Pubblicato il
13 Novembre 2021
in
Storie di fede e Riflessioni
A volte la resistenza è proprio una virtù indispensabile. Penso a chi vive da anni una malattia inguaribile, a chi si trova oppresso dalla violenza, a chi si sente perseguitato da ogni forma di ostilità. A chi deve sopportare fatiche più gravi delle proprie forze. Penso a chi sta vivendo momenti cupi e di disorientamento.
Ho letto una poesia che contiene una forza impressionante. Una poesia che, senza essere eretico l’avrebbe potuta scrivere Cristo stesso o comunque tutti i cristi che hanno una vita di stenti.
Si tratta di una poesia scritta da William Ernst Henley, un poeta inglese nato nel 1848 e morto a 55 anni nel 1903. La sua è una storia di sofferenza: a 12 anni si ammala gravemente di tubercolosi che gli costò l’amputazione di una gamba.
Di lui un suo carissimo amico scrive che era “un grosso, sanguigno individuo dalle spalle larghe con una gran barba rossa e una stampella; gioviale, sorprendentemente arguto e con una risata che scrosciava come musica; aveva una vitalità e una passione inimmaginabili; era assolutamente travolgente”.
Nonostante la malattia non gli diede tregua nemmeno per un istante aveva una forza d’animo e una capacità di resistenza incredibili. Nel letto dell’ospedale scisse questa poesia che è senz’altro la più conosciuta tra le sue opere. Henley invece di affliggersi reagisce con coraggio e con speranza, non si dispera per ciò che ha perso e lungo il suo calvario quotidiano continua a guardare avanti e decide di non lasciare a niente e a nessuno, se non a lui stesso, il controllo della sua vita: io sono il capitano della mia anima!
La poesia si intitola “Invictus” che significa “non vinto”.
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