Il cristianesimo in Italia pare essere inesorabilmente in declino. Una recente indagine riferisce che ogni anno circa 700.000 persone lasciano la fede cattolica e si dichiarano atei. L’80 per cento degli italiani non legge mai la Bibbia e la maggior parte dei giovani lascia la chiesa dopo la Cresima. Cercare realmente di seguire Gesù è un desiderio che riguarderebbe solo l’1 per certo degli italiani.
Mentre leggevo i dati di questa indagine mi sorgeva la domanda di Gesù:
Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?
Cosa deve accadere per cambiare la tendenza di questo declino del cristianesimo? Ma soprattutto la domanda che sorge spontanea è: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione?
Qualche mese fa è apparso sull’Osservatore Romano un articolo del sociologo Pier Giorgio Gawronski afferma: “da una parte, i credenti si trovano oggi in una condizione epocale davvero inedita, che trova nel segno delle “chiese sempre più vuote” una cifra particolarmente inquietante; dall’altra, una reale presa in carico di tale situazione imporrà loro un grande sforzo di pensiero, di cuore e di azione”.
Il possibile rimedio che egli prospetta è di rifarsi alla “fotografia” della chiesa dei primi cristiani scattata nel libro degli Atti degli Apostoli: i cristiani perseveravano in quattro cose: la trasmissione del messaggio evangelico (la catechesi), l’unione fraterna (l’amore del prossimo), lo spezzare il pane (l’Eucarestia) e la preghiera.
Questi sono i quattro aspetti che costituiscono la condizione necessaria per intraprendere nuovi sentieri che aprano alla speranza. Andrebbero ovviamente approfonditi. Qui mi limito a sottolineare che la dimensione in comune a tutti quattro è la relazione, lo stare insieme: non è pensabile una forma di cristianesimo “individualista”.
Se non si riparte da questa prospettiva ci sono due pericoli che stanno dietro l’angolo.
Il primo è che vedendo le chiese sempre più vuote i cristiani di oggi si induriscano in un perenne risentimento. Le nuove generazioni sono completamente estranee alla vita cristiana, non conoscono minimamente la grammatica della chiesa e non possono conoscere il fascino di Gesù. È normale dunque che i cristiani siano tentati di sentirsi risentiti. Tuttavia questa amarezza può essere un veleno che può avere effetti nocivi, perché come afferma Armando Matteo: una religione senza gioia induce a pensare che la vera gioia sia proprio senza religione”.
L’altro pericolo è di voler scivolare nella forma più brutta del tradizionalismo fine a se stesso. Sarebbe una strategia di difesa che ci chiuderebbe di fronte ad ogni novità e tentativo di cambiamento. La tradizione è sacrosanta, il tradizionalismo è una trappola. Oggi non possiamo più dire: facciamo come abbiamo sempre fatto. Non avrebbe nessun senso. Dovremmo invece, mantenendoci radicalmente ancorati al Vangelo di Gesù, cercare nuove strade di annuncio e di testimonianza.
In sintesi: la migliore risposta al declino del cristianesimo non è né inseguire né respingere la modernità, ma reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni nella comunità della chiesa. Come cristiani avvertiamo il bisogno di ritrovarci, di riflettere, di condividere, di confrontarci? Speriamo di si. Altrimenti il declino sarà proprio inesorabile.
Don Roberto
Pubblicato il 5 Febbraio 2022
in
Storie di fede e Riflessioni
