Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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La gola

La gola è considerato un peccato capitale perché è un abbandono esagerato nei piaceri della tavola, e non solo. È il desiderio di ingurgitare cibi, bevande o sostanze più di quanto l’individuo necessiti. L’ingordo è così incapace di controllo di sé.

Il racconto biblico di Adamo ed Eva indica che ogni vizio umano si radica sul livello del bisogno primario per eccellenza, quello del nutrimento, ma occorre essere razionali: occorre mangiare per vivere, e non vivere per mangiare.

Afferma Enzo Bianchi: L’ingordigia è un atteggiamento di smoderatezza in rapporto al cibo, una “brama di cibo non ordinata” che si articola poi in golosità, cioè eccesso nella ricerca della qualità del cibo, e in voracità, incapacità a rispettare tempi e modi nel mangiare. Sì, mangiare è una funzione essenziale, ma rischia sempre di ridursi a un’animalità irriflessa, non ragionata.

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La lussuria

La lussuria si definisce come il disordinato desiderio del piacere sessuale collocato al primo posto, come fine a sé stesso, indipendentemente dai fini che il creatore ha posto nella sessualità: l’amore per il prossimo, l’unione nell’amore e la procreazione. La lussuria ha come unico fine la sola soddisfazione personale, perseguendo il piacere sessuale ad ogni costo.

La persona lussuriosa diventa facilmente schiava delle proprie pulsioni sessuali giustificandosi ogni ricerca e modo di soddisfazione.

Nel catechismo della chiesa, il desiderio sessuale non è malvagio di per sé poiché rientra nell’ordine divino della creazione. Ma quando tale desiderio viene separato dall’amore di Dio e unito soltanto all’amore di sé, diventa lussuria, peccato e vizio. Come osserva Enzo Bianchi: La lussuria consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro. Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza. L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio “altro”, sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione.

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L’accidia

L’accidia è una parola poco familiare per la maggior parte degli uomini. In una bancarella ho letto questa frase stampata su una maglietta: “Non fare oggi ciò che potresti fare domani e se ti viene voglia di fare qualcosa, fermati! Vedrai che ti passa”. Anche se in forma parziale l’accidia potrebbe essere rappresentata da questa affermazione.

Papa Francesco in una recente omelia in santa Marta ha parlato dell’accidia come l’inattività del cuore, la claustrofobia dell’essere, lo sconforto senza confini. Un vizio, per i cristiani, che porta anche ad alzare le spalle e tirare dritto senza intervenire, annoiati e malinconici.

L’accidia si definisce come male esistenziale, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene. È una parola greca che letteralmente significa senza cura, negligenza, indifferenza.

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L’invidia

San Tommaso definisce l’invidia come il “sentimento di tristezza per il bene degli altri, percepito come male proprio perché si pensa possa sminuire la propria gloria o la propria eccellenza. L’invidia, conclude san Tommaso, è sempre una cosa malvagia, è un peccato mortale perché si oppone direttamente alla misericordia e alla carità”.

C’è una domanda che accende l’invidia come un fuoco: “Perché lui si e io no?”. Qualcuno ha definito l’invidia “la religione dei tristi”. Ed è anche il sentimento più inconfessato, come giustamente ha affermato Francois La Rochefoucauld: “Molti sono disposti a esibire i propri vizi, ma nessuno oserebbe vantarsi della propria invidia”. L’invidia resta segreta e triste. Ed anche dolorosa, perché è un vero e proprio auto avvelenamento dell’anima. Chi meglio di tutti ha cercato di rappresentare questo vizio capitale è sicuramente Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La raffigura come una donna anziana dalle mani rapaci, avvolta dal tormento di un fuoco che ne brucia le vesti. Il fuoco indica il suo tormento interiore. Dalla sua bocca esce un serpente che gli si rivolta contro iniettandole negli occhi il veleno mortale. Le sue orecchie spropositate sono il segno della sua malvagia curiosità che la porta ad ascoltare maldicenze per nutrirsi di concorrenza e di  gelosia.

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L’ira

Dice Aristotele: “Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile”.

L’ira è un sentimento improvviso e violento che tende a sfogarsi con parole concitate, talvolta con offese, con atti di rabbia e di risentimento, come reazione di vendetta ad una provocazione.

