Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

il sito web della comunità parrocchiale San Giuseppe di Dalmine

Qualche battuta al pianoforte

In questo anno anomalo le celebrazioni dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana dei nostri figli sono state posticipate e le vivremo nel mese di Settembre. Sono forse le feste più belle della parrocchia perché coinvolgono l’intera comunità e perché avvicinano tantissimo la liturgia alla vita.

La preparazione delle feste dei Sacramenti può essere una buona occasione per riflettere sul modo con cui i cristiani di oggi vivono la fede e la frequentazione della liturgia.

Tra le diverse tipologie di cristiani potremmo individuare i credenti praticanti, i credenti non praticanti e possono esserci anche i praticanti non credenti.

I primi sono coloro che cercano di far correre parallelamente la crescita della propria fede con la pratica religiosa. I secondi sono coloro che a fronte di una credenza personale non frequentano la chiesa e i terzi, ahimè, sono coloro che frequentano ma non si curano di far crescere la propria fede. Capisco che non è semplice racchiudere in maniera sbrigativa in questo piccolo schema la varietà dei credenti, anche perché ognuno ha la sua storia, il suo percorso e il suo vissuto. Tuttavia questo schema mi da la possibilità di mettere a fuoco un aspetto importante della vita spirituale del cristiano: cosa significa essere cristiani praticanti?

Oggi la risposta immediata a questa domanda potrebbe essere: il cristiano praticante è una persona che, più o meno fedelmente, adempie il suo dovere domenicale. In realtà il concetto di “cristiano praticante” nasce nel contesto dei padri della chiesa, nei primi secoli della fede cristiana e indica la forma di un uomo che prega durante tutta la sua vita, giorno per giorno e più volte al giorno e che pratica regolarmente la sua fede, allo stesso modo in cui, con regolarità, compie le necessarie funzioni vitali: mangiare, dormire, respirare…

Uno dei segreti della vita spirituale, ci dicono i Padri della Chiesa, è la regolarità, che si addice al ritmo della nostra vita. Dice Gabriel Bunge, monaco e maestro di vita spirituale: “Avviene come in qualsiasi mestiere o arte: non è per nulla sufficiente, per esempio, suonare di tanto in tanto un po’ di battute al pianoforte per poter diventare un buon pianista. L’esercizio è un buon maestro, in tutto, perciò anche nella preghiera e nelle celebrazioni liturgiche”.

La regolarità rende un cristiano praticante. La pratica della fede in questo senso non è una “tassa da pagare” per assolvere un precetto. È piuttosto l’esercizio regolare della funzione vitale della fede.

Ora mi domando, senza retorica, come potranno i nostri figli essere educati alla pratica regolare della preghiera e delle celebrazioni liturgiche quando i loro genitori, padrini e madrine non sono regolari in tale pratica?

A meno che per regolarità non si intenda “qualche battuta al pianoforte con la presunzione di essere musicisti”.

Don Roberto

 



in Storie di fede e Riflessioni