Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE

Domenica del pane che trabocca dalle mani e dalle ceste. Del pane che, povero e ricco, buono da solo e buono con tutto, ha dentro la terra e il cielo, l’acqua e il fuoco. La storia inizia con la morte del Battista all’interno di un banchetto grottesco e drammatico, a seguito del quale Gesù vuole ritirarsi in un luogo in disparte; ma è inseguito dalla gente, scende dalla barca e si ritrova immerso nella folla. E che cosa fa? Vede, e ha compassione. Importantissimo termine, di una carica infinita. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa, come per Dio. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti. E capovolge i suoi programmi: voleva un luogo in disparte e invece si trova risucchiato dal vortice della vita dolente. Vorrei essere uno tra i tanti, quella sera, sul lago. Li invidio non per il pane, ma per la seduzione che li trattiene lì, più forte della fame, della notte, della paura. Lo ascoltano ed ecco due imperativi a confronto: mandali a comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è la nostra, razionale, logica: se vuoi qualcosa, lo paghi. Gesù alza la posta: voi stessi date loro da mangiare! Fatelo voi! Sfamare l’uomo è cosa consegnata ai discepoli. Lo sappiamo che spetta a Dio, ma lui la mette direttamente nelle nostre mani. I cinque pani passano dalle mani di uno di loro a quelle di Gesù, da quelle di Gesù a quelle dei dodici, e poi a quelle di tutti i cinquemila. È bello che Dio ci salvi, ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone; è bello che Dio operi nel mondo, ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà. Quella sera tutti sono sfamati. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, peccatori pentiti e chi non lo è ancora. Ne sono degni? Domanda assurda. Certo che no! Chi è degno di Dio? Davanti al Signore la dignità è data solo dalla fame. Il profeta ripete nella prima lettura: Chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa. Nessuna meritocrazia presso Dio, in lui vige la logica del dono, del pane gioioso e immeritato. «Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (M. L. King). Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che infatti passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui di nuovo ai discepoli, da questi alla folla. Allora apriamo le nostre mani! Qualunque sia il tuo pane, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge le sue gocce. Per dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane.
(Padre Ermes Ronchi)



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