Ma per cosa l’uomo si arrabbia? Per cosa io mi arrabbio?

I motivi sono ovviamente molti. Alcuni gravi, alcuni realmente minimi. A volte per cause giuste e a volte solo per cattivo umore.

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L’avarizia

L’avarizia viene definita come l’attaccamento eccessivo alle ricchezze, senza volersene separare per alcun motivo, è il desiderio di possedere e conservare denaro, beni o oggetti di valore per sé stessi in quantità di molto maggiori a quanto necessario per la sopravvivenza o per una vita comoda. L’avaro ha un eccessivo ritegno nello spendere e nel donare, il valore che attribuisce a ciò che possiede è smisurato e supera qualunque altro valore: conta quindi semplicemente l’avere piuttosto che il fruire di ciò che si ha, il tenere per sé piuttosto che il dare.

Nel Cristianesimo l’avarizia, proprio perché porta chi ne è travolto a mettere le ricchezze al di sopra di tutto, è considerata una forma di idolatria: il denaro prende il posto di Dio.

“L’amore del denaro è la radice di tutti i mali”: con questa affermazione san Paolo riassume tutta la riflessione sull’avarizia, considerata dalla dottrina cattolica come cupidigia disordinata di beni materiali, utili per altro nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo.

L’avarizia è la radice di molti peccati: l’avidità, la brama di possedere, la fiducia smodata riposta nel denaro.

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La superbia

In ordine alfabetico è l’ultimo dei vizi capitali, ma la superbia è il primo in ordine di importanza, primo perché considerato la radice di tutti gli altri.
La superbia viene definita come una profonda e radicata convinzione della propria superiorità, per lo più presunta, che si traduce in atteggiamenti di orgoglioso distacco o anche di ostentato disprezzo verso gli altri.

Nel suo Commento morale a Giobbe, il grande Papa Gregorio Magno identifica quattro atteggiamenti che permettono di riconoscere la superbia:
– quando si pensa che il bene derivi da noi stessi;
– quando si crede che, se ci viene dato dall’alto, è per i nostri meriti;
– quando ci si vanta di avere ciò che non si ha;
– quando, disprezzando gli altri, si aspira ad apparire gli unici dotati di determinate qualità.

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La bestemmia

Dappertutto si sentono parole che offendono Dio, la Madonna e le cose sacre. Mi domando perché si bestemmia? Mi è capitato in una di queste sere un fatto che mi ha fatto molto riflettere. Stavo entrando in oratorio e vedo, seduto ad un tavolo, un gruppo di ragazzi che mai avevo visto, stavano tranquillamente giocando a carte. Mentre li oltrepasso li saluto e loro ricambiano. Ma non li conosco e nemmeno loro presumo mi conoscano. Ad un certo punto uno di loro grida una bestemmia per una giocata sbagliata del compagno. Torno indietro al volo e li invito a non bestemmiare. Uno di loro mi dice: io faccio quello che voglio. Ma sei in un luogo preciso, gli dico. E gli altri ridono. Mi sento un po’ deriso ma vado avanti deciso. Li affronto ma senza svelare chi sono. Ad un certo punto uno di loro alza la voce e mi grida con arroganza: basta dai la stai facendo lunga per una bestemmia. Devo dire che ho saputo stare calmo, perché istintivamente li avrei presi a sberle. Mi danno fastidio, molto fastidio la bestemmia e la volgarità del linguaggio in genere. Figuriamoci in oratorio. Allora gli dico che sono il parroco, che possono benissimo entrare in oratorio, stare insieme e divertirsi, ma che devono evitare di bestemmiare e di essere volgari. Si calmano, sono sorpresi e si scusano. Non è per me che ve l’ho detto, ma per voi, perché la bestemmia è segno di stupidità e di ignoranza.

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Per chi suona … la sirena?

L’avvicinarsi del 6 Luglio suscita sempre nel cuore dei dalminesi un intreccio di sentimenti vivissimi. Soprattutto nelle persone anziane che hanno ancora negli occhi, nelle orecchie e nel cuore il dramma di quelle inquietanti vicende.

Ogni anno vado a rileggermi le testimonianze e a rivedere le immagini. In particolare le parole del diario del parroco di Dalmine don Sandro Bolis.

