In questo anno anomalo le celebrazioni dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana dei nostri figli sono state posticipate e le vivremo nel mese di Settembre. Sono forse le feste più belle della parrocchia perché coinvolgono l’intera comunità e perché avvicinano tantissimo la liturgia alla vita.
La preparazione delle feste dei Sacramenti può essere una buona occasione per riflettere sul modo con cui i cristiani di oggi vivono la fede e la frequentazione della liturgia.
Tra le diverse tipologie di cristiani potremmo individuare i credenti praticanti, i credenti non praticanti e possono esserci anche i praticanti non credenti.
I primi sono coloro che cercano di far correre parallelamente la crescita della propria fede con la pratica religiosa. I secondi sono coloro che a fronte di una credenza personale non frequentano la chiesa e i terzi, ahimè, sono coloro che frequentano ma non si curano di far crescere la propria fede. Capisco che non è semplice racchiudere in maniera sbrigativa in questo piccolo schema la varietà dei credenti, anche perché ognuno ha la sua storia, il suo percorso e il suo vissuto. Tuttavia questo schema mi da la possibilità di mettere a fuoco un aspetto importante della vita spirituale del cristiano: cosa significa essere cristiani praticanti?
Oggi la risposta immediata a questa domanda potrebbe essere: il cristiano praticante è una persona che, più o meno fedelmente, adempie il suo dovere domenicale. In realtà il concetto di “cristiano praticante” nasce nel contesto dei padri della chiesa, nei primi secoli della fede cristiana e indica la forma di un uomo che prega durante tutta la sua vita, giorno per giorno e più volte al giorno e che pratica regolarmente la sua fede, allo stesso modo in cui, con regolarità, compie le necessarie funzioni vitali: mangiare, dormire, respirare…
Uno dei segreti della vita spirituale, ci dicono i Padri della Chiesa, è la regolarità, che si addice al ritmo della nostra vita. Dice Gabriel Bunge, monaco e maestro di vita spirituale: “Avviene come in qualsiasi mestiere o arte: non è per nulla sufficiente, per esempio, suonare di tanto in tanto un po’ di battute al pianoforte per poter diventare un buon pianista. L’esercizio è un buon maestro, in tutto, perciò anche nella preghiera e nelle celebrazioni liturgiche”.
La regolarità rende un cristiano praticante. La pratica della fede in questo senso non è una “tassa da pagare” per assolvere un precetto. È piuttosto l’esercizio regolare della funzione vitale della fede.
Ora mi domando, senza retorica, come potranno i nostri figli essere educati alla pratica regolare della preghiera e delle celebrazioni liturgiche quando i loro genitori, padrini e madrine non sono regolari in tale pratica?
A meno che per regolarità non si intenda “qualche battuta al pianoforte con la presunzione di essere musicisti”.
Don Roberto
Pubblicato il 5 Settembre 2020
in
Storie di fede e Riflessioni
