Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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IL TERZO COMANDAMENTO: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»

Diceva Roberto Benigni nello spettacolo televisivo del 2014: “Questo comandamento è il comandamento preferito dall’Autore, da Dio stesso. È il comandamento che Dio ama più di tutti”. Perché con queste parole il Signore invita gli uomini a dedicare un giorno alla settimana a Lui.

È il comandamento che ha la formulazione più lunga: “Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato”. (Esodo 20, 8-11)

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IL SECONDO COMANDAMENTO: «Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio»

Chi bestemmia non ragiona. E chi ragiona non bestemmia. Il primo significato di questo comandamento è quello che tutti ben conosciamo: non bestemmiare il nome del Signore, cioè non imprecare, non dire cose indecenti di Dio. La bestemmia è sicuramente la principale trasgressione del secondo comandamento.

Per i credenti la bestemmia è un peccato. Mentre per coloro che non credono è un comportamento assurdo. Per tutti è senz’altro un segno di bassezza morale.

Anche se ho trovato un pensiero interessante di Enzo Bianchi che dice: Quanto alla bestemmia chiediamoci se chi bestemmia vuole davvero offendere Dio, se chi bestemmia non voglia offendere l’immagine che noi credenti abbiamo dato di Dio. Chiediamoci anche se chi bestemmia, in quella forma così paradossale, non finisca per fare un’invocazione o un grido di rabbia che può essere, agli occhi di Dio, una preghiera.

Il nome, soprattutto nella mentalità ebraica, rappresenta la realtà globale della persona. Offendere il nome è offendere la persona stessa di Dio. Dovremmo perciò continuamente chiederci cosa sta dietro tante bestemmie.

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IL PRIMO COMANDAMENTO: «Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me»

Veramente, afferma Ermes Ronchi, amare Dio, più che un comandamento, è un privilegio, una concessione. Questo pensiero guida la riflessione dei cristiani sul Decalogo. Riflessione che troppo spesso è stata equivocata dal considerare le dieci Leggi come dei divieti o delle negazioni così vincolanti da limitare la libertà degli uomini.

L’approccio che soprattutto la rilettura evangelica ci propone è di valutare il Decalogo come a 10 strade verso la libertà, un privilegio appunto che Dio offre ai suoi figli.

Se scoprissimo questo, non cesseremmo di ringraziare Dio che ci sprona in tutti i modi di amarlo e non vorremmo far altro che coltivare autenticamente questo amore. Un amore che non delude mai e che anzi colma abbondantemente ogni bisogno di amore che c’è nel nostro cuore.

Il primo comandamento mette l’accento proprio sulla volontà di Dio che gli uomini lo amino senza riserve e senza alternative. Mentre gli uomini spesso si dimenticano di rendere a Dio un vero culto d’amore.

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Le virtù cardinali: la temperanza

Temperare è una parola che ha diversi significati. Anticamente i romani usavano “temperare” il vino con l’acqua per renderlo meno forte. Temperare significa mescolare nelle giuste proporzioni. Temperare nel linguaggio gastronomico significa correggere qualche cosa col mescolarvene un’altra contraria per attenuare o addolcire ciò che vi è in essa d’eccessivo.

Più genericamente significa, attenuare, mitigare, moderare, frenare. Ma temperare significa anche dare la tempra, come con l’acciaio o con il vetro.

Nel linguaggio del catechismo la temperanza è la virtù che mira a disciplinare gli istinti, stabilendo una regola che serva a dominarli.

A questo punto nasce facilmente la domanda: ma perché non posso seguire gli impulsi della natura umana? Che male c’è?

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Le virtù cardinali: la fortezza

Credo che tutti abbiamo davanti agli occhi una fotografia che ha suscitato enorme stupore: una fila di carri armati arrestati di fronte ad un giovane. È una foto
scattata nella piazza di Tiananmen di Pechino in Cina durante la rivolta studentesca del 1989. Quella foto divenne simbolicamente famosa a rappresentare lo scontro tra la forza (i carri armati) e la fortezza (il giovane cinese).
Osservando la foto ritorna alla mente un altro scontro, forse ancor più famoso, quello tra il gigante Golia ed il piccolo Davide, raccontato nella Bibbia.
Spesso forza e fortezza si confondono, ma non sono la stessa cosa. Se la forza si riferisce all’energia del corpo o delle armi, ai muscoli e alla potenza fisica, la fortezza è un dono dello Spirito Santo ed è una virtù cardinale.
Il Catechismo della chiesa cattolica afferma che la fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli, nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa.

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Le virtù cardinali: la giustizia

Già 400 anni prima di Gesù il filosofo greco Aristotele aveva affermato che la giustizia di questo mondo è una ragnatela che ferma i moscerini e lascia passare gli uccelli.

La giustizia umana, quando è veramente tale, regola i rapporti tra le persone, ed esige il rispetto dei diritti naturali e positivi propri e altrui. La virtù cardinale della giustizia, invece, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto.

Il lungo cammino della comprensione della giustizia parte da una indicazione del libro del Levitico: “Non commettere ingiustizia in giudizio: non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” e giunge alla sua piena maturazione con l’annuncio evangelico di Gesù: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi, non entrerete nel regno dei cieli” e soprattutto con la beatitudine: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

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La gola

La gola è considerato un peccato capitale perché è un abbandono esagerato nei piaceri della tavola, e non solo. È il desiderio di ingurgitare cibi, bevande o sostanze più di quanto l’individuo necessiti. L’ingordo è così incapace di controllo di sé.

