Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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Ultimi articoli pubblicati

L’alfabeto della Parrocchia: A COME ACCOGLIERE

Ad un parroco è stata fatta recentemente questa domanda: Come ti immagini la Parrocchia di domani? E lui risponde: Un luogo che custodisce la bellezza, la tenerezza che tiene la porta aperta e il focolare acceso, perché la salvezza è diventare fraternità.

Bella questa immagine della porta aperta e del focolare acceso. Fa immediatamente pensare alla casa. Ricordo che un giorno stavo per visitare una persona della nostra parrocchia. Suonato il campanello sento che dall’interno questa persona apre tre serrature della porta blindatissima e poi esclama tra se: “non si è mai chiusi a sufficienza!”.

Capisco anch’io che la sicurezza è importante, ma questo non ci deve chiudere in noi stessi.

La parola “Parrocchia” significa letteralmente “Casa tra le case”. Ciò che rende gradevole abitare una casa è proprio la capacità reciproca di accoglienza.

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IL DECIMO COMANDAMENTO: «Non desidererai la roba del tuo prossimo»

Il decimo comandamento ha la stessa radice del nono: “Non desidererai” e proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal settimo comandamento.

Nella Bibbia si racconta che Nabot era il proprietario di un vigna, e quella vigna era tutto ciò che egli possedeva.  Acab, il re di Samaria, desiderava ottenerla per averla come un orto. Nabot si rifiutò di venderla al re. Il perfido Acab farà di tutto per avere quella vigna fino a complottare per far lapidare Nabot.

Da sempre l’uomo non si fa scrupolo di impossessarsi di tutto ciò che la propria ingordigia gli indica, anche a costo di mentire e di fare male agli altri.

La vigna di Nabot può essere considerata il simbolo della “roba” che appartiene al prossimo e che è oggetto del desiderio di altri.

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IL NONO COMANDAMENTO: «Non desidererai la moglie del tuo prossimo»

Il nono e il decimo comandamento sono da ascoltare come se fossero uno. Ad avvicinarli è la stessa radice: “Non desidererai”.

Il significato potrebbe essere scoperto in questo riassunto: dopo aver esortato l‘uomo a non prendersi gioco dei propri fratelli e ad essere sincero nei loro confronti, Dio, con gli ultimi due comandamenti, esorta l‘uomo a rispettare i legami tra le persone, a mettere le briglie all’egoismo e al desiderio di possesso che potrebbero spingerlo a infrangere relazioni consolidate.

Il cuore delle persone è spesso tentato di “distrarsi” un attimo per volgere lo sguardo verso possibili “occasioni straordinarie”.

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L’OTTAVO COMANDAMENTO: «Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo»

Questo comandamento proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri.

Dio non solo vuole la verità, ma è la Verità e la vocazione del popolo di Dio consiste nell’essere testimonianza trasparente della verità. In questo senso essere fedeli a Dio significa ricercare la verità e  impegnarsi a testimoniarla.

Non si tratta perciò solo di “non dire le bugie”, che già sarebbe tanto, ma di non deve accusare ingiustamente nessuno e di deporre sempre la verità.

Ubbidire a questo comandamento implica lasciarsi educare dalla Verità ed essere persone leali, oneste e sincere.

Gesù riprende l’insegnamento dell’Antico Testamento ed insegna che il parlare deve essere “sì, sì, no, no; perché il di più viene dal maligno.

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IL SETTIMO COMANDAMENTO: «Non rubare»

Ci sono cose che rimangono indelebilmente scolpite nella nostra mente anche a distanza di moltissimi anni. Avrò avuto otto o nove anni e arrivò in parrocchia un sacerdote missionario in Africa per la giornata missionaria. Aveva una barba lunghissima e una voce potente come un trombone. Ricordo come fosse oggi quando durante la predica disse queste parole: se uno ha due cappotti nel guardaroba della sua camera, uno l’ha rubato, perché vuol dire che c’è qualcuno che non ne ha nemmeno uno.

Quell’episodio mi ha accompagnato per tutta la vita, con un sentimento di inquietudine pensando alle nostre case intasata da molte cose superflue. Quel missionario si sarà sicuramente ispirato ad una affermazione di Gandhi, vero campione di santità, anche se non appartiene al cristianesimo, eroe della giustizia, della pace e della non violenza. Gandhi dice: “Chiunque abbia qualcosa che non usa, è un ladro.”

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IL QUINTO COMANDAMENTO: «Non uccidere»

Penso che nessuno possa mettere in discussione questo comandamento. Per questo in maniera categorica il catechismo della chiesa cattolica afferma: « La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente ».

Tuttavia questa consapevolezza spesso si appanna. Soprattutto nei casi limite, quando cioè la vita diventa indifesa, debole e perciò manipolabile. Pensiamo all’aborto, all’eutanasia o al suicidio.

Questi sono temi talmente complessi e delicati che non mi azzardo nemmeno ad entrare in merito, anche se sarebbe interessante farlo.

