Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Questo è il mio Corpo, questa la mia Vita

Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca. Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori. Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo. La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga. Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato.

Ma se noi seguiamo la successione esatta delle parole volute da Gesù il verbo principale è: Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: Prendete. Per essere trasformati voi. A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo e da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? No. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Adesso, non avrà, come una specie di Tfr per la fine della vita. La vita eterna è già cominciata se è comunione con la vita dell’Eterno. Bellissima la domanda del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare lunghi giorni felici? Sì, io lo desidero, voglio gustarli, voglio goderli. Vuoi pienezza? La risposta è Gesù, con carne e sangue, cioè l’intera vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime e le sue passioni. E qui c’è una sorpresa. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me. Ma: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra. Le mie mani povere. Gesù non sta parlando della comunione eucaristica, ma del flusso caldo della sua vita, che nel nostro cuore può mettere radici, annaffiate del suo coraggio, dal suo perdersi in noi.

Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”. Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo).

Prendete, mangiate! Qui è il miracolo, il tabernacolo, lo stupore. Non andiamocene dal mondo senza essere diventati, anche noi come lui, pezzo di pane buono, spezzato per la fame e per la pace di qualcuno.

(Padre Ermes Ronchi)

 



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