Parrocchia e Oratorio San Giuseppe, Dalmine (BG)

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L’alfabeto della Parrocchia 2: S come SUPERSTIZIONE

Il vocabolario dice che per superstizione si intende l’insieme di credenze o di pratiche rituali dettate da ignoranza, frutto di errore, di convinzioni sorpassate, di atteggiamenti irrazionali.

Il canto della civetta, il gatto nero che attraversa la strada, lo specchio rotto, il passare sotto una scala, lo spargere sale, aprire l’ombrello il casa, prendere l’aereo il 13 o il 17… Ogni cosa, essere o evento, per l’irrazionale della nostra mente, può portare fortuna o sfortuna, può avere effetti positivi o negativi.

Le superstizioni affondano le radici nell’irrazionale. Con l’avvento della scienza e della tecnica avrebbero dovuto scomparire. Invece continuano ad accompagnare i pensieri e le scelte di molte persone.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: R come RISPETTO UMANO

Cosa diranno gli altri? Il rispetto umano è considerare così importante il parere degli altri da non essere liberi di esprimere serenamente le proprie convinzioni ed essere dipendente dalla convenienza.

Dal punto di vista della nostra fede cristiana è triste vedere i discepoli di Gesù estremamente attenti a cosa fanno e dicono gli altri per risultare graditi alle persone che hanno davanti. È triste vedere i cristiani che evitano meticolosamente ogni elemento per non passare come antipatici, retrogradi o scomodi. Il problema in fondo è che, mentre stanno attenti al giudizio degli uomini, mettono bellamente da parte il giudizio del Signore e quindi lo sforzo di essere graditi a Lui e a Lui solo. Gesù nel Vangelo ha invece affermato che l’essere controcorrente è addirittura un sintomo, un termometro sicuro per sapere che stiamo agendo per Lui.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: Q come QUOTIDIANO

Quotidiano è un aggettivo che si riferisce a qualcosa che avviene ogni giorno, come un giornale che ogni giorno troviamo in edicola, come il lavoro, il mangiare, il dormire…

Quotidiano è qualcosa che ci è necessario per vivere. Nel Vangelo, quando Gesù insegna ai suoi discepoli a pregare, c’è l’invocazione “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, che indica appunto che il pane è indispensabile per il nostro sostentamento. Nella preghiera il pane “quotidiano” diventa simbolo di tutto ciò che ci è necessario: il cibo, certo, ma anche l’amore e anche le condizioni per una vita felice.

Così prega questo versetto del Vangelo Ernesto Olivero, fondatore del Sermig: “Dammi oggi, il pane quotidiano… Il pane della speranza, per dare speranza. Il pane della gioia, da poter spartire. Il pane dell’intelligenza, per varcare l’impossibile. Il pane del sorriso, da trasmettere agli altri. Il pane della misericordia, perché possa ricevere e dare perdono. Il pane del dolore, da condividere. Il pane della grazia, per non attaccarmi al male. Il pane della fraternità, per diventare una cosa sola con i miei fratelli. Il pane del tempo, per conoscerti. Il pane del silenzio, per amarti”.

Pregare per il pane di tutti i giorni presuppone che noi riconosciamo che esso è un dono, oltre che il frutto della nostra fatica quotidiana.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: P come PICCOLE COSE

Capita spesso, soprattutto d’estate, di contemplare un panorama, di essere ammirati di fronte ad una visione di insieme. Bello, però si vedono solo le cose più grandi, si perde di vista il particolare. Quando poi si scende sulla strada, a valle si gustano le piccole cose, i particolari, gli aspetti più piccoli, ma non per questo meno decisivi.

Già Plinio il Vecchio diceva che la Natura è grande nelle grandi cose, ma è grandissima nelle piccole.

Questo semplice esempio ci può aiutare a comprendere come la modalità con cui noi ci rapportiamo alla vita è per lo meno duplice: la possiamo guardare come un panorama, oppure osservarla negli aspetti particolari.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: O come OMISSIONE

Ho pensato spesso che il più pericoloso attentato che si possa fare all’anima è il peccato di omissione, perché il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza”. (Renzo Zambotti)

Nell’atto penitenziale della Messa normalmente preghiamo il Confesso: …che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni.

Il peccato di omissione è definito come il non adempimento di un precetto quando, per volontaria negligenza o pigrizia, non si compie ciò che si è chiamati a compiere. È il bene che, pur essendo nelle mie possibilità di fare, tralascio di compiere.

Il testo evangelico forse più significativo è il capitolo 25 di Matteo, il brano del Giudizio universale, nel quale si mette in evidenza che i peccati di omissione sono i capi di accusa contro chi è passato oltre, per chi, pur potendo non ha dato da bere, da mangiare, da vestire, non ha visitato, non ha accolto…

A ben pensarci i peccati di omissione sono tantissimi, sono forse più dei peccati in pensieri, parole e opere. Perché di fatto noi in ogni momento potremmo fare del bene.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: N come NOSTALGIA

Per definizione la nostalgia è il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato soggiorno abituale e che ora è lontano. Si prova nostalgia per il proprio paese d’origine, per la famiglia, la patria, gli amici…

La parola viene dal greco e ha un significato che si avvicina a “dolore per il ritorno a casa”. Dice Erri De Luca in un suo libro: Quando viene nostalgia, non è mancanza, è presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti. A differenza della tristezza e della malinconia, la nostalgia è un desiderio struggente di ritornare ad abitare luoghi d’amore, spazi di pace e di benessere.

