria realtà per crescere nel bene e nella vita dello Spirito Santo.

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L’alfabeto della Parrocchia: C COME CATECHESI

La parola catechesi deriva dal greco e letteralmente vuol dire “fare eco”. Proprio come quando in montagna, tra le valli, si lancia un grido e lo sentiamo risuonare più volte.

Il Vangelo è il grido di salvezza urlato da Cristo, Salvatore del mondo, urlato da Betlemme, passando  dal Calvario, fino al sepolcro vuoto. Il grido del Vangelo è giunto fino a noi.

Il dizionario dice che l’eco è “un fenomeno prodotto dalla riflessione di onde sonore contro un ostacolo”.

Tra le valli dei secoli continua a risuonare l’eco del Vangelo grazie ai molteplici “ripetitori” che non si stancano di annunciare la Parola della salvezza.

I compiti della Chiesa sono principalmente tre: Celebrare i Sacramenti, annunciare il Vangelo e organizzare la carità. Annunciare il vangelo è la catechesi in tutte le sue forme. Purtroppo la parola catechesi è ridotta ad una attività per i bambini. Mentre il Catechismo della Chiesa Cattolica è, anzitutto, una risorsa per l’insegnamento della fede e per sostenere gli adulti nella Chiesa nella loro missione di evangelizzazione e di apostolato.

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L’alfabeto della Parrocchia: B COME BILANCIO

Il rapporto Parrocchia e beni economici è tanto importante quanto delicato.

La Chiesa, pur possedendo e usando beni economici, dovrebbe lasciarsi sempre guidare dalla fedeltà alla povertà evangelica e alla sua missione di annunciare a tutti Gesù Cristo come unico Salvatore.

Una prima consapevolezza è quella che ci fa dire che i beni economici di proprietà della parrocchia sono il frutto della generosità di molti benefattori del passato e del presente; benefattori da ricordare con gratitudine nella preghiera.

A cosa servono i soldi nella parrocchia? I soldi si usano per:

– la costruzione e la conservazione delle strutture finalizzate alle iniziative per l’evangelizzazione, la liturgia, l’aggregazione e la formazione dei credenti.

– il sostegno al servizio dei poveri;

– l’onesto sostentamento dei presbiteri e degli altri ministri.

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L’alfabeto della Parrocchia: A COME ACCOGLIERE

Ad un parroco è stata fatta recentemente questa domanda: Come ti immagini la Parrocchia di domani? E lui risponde: Un luogo che custodisce la bellezza, la tenerezza che tiene la porta aperta e il focolare acceso, perché la salvezza è diventare fraternità.

Bella questa immagine della porta aperta e del focolare acceso. Fa immediatamente pensare alla casa. Ricordo che un giorno stavo per visitare una persona della nostra parrocchia. Suonato il campanello sento che dall’interno questa persona apre tre serrature della porta blindatissima e poi esclama tra se: “non si è mai chiusi a sufficienza!”.

Capisco anch’io che la sicurezza è importante, ma questo non ci deve chiudere in noi stessi.

La parola “Parrocchia” significa letteralmente “Casa tra le case”. Ciò che rende gradevole abitare una casa è proprio la capacità reciproca di accoglienza.

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IL DECIMO COMANDAMENTO: «Non desidererai la roba del tuo prossimo»

Il decimo comandamento ha la stessa radice del nono: “Non desidererai” e proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal settimo comandamento.

Nella Bibbia si racconta che Nabot era il proprietario di un vigna, e quella vigna era tutto ciò che egli possedeva.  Acab, il re di Samaria, desiderava ottenerla per averla come un orto. Nabot si rifiutò di venderla al re. Il perfido Acab farà di tutto per avere quella vigna fino a complottare per far lapidare Nabot.

Da sempre l’uomo non si fa scrupolo di impossessarsi di tutto ciò che la propria ingordigia gli indica, anche a costo di mentire e di fare male agli altri.

La vigna di Nabot può essere considerata il simbolo della “roba” che appartiene al prossimo e che è oggetto del desiderio di altri.

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IL NONO COMANDAMENTO: «Non desidererai la moglie del tuo prossimo»

Il nono e il decimo comandamento sono da ascoltare come se fossero uno. Ad avvicinarli è la stessa radice: “Non desidererai”.

Il significato potrebbe essere scoperto in questo riassunto: dopo aver esortato l‘uomo a non prendersi gioco dei propri fratelli e ad essere sincero nei loro confronti, Dio, con gli ultimi due comandamenti, esorta l‘uomo a rispettare i legami tra le persone, a mettere le briglie all’egoismo e al desiderio di possesso che potrebbero spingerlo a infrangere relazioni consolidate.

Il cuore delle persone è spesso tentato di “distrarsi” un attimo per volgere lo sguardo verso possibili “occasioni straordinarie”.

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