Il racconto biblico di Adamo ed Eva indica che ogni vizio umano si radica sul livello del bisogno primario per eccellenza, quello del nutrimento, ma occorre essere razionali: occorre mangiare per vivere, e non vivere per mangiare.

Afferma Enzo Bianchi: L’ingordigia è un atteggiamento di smoderatezza in rapporto al cibo, una “brama di cibo non ordinata” che si articola poi in golosità, cioè eccesso nella ricerca della qualità del cibo, e in voracità, incapacità a rispettare tempi e modi nel mangiare. Sì, mangiare è una funzione essenziale, ma rischia sempre di ridursi a un’animalità irriflessa, non ragionata.

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La lussuria

La lussuria si definisce come il disordinato desiderio del piacere sessuale collocato al primo posto, come fine a sé stesso, indipendentemente dai fini che il creatore ha posto nella sessualità: l’amore per il prossimo, l’unione nell’amore e la procreazione. La lussuria ha come unico fine la sola soddisfazione personale, perseguendo il piacere sessuale ad ogni costo.

La persona lussuriosa diventa facilmente schiava delle proprie pulsioni sessuali giustificandosi ogni ricerca e modo di soddisfazione.

Nel catechismo della chiesa, il desiderio sessuale non è malvagio di per sé poiché rientra nell’ordine divino della creazione. Ma quando tale desiderio viene separato dall’amore di Dio e unito soltanto all’amore di sé, diventa lussuria, peccato e vizio. Come osserva Enzo Bianchi: La lussuria consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro. Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza. L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio “altro”, sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione.

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L’accidia

L’accidia è una parola poco familiare per la maggior parte degli uomini. In una bancarella ho letto questa frase stampata su una maglietta: “Non fare oggi ciò che potresti fare domani e se ti viene voglia di fare qualcosa, fermati! Vedrai che ti passa”. Anche se in forma parziale l’accidia potrebbe essere rappresentata da questa affermazione.

Papa Francesco in una recente omelia in santa Marta ha parlato dell’accidia come l’inattività del cuore, la claustrofobia dell’essere, lo sconforto senza confini. Un vizio, per i cristiani, che porta anche ad alzare le spalle e tirare dritto senza intervenire, annoiati e malinconici.

L’accidia si definisce come male esistenziale, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene. È una parola greca che letteralmente significa senza cura, negligenza, indifferenza.

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L’invidia

San Tommaso definisce l’invidia come il “sentimento di tristezza per il bene degli altri, percepito come male proprio perché si pensa possa sminuire la propria gloria o la propria eccellenza. L’invidia, conclude san Tommaso, è sempre una cosa malvagia, è un peccato mortale perché si oppone direttamente alla misericordia e alla carità”.

C’è una domanda che accende l’invidia come un fuoco: “Perché lui si e io no?”. Qualcuno ha definito l’invidia “la religione dei tristi”. Ed è anche il sentimento più inconfessato, come giustamente ha affermato Francois La Rochefoucauld: “Molti sono disposti a esibire i propri vizi, ma nessuno oserebbe vantarsi della propria invidia”. L’invidia resta segreta e triste. Ed anche dolorosa, perché è un vero e proprio auto avvelenamento dell’anima. Chi meglio di tutti ha cercato di rappresentare questo vizio capitale è sicuramente Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La raffigura come una donna anziana dalle mani rapaci, avvolta dal tormento di un fuoco che ne brucia le vesti. Il fuoco indica il suo tormento interiore. Dalla sua bocca esce un serpente che gli si rivolta contro iniettandole negli occhi il veleno mortale. Le sue orecchie spropositate sono il segno della sua malvagia curiosità che la porta ad ascoltare maldicenze per nutrirsi di concorrenza e di  gelosia.

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L’ira

Dice Aristotele: “Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile”.

L’ira è un sentimento improvviso e violento che tende a sfogarsi con parole concitate, talvolta con offese, con atti di rabbia e di risentimento, come reazione di vendetta ad una provocazione.

Ma per cosa l’uomo si arrabbia? Per cosa io mi arrabbio?

I motivi sono ovviamente molti. Alcuni gravi, alcuni realmente minimi. A volte per cause giuste e a volte solo per cattivo umore.

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L’avarizia

L’avarizia viene definita come l’attaccamento eccessivo alle ricchezze, senza volersene separare per alcun motivo, è il desiderio di possedere e conservare denaro, beni o oggetti di valore per sé stessi in quantità di molto maggiori a quanto necessario per la sopravvivenza o per una vita comoda. L’avaro ha un eccessivo ritegno nello spendere e nel donare, il valore che attribuisce a ciò che possiede è smisurato e supera qualunque altro valore: conta quindi semplicemente l’avere piuttosto che il fruire di ciò che si ha, il tenere per sé piuttosto che il dare.

Nel Cristianesimo l’avarizia, proprio perché porta chi ne è travolto a mettere le ricchezze al di sopra di tutto, è considerata una forma di idolatria: il denaro prende il posto di Dio.

“L’amore del denaro è la radice di tutti i mali”: con questa affermazione san Paolo riassume tutta la riflessione sull’avarizia, considerata dalla dottrina cattolica come cupidigia disordinata di beni materiali, utili per altro nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo.

L’avarizia è la radice di molti peccati: l’avidità, la brama di possedere, la fiducia smodata riposta nel denaro.

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