Noi cristiani abbiamo nostalgia di Dio. C’è una bellissima preghiera, tra le dieci che rivolgiamo al Signore il Venerdì Santo che dice: Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e padre di tutti gli uomini.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: M come MEMORIA

Ma ti ricordi di me? È una delle domande più imbarazzanti che ci possano rivolgere. È brutto dire ad una persona: non mi ricordo chi sei, non mi ricordo come ti chiami. Oppure dimenticarsi di una cosa da fare, di una promessa da mantenere, di una data importante. Magari non è nemmeno che non ci interessino le cose, le persone, i nomi, è solo il fatto che abbiamo la memoria corta.

Eppure gli studiosi ci dicono che la facoltà della memoria noi la esercitiamo pochissimo rispetto a quello che potremmo. Se volessimo noi potremmo ricordare ogni istante di tutti i giorni della nostra vita. Aveva ragione Cicerone quando diceva: memoria minuitur nisi exerceatur, che la memoria diminuisce quando non la si esercita.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: L come LIMITE

Una delle questioni fondamentali dell’educazione è aiutare i ragazzi ad avere il giusto senso del limite. Noi adulti ci sentiamo spesso molto confusi rispetto alla necessità di porre dei limiti.

Stiamo assistendo, per certi versi impotenti, ad una generazione che si illude di vivere senza il senso del limite.

Ogni mare ha le sue sponde, dice un proverbio, per dire come il limite appartiene alla realtà delle cose. Il senso del limite dev’essere sempre relazionato a qualcosa che funge da punto di riferimento, un valore, un principio. Il senso del limite è un’esperienza etica, morale, che è parte integrante della crescita. Nella nostra società è proprio il crollo della moralità a generare il disorientamento e la confusione. Senza limiti infatti non esiste nessun riconoscimento del bene e del male.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: I come INIZIARE

Iniziare per la parrocchia è il verbo che indica l’introduzione delle giovani generazioni alla vita della fede. Più precisamente il termine tecnico che si utilizza è iniziazione cristiana.

Una delle tappe fondamentali con cui la parrocchia inizia alla vita cristiana è la Prima comunione.

Sto leggendo in questi giorni un libro scritto da Thomas Frings, un prete tedesco intitolato “Così non posso più fare il parroco”. Mi ha colpito un suo passaggio nel quale provoca questa riflessione: “Per trent’anni ho accompagnato in varie parrocchie la preparazione alla prima comunione e, per oltre venticinque volte come primo responsabile, ho potuto sperimentare in prima persona un’evoluzione in questo campo. I modelli della preparazione e le catechesi sono cambiati, ma sostanzialmente tutto è rimasto identico. Possono passare il cielo e la terra, ma la prima comunione resta sempre la stessa. È rimasta la questione degli abiti da indossare, non influenzata da nessuna moda, sono rimaste le date dell’anno liturgico, è rimasto anche il terzo anno di scuola per fare la prima comunione. Nei corso di questi trent’anni, la costante più affidabile è stata la diminuzione della partecipazione all’eucaristia domenicale già nell’anno successivo alla preparazione della prima comunione”.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: H come HUMOUR

Un proverbio mediorientale dice che l’umorismo e la pazienza sono cammelli che ti guidano attraverso ogni deserto. L’umorismo e l’arte di trasformare l’amarezza della vita in un sorriso.

La vita di molti santi è ampiamente farcita di humour, i santi sanno ridere. Pensiamo a santa Teresa d’Avila, a Francesco di Sales, a Tommaso Moro, a Filippo Neri, a Ignazio di Loyola, a Giovanni Bosco, ma anche a papa Giovanni, a Giorgio La Pira… Il dono dell’umorismo ha reso la vita di molti santi un’avventura piena di fascino. Anche i Padri del deserto sono noti per le loro parole gustose, divertenti, piene di umorismo e insegnamenti sapienti.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: G come GRATITUDINE

Il vangelo racconta che un giorno Gesù guarì dieci lebbrosi ma uno solo ritornò indietro a ringraziare. Ringraziare è perciò una virtù non scontata e la percentuale di chi ringrazia veramente, con il cuore, è bassa, uno su dieci.

La gratitudine, dice il vocabolario, è il sentimento e la disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare.

Ai ragazzi insegniamo che la parola “grazie” è una delle parole magiche, insieme a scusa e a permesso, per favore e ti voglio bene.

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L’alfabeto della Parrocchia 2: F come FASTIDIO

Devo confessare che sto sempre più diventando intollerante ad una cosa che, come parroco, non riesco a correggere: la mancanza di silenzio in chiesa.

È un fastidio unico.

A volte mi capita di scegliere di non stare in chiesa perché non riesco a trovare il clima giusto, silenzioso, per un adeguato raccoglimento per la preghiera e la meditazione. È il colmo che in un luogo sacro come la chiesa non si riesca a raccogliersi.

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