“…verso le tre del pomeriggio, cessati i soccorsi attorno ai feriti, incominciai il trasporto delle salme dallo stabilimento alla chiesa parrocchiale che spalanca le sue porte come madre pietosa ad accogliere tutti quei corpi sanguinanti e ormai privi di vita. A sera ci sono già 160 salme allineate all’interno della chiesa, sgombra dei banchi fatti portare fuori. La chiesa (pure colpita benché in modo non grave) è diventata un’immensa sala mortuaria, mentre si susseguono scene indescrivibili di pianto e di dolore e mentre, ogni tanto, falsi allarmi gettano panico tra la gente che fugge terrorizzata…”.

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La Grazia di Dio e la nostra responsabilità

Pensando alla chiesa e al suo futuro attraverso il filtro della questione vocazionale dei preti le prospettive non sono molto rosee. Certo non dobbiamo perderci d’animo e avere fiducia in ciò che il Signore ci riserverà nei suoi disegni imperscrutabili ma nello stesso tempo dobbiamo rimboccarci le maniche con molta responsabilità.

Mi viene in mente ciò che è accaduto ad un parroco mentre passando accanto ad un campo pronto per il raccolto dice al contadino: «Non è magnifico vedere ciò che la grazia di Dio ha realizzato?». E il contadino gli risponde con ironia: «Lei avrebbe dovuto vedere come appariva il campo quando agiva solo la grazia di Dio!».

Il Signore per conto suo potrebbe fare ogni cosa, ma non fa nulla senza l’assenso libero e la fattiva collaborazione dei suoi figli. Ci aspettiamo tutto dal Signore ma questo non ci esenta dalle nostre responsabilità. Come acutamente osservava Sant’ Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio».

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Il Cristo che sorride

Sull’isola di Lèrins in Francia c’è uno dei simboli più splendidi che racchiude tutti i miei trent’anni di sacerdozio e non solo. È il volto del Cristo che sorride. Quando l’ho potuto contemplare la prima volta è come iniziato un lungo e profondo dialogo con il Maestro e Signore della mia vita. Quel sorriso è come un cenno di complicità, di intesa, un accoglienza senza riserve. Io sono con te per sempre fino alla fine del mondo. Quel sorriso ha più volte colmato i vuoti causati dai miei limiti e dalle mie inadempienze. Quel sorriso ha sostenuto e rinvigorito le mie stanchezza e ha consolato le mie solitudini.

Più volte sono ritornato per lasciarmi ammansire da quel volto ed ogni giorno mi porto dentro questa immagine. Dopo tanti anni mi ritrovo a ripetere la medesima affermazione: Quel sorriso è la mia vocazione, la mia scuola e il mio progetto.

È la mia vocazione perché mai Gesù mi ha lasciato indifferente, mai mi ha stancato, mai ha esaurito il suo fascino.

È la mia scuola perché Gesù sorride mentre muore, mentre sta donando la sua vita per me, per salvarmi. Ho imparato così che senza amore non si salva nessuno. E non mi fa più paura la necessità di sacrificarmi, di donarmi. Mi fa invece paura il doverlo fare senza sorriso.

Quel sorriso è il mio progetto perché voglio continuare a sperimentare la forza prodigiosa che scaturisce da un sì pronunciato con amore, nella libertà e nella gioia.

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Il Corpo del Signore

È la Festa dell’Eucarestia, il Pane Bianco nel quale si nasconde la presenza reale di Gesù. È la festa del tabernacolo che, come diceva Madre Teresa di Calcutta, ci garantisce che Gesù “ha piantato la sua tenda” in mezzo a noi. In questa Festa vengono evidenziati due aspetti: la Comunione e l’Adorazione.

Ci lasciamo aiutare dalla testimonianza del Santo Curato d’Ars, il santo sacerdote, patrono dei parroci, che per oltre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio di Ars in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza. Egli attingeva la sua carità pastorale dall’inesauribile fonte dell’Eucaristia. Ai suoi parrocchiani diceva: “Non dire che non ne sei degno. È vero, non ne sei degno, ma ne hai bisogno”.

Noi non ci comunichiamo perché siamo perfetti o migliori di altri. No, lo facciamo proprio perché ne abbiamo bisogno, perché senza Eucarestia ci manca la forza per vivere.

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