La lussuria si definisce come il disordinato desiderio del piacere sessuale collocato al primo posto, come fine a sé stesso, indipendentemente dai fini che il creatore ha posto nella sessualità: l’amore per il prossimo, l’unione nell’amore e la procreazione. La lussuria ha come unico fine la sola soddisfazione personale, perseguendo il piacere sessuale ad ogni costo.
La persona lussuriosa diventa facilmente schiava delle proprie pulsioni sessuali giustificandosi ogni ricerca e modo di soddisfazione.
Nel catechismo della chiesa, il desiderio sessuale non è malvagio di per sé poiché rientra nell’ordine divino della creazione. Ma quando tale desiderio viene separato dall’amore di Dio e unito soltanto all’amore di sé, diventa lussuria, peccato e vizio. Come osserva Enzo Bianchi: La lussuria consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro. Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza. L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio “altro”, sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione.



























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