Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

Pubblicato il
15 Ottobre 2018
in Storie di fede e Riflessioni

IL TERZO COMANDAMENTO: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»

Diceva Roberto Benigni nello spettacolo televisivo del 2014: “Questo comandamento è il comandamento preferito dall’Autore, da Dio stesso. È il comandamento che Dio ama più di tutti”. Perché con queste parole il Signore invita gli uomini a dedicare un giorno alla settimana a Lui.

È il comandamento che ha la formulazione più lunga: “Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato”. (Esodo 20, 8-11)

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Pubblicato il
6 Ottobre 2018
in Storie di fede e Riflessioni

IL SECONDO COMANDAMENTO: «Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio»

Chi bestemmia non ragiona. E chi ragiona non bestemmia. Il primo significato di questo comandamento è quello che tutti ben conosciamo: non bestemmiare il nome del Signore, cioè non imprecare, non dire cose indecenti di Dio. La bestemmia è sicuramente la principale trasgressione del secondo comandamento.

Per i credenti la bestemmia è un peccato. Mentre per coloro che non credono è un comportamento assurdo. Per tutti è senz’altro un segno di bassezza morale.

Anche se ho trovato un pensiero interessante di Enzo Bianchi che dice: Quanto alla bestemmia chiediamoci se chi bestemmia vuole davvero offendere Dio, se chi bestemmia non voglia offendere l’immagine che noi credenti abbiamo dato di Dio. Chiediamoci anche se chi bestemmia, in quella forma così paradossale, non finisca per fare un’invocazione o un grido di rabbia che può essere, agli occhi di Dio, una preghiera.

Il nome, soprattutto nella mentalità ebraica, rappresenta la realtà globale della persona. Offendere il nome è offendere la persona stessa di Dio. Dovremmo perciò continuamente chiederci cosa sta dietro tante bestemmie.

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Pubblicato il
29 Settembre 2018
in Storie di fede e Riflessioni

IL PRIMO COMANDAMENTO: «Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me»

Veramente, afferma Ermes Ronchi, amare Dio, più che un comandamento, è un privilegio, una concessione. Questo pensiero guida la riflessione dei cristiani sul Decalogo. Riflessione che troppo spesso è stata equivocata dal considerare le dieci Leggi come dei divieti o delle negazioni così vincolanti da limitare la libertà degli uomini.

L’approccio che soprattutto la rilettura evangelica ci propone è di valutare il Decalogo come a 10 strade verso la libertà, un privilegio appunto che Dio offre ai suoi figli.

Se scoprissimo questo, non cesseremmo di ringraziare Dio che ci sprona in tutti i modi di amarlo e non vorremmo far altro che coltivare autenticamente questo amore. Un amore che non delude mai e che anzi colma abbondantemente ogni bisogno di amore che c’è nel nostro cuore.

Il primo comandamento mette l’accento proprio sulla volontà di Dio che gli uomini lo amino senza riserve e senza alternative. Mentre gli uomini spesso si dimenticano di rendere a Dio un vero culto d’amore.

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Pubblicato il
24 Settembre 2018
in Storie di fede e Riflessioni

Le virtù cardinali: la temperanza

Temperare è una parola che ha diversi significati. Anticamente i romani usavano “temperare” il vino con l’acqua per renderlo meno forte. Temperare significa mescolare nelle giuste proporzioni. Temperare nel linguaggio gastronomico significa correggere qualche cosa col mescolarvene un’altra contraria per attenuare o addolcire ciò che vi è in essa d’eccessivo.

Più genericamente significa, attenuare, mitigare, moderare, frenare. Ma temperare significa anche dare la tempra, come con l’acciaio o con il vetro.

Nel linguaggio del catechismo la temperanza è la virtù che mira a disciplinare gli istinti, stabilendo una regola che serva a dominarli.

A questo punto nasce facilmente la domanda: ma perché non posso seguire gli impulsi della natura umana? Che male c’è?

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