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IL TERZO COMANDAMENTO: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»

Diceva Roberto Benigni nello spettacolo televisivo del 2014: “Questo comandamento è il comandamento preferito dall’Autore, da Dio stesso. È il comandamento che Dio ama più di tutti”. Perché con queste parole il Signore invita gli uomini a dedicare un giorno alla settimana a Lui.

È il comandamento che ha la formulazione più lunga: “Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato”. (Esodo 20, 8-11)

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IL SECONDO COMANDAMENTO: «Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio»

Chi bestemmia non ragiona. E chi ragiona non bestemmia. Il primo significato di questo comandamento è quello che tutti ben conosciamo: non bestemmiare il nome del Signore, cioè non imprecare, non dire cose indecenti di Dio. La bestemmia è sicuramente la principale trasgressione del secondo comandamento.

Per i credenti la bestemmia è un peccato. Mentre per coloro che non credono è un comportamento assurdo. Per tutti è senz’altro un segno di bassezza morale.

Anche se ho trovato un pensiero interessante di Enzo Bianchi che dice: Quanto alla bestemmia chiediamoci se chi bestemmia vuole davvero offendere Dio, se chi bestemmia non voglia offendere l’immagine che noi credenti abbiamo dato di Dio. Chiediamoci anche se chi bestemmia, in quella forma così paradossale, non finisca per fare un’invocazione o un grido di rabbia che può essere, agli occhi di Dio, una preghiera.

Il nome, soprattutto nella mentalità ebraica, rappresenta la realtà globale della persona. Offendere il nome è offendere la persona stessa di Dio. Dovremmo perciò continuamente chiederci cosa sta dietro tante bestemmie.

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IL PRIMO COMANDAMENTO: «Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me»

Veramente, afferma Ermes Ronchi, amare Dio, più che un comandamento, è un privilegio, una concessione. Questo pensiero guida la riflessione dei cristiani sul Decalogo. Riflessione che troppo spesso è stata equivocata dal considerare le dieci Leggi come dei divieti o delle negazioni così vincolanti da limitare la libertà degli uomini.

L’approccio che soprattutto la rilettura evangelica ci propone è di valutare il Decalogo come a 10 strade verso la libertà, un privilegio appunto che Dio offre ai suoi figli.

Se scoprissimo questo, non cesseremmo di ringraziare Dio che ci sprona in tutti i modi di amarlo e non vorremmo far altro che coltivare autenticamente questo amore. Un amore che non delude mai e che anzi colma abbondantemente ogni bisogno di amore che c’è nel nostro cuore.

Il primo comandamento mette l’accento proprio sulla volontà di Dio che gli uomini lo amino senza riserve e senza alternative. Mentre gli uomini spesso si dimenticano di rendere a Dio un vero culto d’amore.

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Le virtù cardinali: la temperanza

Temperare è una parola che ha diversi significati. Anticamente i romani usavano “temperare” il vino con l’acqua per renderlo meno forte. Temperare significa mescolare nelle giuste proporzioni. Temperare nel linguaggio gastronomico significa correggere qualche cosa col mescolarvene un’altra contraria per attenuare o addolcire ciò che vi è in essa d’eccessivo.

Più genericamente significa, attenuare, mitigare, moderare, frenare. Ma temperare significa anche dare la tempra, come con l’acciaio o con il vetro.

Nel linguaggio del catechismo la temperanza è la virtù che mira a disciplinare gli istinti, stabilendo una regola che serva a dominarli.

A questo punto nasce facilmente la domanda: ma perché non posso seguire gli impulsi della natura umana? Che male c’è?

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Le virtù cardinali: la fortezza

Credo che tutti abbiamo davanti agli occhi una fotografia che ha suscitato enorme stupore: una fila di carri armati arrestati di fronte ad un giovane. È una foto
scattata nella piazza di Tiananmen di Pechino in Cina durante la rivolta studentesca del 1989. Quella foto divenne simbolicamente famosa a rappresentare lo scontro tra la forza (i carri armati) e la fortezza (il giovane cinese).
Osservando la foto ritorna alla mente un altro scontro, forse ancor più famoso, quello tra il gigante Golia ed il piccolo Davide, raccontato nella Bibbia.
Spesso forza e fortezza si confondono, ma non sono la stessa cosa. Se la forza si riferisce all’energia del corpo o delle armi, ai muscoli e alla potenza fisica, la fortezza è un dono dello Spirito Santo ed è una virtù cardinale.
Il Catechismo della chiesa cattolica afferma che la fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli, nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa.

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Le virtù cardinali: la giustizia

Già 400 anni prima di Gesù il filosofo greco Aristotele aveva affermato che la giustizia di questo mondo è una ragnatela che ferma i moscerini e lascia passare gli uccelli.

La giustizia umana, quando è veramente tale, regola i rapporti tra le persone, ed esige il rispetto dei diritti naturali e positivi propri e altrui. La virtù cardinale della giustizia, invece, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto.

Il lungo cammino della comprensione della giustizia parte da una indicazione del libro del Levitico: “Non commettere ingiustizia in giudizio: non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” e giunge alla sua piena maturazione con l’annuncio evangelico di Gesù: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi, non entrerete nel regno dei cieli” e soprattutto con la beatitudine: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

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